OGGI “DIRT” DEGLI ALICE IN CHAINS COMPIE 30 ANNI

 
29 Settembre 2022
 

“Le mie cattive abitudini non mi rappresentano. I miei punti di forza e il mio talento parlano per me”. La voce unica di Layne ha costantemente accompagnato la sua anima fragile e accorata nelle sue parole urlate al mondo, dapprima in cerca di riparo dalle angosce perpetue in cui viveva e successivamente per demonizzare le sue paure (“dear god, how have you been, then?/i’m not fine, fuck pretending”/”Caro Dio, come sei stato allora?/Io non sto bene, fottuta farsa” canta in “God Am” nell’omonimo album album del 1995).

“Dal seme maligno di “Facelift” germoglierà l’oscurità di “Dirt”, l’enorme buco nero nel quale Layne si lascia consapevolmente sprofondare”, scriveva il nostro Michele Brigante Sanseverino in apertura della bellissima top ten dedicata alla band di Seattle e, in effetti, la consapevolezza della sua condizione di tossicomane ha avvolto inevitabilmente il sound di “Dirt”, consegnandoci un opera nell’opera, un album con all’interno un concept ancorché il suo mood scorre senza soluzione di continuità nei brani inimitabili di questo capolavoro.

Il lavoro su “Facelift” dell’era scanzonata del Music Bank era partito quasi per gioco mentre ora le cose iniziavano a farsi “professionali”. E non solo. La lunga permanenza al fianco di gente come Sammy Hagar (Van Halen) e Tom Araya degli Slayer (che, tra l’altro, presta un suo cameo nella traccia fantasma “Iron Gland”) aveva cambiato il modo di approccio allo showbiz della band che durante i live si era nutrita di quell’aria pazzesca che si respirava nel backstage dei vari set in giro per gli States.

Ancora con Dave Jerden alla cabina di regia, gli AIC scelsero come location per le registrazioni del nuovo album gli studi One on One Recording (oggi 17 Hertz Studio) di Los Angeles dove gli amici Metallica avevano registrato “…And Justice For All”  e l’omonimo del 1991. I quattro avevano un certo feeling con la Città degli Angeli ancorché la gestazione del nuovo album non fu proprio una passeggiata di salute, tra la rivolta razziale scatenata dalla sentenza per il caso di Rodney King (che assolse i poliziotti rei di averlo pestato violentemente dopo un inseguimento mentre era alla guida del suo taxi) e i noti problemi con la droga di Layne – il quale molte volte si presentò in studio in condizioni devastate e con conseguenti pessime prestazioni vocali – e di Mike Starr (morto l’8 marzo del 2011) che oramai era con un piede fuori dalla band e fu sostituito in seguito da un grande Mike Inez.

L’opera maestra degli AIC si apre con le urla di Layne nell’iracondo mood di “Them Bones” cui fa seguito “Dam That River”, pesantissimi riffoni in puro stile metal racchiusi in tre minuti che raddoppiano invece nell’ipnotica “Rain When I Die” partorita da Staley e caratterizzata da un susseguirsi di note ossessive e psichedeliche che conducono alla claustrofobica e dissonante “Sickman”, una folle corsa tra le schizofreniche paturnie di Layne, che mettono a dura prova le pelli di Sean Kinney.

Uno Staley ispirato come non mai; le sue corde vocali che non hanno bisogno di commento alcuno e la simbiosi con quelle di Jerry rendono alcuni episodi di questo capolavoro gemme che raggiungono il massimo balenìo nelle note sofferte e cupe della ballata cantrelliana “Down in a Hole”, l’apice dell’unione emotiva e viscerale di Staley e Cantrell. Lo stesso climax tetro si riverbera in “Rooster”, soprannome di Jerry Fulton Cantrell, dove le atrocità della guerra in Vietnam vissute dal padre assumono caratteri feroci, crudeli nel lento avanzare del brano (accompagnato da un videoclip altrettanto deciso) che conduce, dunque, alla parte centrale dell’opera.

Il “mini album” incentrato sulla quella maledetta sostanza si presenta con l’inquietante ed esplicita “Junkhead” (“What’s my drug of choice?/Well, what have you got?/I don’t go broke/And I do it a lot/Say, I do it a lot!”“Qual è la mia droga preferita?/Bene, cos’hai?/Non sono al verde/e posso farmene parecchia/Dico che posso farmene tanta”). A seguire l’altrettanta incisiva title track “(“One who doesn’t care/is one who shouldn’t be/I’ve tried to hide myself/from what is wrong for me” – “Uno a cui non importa/è uno che non può più vivere/Ho tentato di nascondermi/da ciò che è sbagliato per me”) con quell’incedere lisergico accompagnato dai mostruosi assoli dell’axeman. Il concept prosegue con lo stravagante e originale metal-pop di “God Smack”, l’heavy che attanaglia “Hate to Feel” e, per finire, la grandiosa cantilena oscura “Angry Chair”, dall’amaro sapore di epitaffio (“All that I want is to play/Get on your knees, time to pray, oh/I don’t mind, yeah”“Tutto quel che volevo era giocare, ehi/Mettiti in ginocchio, è ora di pregare, ragazzo/Non ci penso, yeah”).

Era tutto chiaro a Layne. Conosceva perfettamente il suo destino e il viaggio attraverso le tracce di “Dirt” non lasciavano intravvedere deviazioni alcune. La sua personalità così piena ma anche così gracile e autodistruttiva risplende oggi attraverso gli echi della sua voce unica, ineguagliabile, immortale (con la sua ultima apparizione live nell’incredibile “Unplugged” del 1996 al Majestic Theatre di New York).

Il sipario di questa opera spettacolare cala sulle insigni note di “Would?”, una “hit” dal refrain trascinante inclusa anche nella OST del film “Singles – L’amore è un gioco“ di  Cameron Crowe, amico della band e soprattutto di Cantrell (che apparve anche nel cameo del film “Jerry Maguire” del 1996).

“Dirt” è un’esperienza necessaria, imprescindibile perché assolutamente irripetibile.

Alice In Chains – “Dirt”
Pubblicazione: 29 settembre 1992
Durata: 57:35
Tracce: 13
Registrazione: Eldorado (Burbank), London Bridge (Seattle), One on One (Los Angeles)
Etichetta: Columbia Records
Produttore: Dave Jerden, Alice in Chains

Tracklist:
1. Them Bones
2. Dam That River
3. Rain When I Die
4. Sickman
5. Rooster
6. Junkhead
7. Dirt
8. God Smack
9. Iron Gland
10. Hate to Feel
11. Angry Chair
12. Down in a Hole
13. Would?

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