“FARE USCIRE NUOVA MUSICA è SEMPRE UN MOMENTO MOLTO EMOZIONANTE SOPRATTUTTO IN QUESTO PERIODO CHE STIAMO VIVENDO”. I BASEBALL GREGG CI RACCONTANO IL LORO NUOVO ALBUM

 
29 Agosto 2022
 

I Baseball Gregg sono nati nel 2014 quando Sam Regan era a studiare all’università di Bologna e ha incontrato Luca Lovisetto: il loro progetto, che ha visto la pubblicazione, da parte di La Barberia Records di Modena, di un EP in cassetta, sarebbe dovuto terminare lì, ma – nonostanza le migliaia di chilometri che ci sono tra Bologna e Stockton, California – i due amici sono riusciti a superare tante difficoltà e a proseguire il loro cammino, lavorando a distanza o in quelle poche settimane all’anno in cui avevano la possibilità di incontrarsi e hanno costruito due live-band che continuano operare sia negli Stati Uniti che in Italia. La pandemia non ha fermato la loro forza creativa e, alla fine dello scorso anno, quando Sam ha deciso di trasferirsi di nuovo a Bologna per alcuni mesi, il gruppo italo-americano è tornato a lavorare insieme su nuovo materiale proprio come alle sue origini, creando in poco tempo ben venti canzoni, che comporranno il loro quarto album, “Pastimes”, in uscita il prossimo 23 settembre via La Barberia Records e Z Tapes. Ad anticipare la release sono arrivati ben tre corposi EP, “Parrots And The Park”, delicato e acustico, “A Life Designed For Fun”, dalle tonalità indie-pop e il nuovissimo “Windows Of My House”, invece, più indie-rock. Noi di Indieforbunnies.com abbiamo intervistato via telefono Sam e Luca nel mese di giugno per farci raccontare maggiori dettagli sul loro nuovo full-length e non solo. Ecco cosa ci hanno detto:

Ciao, benvenuti sulle pagine di Indieforbunnies.com. Come state?
Sam Regan: Stiamo bene, grazie. Abbiamo finito di cenare da poco e tra poco andremo a vedere un film.

E’ appena uscito “Parrots & The Park”, il primo EP di questa serie che porterà alla release di “Pastimes”: quali sono le vostre prime sensazioni dopo aver realizzato nuova musica dopo questi due anni così difficili e particolari?
S.R.: Per noi è sempre una bella emozione, quando pubblichiamo nuova musica. Dopo aver lavorato finalmente arriva il momento di metterli al mondo, così che la gente li possa ascoltare: è sempre un momento molto emozionante soprattutto in questo momento, visto che il nostro ultimo EP (“Indoors” insieme a Boy Romeo) era uscito nel dicembre del 2020 e non era possibile andare in giro a suonare. Ora c’è la possibilità di fare i concerti e avere il pubblico davanti ai propri occhi ed è molto bello.

Vi posso chiedere come è stato il vostro impatto al vostro primo concerto dopo la pandemia?
Luca Lovisetto: Noi in Italia abbiamo suonato durante la pandemia: due anni fa abbiamo fatto un concerto con Setti alla Ghirba di Reggio Emilia e Alessio Trippetta che faceva il live painting. Era a giugno o luglio 2020 e quell’estate feci solo un altro concerto acustico al Musical Cocktail sui colli. L’estate scorsa poi abbiamo fatto anche un paio di concerti.
S.R.: In California abbiamo fatto solo una data nel 2021, poi ne ho fatta un’altra a Chicago, quando sono andato a trovare il mio amico John (Boy Romeo). Una cosa piccola in un parco, ma erano solo due o tre pezzi alla chitarra. Poi basta fino a quando non sono venuto in Italia. Sono arrivato nel dicembre dello scorso anno e da allora siamo riusciti a fare tre concerti. Tutte esperienze molto belle, ma per ora non abbiamo suonato tantissimo. Adesso è più difficile trovare posti da suonare, ora tutti vogliono fare dei concerti e inoltre alcuni locali hanno chiuso durante la pandemia.

