MARCUS MUMFORD
(self-titled)

[ Island Records - 2022 ]
5.5
 
Genere: Pop Folk
 
3 Ottobre 2022
 

Generalmente quando il frontman di una band decide di intraprendere una carriera solista (mantenendo comunque quella originale) non è mai un bene. Al di là delle teorie di complotto che vanno a pensare ad un possibile scioglimento del gruppo, i progetti solisti fanno sempre fatica a staccarsi completamente da quella idea di suono tipica, invece, del gruppo originale.

Il caso in questione è quello appunto di Marcus Mumford, frontman dei Mumford & Sons (ora senza banjo, ciao Winston), che qualche mese fa è apparso sui social dimagrito e in canotta per presentare il suo primo album da solo dal titolo “(self-titled)”. Originale, no?

Ammetto che la band di “The Cave”, “I Will Wait” e “Believe” l’ho sempre di più accatastata nel grande armadio di quelle realtà musicali un po’ perse nel tempo, però ero molto incuriosito da questo nuovo percorso e quindi mi sono detto che ci dovevo riprovare. Dovevo sperare in un qualcosa di originale così come lo erano stati i Mumford agli inizi. Cazzo che errore.

Non c’è una vera identità e questo mi fa male. Si vede che Marcus vacilla tra un passato glorioso ed un presente incerto. Non solo per i testi e le tonalità vocali che si ripetono costantemente, ma soprattutto per il sound. Ha cercato di mischiare quello che i fan hanno sempre adorato della band, ovvero il lato campagnolo degli esordi e quello all’inizio poco apprezzato e poi accettato di ere come “Wilder Mind” o “Delta”.

Facciamo degli esempi. Partendo dalla prima canzone, “Cannibal”, la mente non può non tornare al singolo “Believe”: un intro dolce, che accompagna assieme alla voce ad un crescendo che poi esplode. Se qua non ci sono chitarre elettriche, come nella prima citata canzone, comunque è forte la presenza di acustiche e di questa vocalità spezzata e lacerata dal dolore tipica del cantante.

“Grace”, seconda traccia, è a sua volta una b-side di “Delta” in quanto le armonizzazioni, gli accordi e via dicendo sono ricorrenti nell’ultimo album del gruppo. “Dangerous Game” è forse quella un pochino più interessante di tracce, forse perché featuring Clairo che riesce a dare quel tocco in più di originalità che serve in questo brano.

Le ultime tre canzoni vedono tre grandi collaborazioni: “Go In Light” con Monica Martin; “Stonecatcher” con Phoebe Bridgers; “How” con Brandi Carlile. Tra le tre, rullo di tamburi, quella meno interessante perché monotona e scontata è proprio la seconda mentre risalta la prima, forse per le influenze un po’ soul e R&B presenti.

Non ritengo questo disco una grande riuscita. Se l’obiettivo era quello di distaccarsi dai Mumford & Sons per farsi identificare anche come artista singolo, il prodotto finale che si è creato non è altro che un mero successore del quarto e ultimo album della band. O, forse, un LP di b-sides scartate fin dall’inizio.  Mi sa che ci devi riprovare, Marcus.

Tracklist
1. Cannibal
2. Grace
3. Prior Warning
4. Better Off High
5. Only Child
6. Dangerous Game (ft. Clairo)
7. Better Angels
8. Go In Light (ft. Monica Martin)
9. Stonecatcher (ft. Phoebe Bridgers)
10. How (ft. Brandi Carlile)
 

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