Mer 5 Dic 2007
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I Beatles fuggono in bicicletta, inseguiti alle Bahamas da un’improbabile setta indù che vuole fare la pelle a Ringo Starr. Ce l’hanno quasi fatta, tra le strade piene di palme, quando improvvisamente si fermano, parlano un po’ tra loro, bighellonano girando in circolo, e poi decidono di tornare indietro, incontro ai loro pittoreschi inseguitori. Decisione apparentemente assurda, ma estremamente significativa. Una spensieratezza fine a se stessa sembra essere la più grande caratteristica del successo planetario dei Beatles: se fu George Martin a tirarla fuori in uno studio di registrazione, mixando le loro session separate e aggiornando il loro sound di volta in volta, la sorprendente carriera cinematografica dei fab four è per gran parte merito di Richard Lester. Regista americano (che diresse anche il precedente “An Hard Day’s Night”), attivo per lo più in pubblicità, forse proprio grazie a questa esperienza riuscì ad unire la gustosa anima pop della band con un’ironia surreale e con una gradevole dose di non-sense tipicamente britannico. Help! è uno dei pochi film capace di cogliere davvero lo spirito della british invasion al suo apogeo, soprattutto nell’uso del colore, fondamentale innovazione rispetto al precedente film del gruppo e trovata necessaria, con i suoi toni basic, a fornire all’immaginario la fotografia di un’epoca. Tutto Help! gioca (come del resto i Beatles stessi) su una grande ambiguità, tra l’irriverenza e il conservatorismo, tra la corrosiva derisione dei valori patriottici e un acceso nazionalismo (è impossibile pensare un film simile al di fuori della Gran Bretagna). Incoerente e disomogeneo, è supportato da una trama folle – un gruppo di devoti alla dea Khali ha bisogno di uno degli anelli di Ringo per compiere un sacrificio umano – che serve da canovaccio per mostrare i quattro che suonano, per inseguirli in capo al mondo, da Londra alle Alpi alle Bahamas, fino a quando non sono loro stessi, sulle loro biciclette, a fornire il pretesto per essere inseguiti. La sua dote più grande è proprio quella di abbandonarsi a questo gioco, di incedere in un divertimento ostentato e poetico, di accogliere le bizzarre improvvisazioni, le derive demenziali e slapstick (la tigre che ascolta la nona sinfonia, Lennon che trova un paio di occhiali nella zuppa). |
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