Da quando sei tornato qui in Italia avete potuto lavorare insieme sui nuovi pezzi come non succeva dai tempi in cui la vostra band è iniziata, mentre tu eri qui a studiare?
S.R.: Sono passati ormai oltre otto anni. Sono venuto qui a studiare nell’anno scolastico 2013-2014. Alla fine abbiamo deciso di registrare delle canzoni insieme e dopo di quello abbiamo sempre fatto le cose a distanza o magari abbiamo lavorato insieme qualche settimana o un mese quando tornavo a Bologna.

Come è andata questa volta, che immagino abbiate potuto lavorare con più tranquillità e vi trovavate nello stesso luogo?
L.L.: Da un lato è stato sicuramente più facile perché il progetto era più diretto, quindi è passato meno tempo tra la scrittura dei brani e la registrazione, però dall’altro ci siamo un complicati la vita perché abbiamo deciso di fare un disco di venti pezzi, che é quasi settanta minuti di musica. In realtà è diventato lo stesso un lavoro molto lungo. Se abbiamo snellito il processo di lavorazione perché la produzione non era più a distanza, ma in loco, però è stato molto laborioso perché c’erano venti pezzi, che poi dovevamo arrangiare e in seguito registrarli e iniziare a fare il mix. Ci devono ancora arrivare i master. E’ stato un periodo molto intenso.

Di che cosa parlano i vostri testi? Vi siete fatti influenzare dall’atmosfera che purtroppo c’è stata in questi ultimi anni, dalla pandemia e da tutto ciò che è successo di conseguenza?
S.R.: Non so. Alcune canzoni parlano di esperienze molto personali come cose che abbiamo realmente vissuto, mentre altre cose sono ispirate da libri o da film che abbiamo visto, altre sono cose che inventiamo noi. Per quanto mi riguarda, i testi vengono dalle cose a cui sto pensando in un determinato periodo, magari dalle mie paranoie.
L.L.: Per “Calendar” abbiamo recuperato anche canzoni che avevamo scritto dieci anni prima, quindi c’era molta più varietà, mentre questi sono quasi stati tutti scritti adesso. Salvo qualche eccezione, sono tutti nuovi e quindi quello che dici è in un certo senso vero, cioè che rispecchiano un certo senso del tempo. Alcune lyrics possono sembrare un po’ frivole, ma magari c’è un sottotesto molto malinconico, Un’altra cosa, più legata all’apparato estetico dell’album, è la biografia di James Joyce e di sua figlia e la sua malattia. Quelle di “Pastimes” sono canzoni scritte in un periodo abbastanza ristretto di tempo e che quindi inevitabilmente rappresenzano un periodo piuttosto travagliato per tutti.

Per quanto riguarda le influenze musicali, cosa avete ascoltato, mentre stavate scrivendo le vostre nuove canzoni? Per quanto riguarda i primi brani che abbiamo ascoltato in questo EP (“Parrots And The Park”), c’è un senso di delicatezza maggiore rispetto al passato.
L.L.: E’ da parecchio tempo che cerco di fare cose più acustiche stile Kings Of Convenience o cose del genere. Chamber-pop con strumenti tipo il violoncello o il contrabbasso. Questo è solo uno dei mood compositivi del disco ed è anche il motivo per cui abbiamo deciso di distribuire le canzoni in tre EP, prima di farlo uscire interamente. Le canzoni sono tante ed era difficile per una band piccola come la nostra uscire con un disco di sessanta o settanta minuti in una botta sola senza far uscire prima dei singoli. Poi ci sono tante anime, c’è una parte classica Baseball Gregg che puo’ assomigliare ai suoni di “Calendar”, altri brani sono più rock, più new wave e poi dei brani più acustici come quelli che sono usciti con questo EP.

Quali sono le vostre aspettative per il nuovo disco? Cosa si dovrebbero aspettare i vostri fan?
S.R.: Come hai detto prima, credo che, come hai detto prima, ascoltando questo primo EP, si abbia l’impressione di essere davanti a un disco molto soft, ma per quanto riguarda i testi, a me non sembra un disco molto moderno. Questo inizio molto acustico non rappresenta il disco intero perché ci sono diversi stili al suo interno. Credo che il pubblico si aspetti un mix di generi, anche canzoni più veloci, alcune più tristi e altre più allegre. C’è anche una canzone in francese che ha scritto Luca.

