“PRIMA CHE ARRIVASSE LA PANDEMIA AVEVO GIA’ PROGETTATO DI REGISTRARE TUTTE LE TRACCE DA SOLO.” DOUG MARTSCH CI RACCONTA IL NUOVO LP DEI BUILT TO SPILL

 
21 Novembre 2022
 

I Built To Spill mancavano ormai da oltre sette anni, ma lo scorso settembre è finalmente uscito il loro nono album da studio, “When The Wind Forgets Your Name”, realizzato dalla Sub Pop Records, label con cui il frontman e unico membro originale della formazione di Boise Doug Martsch aveva sempre detto di voler lavorare. Negli ultimi anni la line-up della storica band alt-rock dell’Idaho è cambiata spesso e questa volta Doug si è fatto aiutare dai brasiliani João Casaes e Lê Almeida, già in tour con lui nel 2019, prima in Brasile e poi anche negli Stati Uniti e in Europa. La pandemia gli ha ovviamente costretti a completare i lavori da remoto, scambiandosi via mail i file delle canzoni già registrate: in attesa di un nuovo tour europeo, che dovrebbe arrivare il prossimo anno, noi di Indieforbunnies.com qualche settimana fa abbiamo scambiato due chiacchiere con il gentilissimo Doug via Zoom per farci raccontare maggiori dettagli sulla loro nuova fatica sulla lunga distanza. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao Doug, grazie per il tempo che ci stai dedicando. Il vostro nuovo album è uscito ormai da un paio di mesi: che cosa stai provando in questo momento?
Non so, mi pare che alle persone stia piacendo e ne sono contento. Ora sto guardando avanti verso altre cose nuove. Ho finito questo disco parecchio tempo fa e non è più così tanto nella mia mente.

Stai già pensando al vostro prossimo passo?
Sì, dobbiamo andare in tour e poi ho parecchie cose da fare nella mia vita personale, ma spero di poter iniziare a lavorare molto presto su canzoni nuove.

Fantastico. Farete un tour sulla West Coast tra poche settimane: pensi che il prossimo anno passerete anche in Europa e magari in Italia?
Sì, è quello che vorremmo fare e ci stiamo lavorando.

Bene, mi piacerebbe che veniste a suonare al Beaches Brew a Ravenna sulla costa orientale italiana. È un bellissimo festival gratuito, in spiaggia, si mangia bene, l’atmosfera è incredibile e vengono a vederlo persone da tutto il mondo incluso dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Regno Unito. Di solito si tiene all’inizio di giugno. Non so se sia una cosa possibile, ma credo che sarebbe fantastico se si avverasse.
Sembra davvero bello. Dovremmo essere in Europa proprio in quel periodo per alcuni festival e credo che sarebbe fantastico se riuscissimo a partecipare anche a quello. Se conosci chi lo organizza, per favore fai il nostro nome con loro.

Certo, molto volentieri. Incrociamo le dita. Per questo nuovo disco hai lavorato con due musicisti brasiliani, Le Almeida e João Casaes. Loro sono stati la tua band durante un tour sudamericano e poi sono rimasti con te anche per i successivi tour negli Stati Uniti e in Europa e infine avete registrato il nuovo album insieme. Posso chiederti come è stata questa esperienza, dove hai incontrato nuove persone e hai potuto studiare le loro influenze e il loro background culturale e musicale, che penso fosse diverso rispetto al tuo?
Me li ha presentati la mia tour manager. Avevamo organizzato un tour in Brasile, ma non avevo una band in quel momento, allora ho chiesto loro se volevano suonare insieme a me. Le cose sono andate molto bene, mi sono piaciuti la loro estetica e il modo in cui suonavano, così li ho portati con me nel 2019 nel tour per festeggiare il ventesimo anniversario di “Keep It Like A Secret”. Durante il tour ho preparato parecchie canzoni e alla fine siamo tornati in Idaho. Loro hanno registrato le loro parti di basso e batteria nella mia sala prove e poi sono tornati in Brasile, poi durante il lockdown per la pandemia ho aggiunto alcuni overdub e ho finito il disco. Avrei voluto farlo insieme a loro, avevamo molto idee brillanti, ma ovviamente non abbiamo potuto. Ci siamo inviati le tracce avanti e indietro via mail e loro hanno aggiunto altri overdub.

Questo fatto di doversi scambiare i file via mail quanto ha influenzato il processo di mixing? Immagino che sia stata una nuova esperienza per te rispetto ai tuoi album precedenti: come ti sei sentito in quei momenti?
Prima che arrivasse la pandemia avevo già progettato di registrare tutte le tracce da solo, quindi questa cosa ha funzionato, ma avrei preferito mixare il disco insieme a loro. Scambiarsi dei file è andato bene. Ho mandato una canzone, loro l’hanno mixata, ma non mi è piaciuto il loro mix, il suono del basso era troppo pesante. In seguito ho mixato anch’io e, senza averlo comunicato, anche loro hanno fatto la stessa cosa, prendendo uno dei miei mix e cercando di farlo suonare come gli piaceva. Ci siamo scambiati le tracce in questa maniera un paio di volte. Credo che se fossimo stati insieme nella stessa stanza, sarebbe stato diverso, ma comunque le cose sono andate bene anche facendo il mix separatamente e abbiamo trovato il modo che le canzoni suonassero come piaceva a tutti noi.

Il vostro nuovo album è stato pubblicato dalla Sub Pop, una label che tu hai sempre amato e con cui hai sempre detto di voler lavorare: come ti sei trovato a lavorare insieme a loro? Sei stato felice? Aver firmato per loro ti ha dato un’ulteriore spinta, almeno a livello mentale, mentre stavi lavorando sulla tua nuova musica?
A dire il vero per molto tempo non so se mi sono interessato della label che avrebbe pubblicato la nostra musica. Non credo che avrei un approccio differente se sapessi di lavorare insieme a una determinata etichetta. Quello che volevo fare era non spendere troppo nel fare il disco e con la Sub Pop l’ho fatto. A parte questo non credo che ci siano state grosse differenze rispetto al passato. Loro sono un’etichetta fantastica e hanno fatto un lavoro eccezionale per promuovere e supportare il disco. È stata un’ottima esperienza.

Posso chiederti se è stato questo il motivo che ti ha fatto decidere di produrre il vostro disco invece che farvi aiutare da un produttore esterno alla band?
Sì, volevo fare un disco che non costasse molto. E poi mi piace il modo in cui Le produce e il lavoro che fa al computer. Lui lavora molto con le cassette per registrare. Mi piaceva la sua estetica. Avevo un budget per andare in studio, ma in ogni caso non saremmo potuti andarci.

A metà del disco c’è questa canzone che si chiama “Rock Steady”, che ha un’atmosfera molto rilassata. Alla fine del pezzo ci sono influenze reggae: ci puoi dire qualcosa di più a riguardo?
Le si è occupato del mix di questa canzone e ha aggiunto questa parte. È totalmente qualcosa che viene dalla produzione di Le. Mi è piaciuta molto. Credo che se avessimo potuto fare il disco insieme ci sarebbero potute essere più cose psichedeliche e sperimentali.

Il vostro nuovo album mi è sembrato molto solido e ci sono parecchi generi musicali come indie-rock, alt-rock e psych-rock: posso chiederti quali sono state le influenze più importanti durante il processo creativo?
Alcune canzoni sono molto vecchie, un paio potevano anche finire sul nostro disco precedente (“Unterhered Moon” del 2015). Ormai già da parecchio tempo sto ascoltando solo musica soul e reggae e cose del genere e non indie-rock o alternative-rock. Credo che la musica soul sia stata la mia più grande influenza per questo disco. Qualsiasi cosa possa essere definita come soul music, c’erano influenze soul nella mia mente.