Avete già sperimentato la scrittura in lingue diverse dall’inglese o dall’italiano. Mi ricordo una vostra canzone in spagnolo, “Yo Tengo”, che era su “Sleep”.
L.L.: Sia per il testo di “Yo Tengo” che per quello di “Oh Les Beaux Jours”, che è questo pezzo in francese, il cui titolo è un riferimento a un’opera teatrale di Samuel Beckett, mi ha dato una mano il nostro amico Davide, che è poliglotta. In realtà questo è uno dei brani più vecchi tra quelli presenti su “Pastimes”: risale al periodo di “Yo Tengo” e allora Davide viveva proprio in Francia. Io ho imparato il francese da piccolo, un po’ a scuola e un po’ da mia nonna che è nata in Belgio.

Una volta che l’album sarà uscito, avete già programmato o stata lavorando su un tour, magari anche al di fuori dell’Italia?
L.L.: Credo che Sam, una volta che tornerà negli Stati Uniti a settembre, farà un tour in California o comunque dalle sue parti. Parallelamente noi faremo una decina di date quest’estate – in parte le abbiamo già fatte – poi, una volta uscito il disco, in autunno vorremmo continuare a suonare con la solita band (eccetto Sam ovviamente), restrizioni permettendo. L’idea è sempre quella di continuare con le due band in parallelo come abbiamo sempre fatto, salvo situazioni speciali come festival o tour più grossi per cui magari ci si riunisce.

Per quanto riguarda la vostra label, oltre a La Barberia Records di Modena, siete sotto contratto anche con la Z Tapes, che ha un discreto seguito per quanto riguarda il mondo indie-pop in particolare. Come vi trovate con loro? Vi piace pubblicare la vostra musica anche in cassetta?
L.L.: Sì, faremo le cassette di “Pastimes” con Z Tapes. Ne abbiamo già parlato con Angie, che è la nuova titolare della label. L’etichetta ora è di base a Lione e non più in Slovacchia e speriamo di poter andare a suonare lì o almeno di andarla a trovare. Per quanto riguarda La Barberia dovrebbero uscire dei flexi che serviranno per accompagnare l’uscita della cassetta.

Parlando dei Baseball Gregg, rispetto ai primi giorni quanto siete cresciuti sotto il punto di vista musicale?
L.L.: Quando si è giovani si hanno meno conoscenze e quindi è più difficile fare dischi, ma allo stesso tempo, quando hai diciotto o diciannove anni ti trovi nel momento con maggior urgenza compositiva. Sicuramente adesso abbiamo una fanbase un po’ più grande (pur rimanendo sempre molto piccola). Senza dubbio ci sono stati dei miglioramenti.

Luca, ti posso chiedere come è entrata a far parte del vostro progetto anche Asia Martina Morabito (ovvero Sleap-e), per quanto riguarda la formazione italiana?
L.L.:
Quando nel 2014 La Barberia ci ha chiesto di suonare dei live ho recuperato in parte la line-up del mio gruppo precedente, ovvero Samuele Rossi alla batteria, coinvolgendo anche Luca Jacoboni. Anni dopo è subentrato alla batteria Francesco Bonora, che ho conosciuto come batterista di Dolan Tymas al Rock Marconi Festival che organizzavamo a sasso. Asia l’ho conosciuta a un contest che avevo condotto per Radio Città del Capo e in seguito è entrata con noi per suonare la tastiera. Io e Sam abbiamo anche prodotto alcune cose per lei. Nel 2020, dopo l’uscita di “Calendar”, un disco che conteneva molte chitarre acustiche, è passata dalla tastiera alla chitarra. La nostra formazione è in continua evoluzione perché tutti suonano in tanti gruppi e anche negli Stati Uniti succede la stessa cosa. Quando abbiamo suonato a Reykjavik all’Iceland Airwaves Festival eravamo io e Francesco Bonora della formazione italiana e Sam e John, che erano rispettivamente chitarra e basso di quella americana: quella è stata l’unica volta in cui le due band si sono fuse.

Grazie mille per questa lunga chiacchierata. Volevo chiedervi un’ultima cosa: potete scegliere un vostro brano, vecchio o nuovo, da utilizzare come colonna sonora di questa intervista?
L.L.: Metterei “Nevertheless” dal disco nuovo.

Grazie mille. Spero di vedervi presto.
L.L: Grazie a te.

Photo Credit: Giacomo Manghi

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