Parlando invece dei testi, che cosa ci puoi dire? Quali sono state le tue principali ispirazioni, mentre le stavi scrivendo?
Non so da cosa siano stati ispirati i testi. È qualcosa che mi serve cantare. Credo che la musica debba essere potente, mentre i testi possano essere anche molto semplici. Non devono essere per forza fantastici, ma la musica li fa diventare più importanti di quello che sono. I testi sono la cosa più difficile per me, mi ci vuole tanto lavoro per scriverle. È uno strano puzzle.

Mi hai detto che stai pensando di scrivere nuovo materiale: quale sarà il vostro prossimo passo, se ci puoi già anticipare qualche cosa?
Non so mai cosa succederà, ma la mia speranza e il mio sogno sono di poter continuare il tour per un po’ con l’attuale line-up composta da Melanie Radford e Teresa Esguerra. Abbiamo trovato il tempo di fare qualche jam e ho anche alcune canzoni a cui devo solo aggiungere i testi, ma comunque sono già formate. Forse potremmo provare ancora, trovare nuove idee e un giorno realizzare un disco un giorno.

Negli ultimi anni la line-up dei Built To Spill è cambiata varie volte, quasi per ogni album. Pensi che possa essere una buona idea per mantenere le cose fresche sia per voi che per i vostri fan?
L’idea originale di cambiare la line-up era dovuta al fatto che abitavamo in città diverse. Poi ho cambiato per fare generi musicali differenti, ma anche per conoscere gente nuova e provare nuove cose invece che suonare sempre con le stesse persone.

Ho letto che hai chiesto a Janet Weiss e Sam Coomes dei Quasi di lavorare con te, ma non erano disponibili in quel momento, ma hai detto che speri in futuro di poter lavorare insieme a loro. Credi che sia un sogno che si potrà avverare un giorno?
Non lo so, ma spero veramente di riuscire a lavorare insieme a loro due un giorno. Sono incredibili.

Sì, sono davvero fantastici. Spero che questa collaborazione possa accadere. “Untethered Moon” è uscito nel 2015: ci puoi raccontare qualcosa di più riguardo alla creazione del vostro nuovo album nel corso degli ultimi sette anni?
La vita ha fatto sì che ci mettessi più tempo per preparare nuovo materiale. Ovviamente ora sono più vecchio, gli anni passano. Potevo fare questo disco cinque anni fa, non con i brasiliani, ma con Jason (Albertini) e Steve (Gere), i ragazzi con cui ho lavorato per “Untethered Moon”. Eravamo pronti per fare un nuovo disco, stavo cercando una label e un produttore, uno studio dove lavorare, poi siamo stati a lungo in tour. Poi sono successe tante cose nella mia vita personale in cui ho dovuto spendere tanta energia e lavoro. In seguito mi sono lasciato con questi ragazzi e ho iniziato a lavorare insieme ai brasiliani, siamo stati in tour per un anno, abbiamo fatto il disco nuovo, poi ho dovuto mixarlo e ci è voluto parecchio tempo a causa della pandemia. Poi mi sono preso del tempo libero perché dovevo pensare ad altre cose che stavano succedendo nel mondo come essere da solo durante la pandemia e quello che stava succedendo nel campo della politica negli Stati Uniti. Ero piuttosto traumatizzato e non ero molto creativo. Una volta che era pronto, la Sub Pop ha dovuto aspettare un anno prima che potesse essere realizzato fisicamente. E quando è uscito erano passati già sette anni.

Parlando di ciò che sta accadendo in giro per il mondo, in particolare in Ucraina, quali sono le tue opinioni?
Credo che il mondo sia davvero spaventoso in questo momento.

Grazie mille Doug per questa nostra conversazione. Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da utilizzare come colonna sonora di questa intervista?
Che ne dici di “Rock Steady”, di cui abbiamo parlato prima?

Ottima scelta per me. Grazie mille e spero di vedervi qui in Italia il prossimo anno.
Grazie a te e spero anch’io di poter suonare da voi e per piacere ricordati di fare il nostro nome agli organizzatori di quel festival sulla spiaggia di cui mi parlavi prima.

Photo Credit: Isa Georgetti

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