CINEMA


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I Beatles fuggono in bicicletta, inseguiti alle Bahamas da un’improbabile setta indù che vuole fare la pelle a Ringo Starr. Ce l’hanno quasi fatta, tra le strade piene di palme, quando improvvisamente si fermano, parlano un po’ tra loro, bighellonano girando in circolo, e poi decidono di tornare indietro, incontro ai loro pittoreschi inseguitori. Decisione apparentemente assurda, ma estremamente significativa.
In poche parole, decidono di far ripartire il film, rimettendo in moto l’unico meccanismo possibile per farlo vivere. Per divertirsi altri cinque minuti.

Una spensieratezza fine a se stessa sembra essere la più grande caratteristica del successo planetario dei Beatles: se fu George Martin a tirarla fuori in uno studio di registrazione, mixando le loro session separate e aggiornando il loro sound di volta in volta, la sorprendente carriera cinematografica dei fab four è per gran parte merito di Richard Lester.

Regista americano (che diresse anche il precedente “An Hard Day’s Night”), attivo per lo più in pubblicità, forse proprio grazie a questa esperienza riuscì ad unire la gustosa anima pop della band con un’ironia surreale e con una gradevole dose di non-sense tipicamente britannico. Help! è uno dei pochi film capace di cogliere davvero lo spirito della british invasion al suo apogeo, soprattutto nell’uso del colore, fondamentale innovazione rispetto al precedente film del gruppo e trovata necessaria, con i suoi toni basic, a fornire all’immaginario la fotografia di un’epoca.

Tutto Help! gioca (come del resto i Beatles stessi) su una grande ambiguità, tra l’irriverenza e il conservatorismo, tra la corrosiva derisione dei valori patriottici e un acceso nazionalismo (è impossibile pensare un film simile al di fuori della Gran Bretagna). Incoerente e disomogeneo, è supportato da una trama folle – un gruppo di devoti alla dea Khali ha bisogno di uno degli anelli di Ringo per compiere un sacrificio umano – che serve da canovaccio per mostrare i quattro che suonano, per inseguirli in capo al mondo, da Londra alle Alpi alle Bahamas, fino a quando non sono loro stessi, sulle loro biciclette, a fornire il pretesto per essere inseguiti.

La sua dote più grande è proprio quella di abbandonarsi a questo gioco, di incedere in un divertimento ostentato e poetico, di accogliere le bizzarre improvvisazioni, le derive demenziali e slapstick (la tigre che ascolta la nona sinfonia, Lennon che trova un paio di occhiali nella zuppa).
Essendo un film senza un intreccio, Help! potenzialmente potrebbe non finire mai, a meno che i suoi protagonisti, unico motore e unica giustificazione della sua esistenza, non decidano di farlo terminare. Così, i titoli di coda scorrono su una zuffa farsesca sulla spiaggia, degna delle torte in faccia del vaudeville, epilogo naturale di un film che, dopo aver preso in giro gli spy-movies in gran voga all’epoca, e miti nazionali come Scotland Yard, è entrato persino dentro Buckingham Palace.
Finisce, soprattutto, quando i Beatles hanno deciso che si sono divertiti abbastanza.

Locandina
Sceneggiatura di: Charles Wood e Marc Behm
Interpreti: I Beatles (Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr), Leo McKern, Eleanor Bron, Victor Spinetti, Roy Kinnear
Prodotto: Walter Shenson Film
Distribuito in DVD: Emi
Durata: 96’
UK 1965

TRAILER:

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Se il modo per affermare il successo di un film è verificare l’effettiva adesione alle intenzioni di chi lo ha concepito, Factory Girl è allora un completo insuccesso. Se infatti voleva rivalutare la vita di Edie Sedgwick, morta suicida nel 1971 a soli 28 anni, George Hickenlooper non ci è riuscito affatto.

Anzi, si è incartato al punto da affermare ciò che voleva smentire, confermando la teoria di Andy Warhol secondo cui la celebrità è facile, alla portata di tutti, con il solo difetto che spesso dura solo quindici minuti. L’eroina interpretata con forza e passione di Sienna Miller – questa è l’unica cosa che non si può negare al film, l’attrice ambisce alla carica di Jane Fonda del decennio – si dimostra tale e quale alla creatura che l’artista pop riuscì a costruire subito dopo averla conosciuta a New York, a metà degli anni sessanta. Una finta superstar, un involucro vuoto che si può rendere icona come una scatola di zuppa di fagioli. Per di più, un simulacro facilmente sostituibile, non appena sulla scena arriva Nico dei Velvet Underground.

Per riuscire nel suo intento, Hickenlooper le ha provate tutte, tirando in ballo persino Andy Warhol e Bob Dylan, che alla musa della pop art – con cui ebbe una breve storia d’amore - dedicò diverse canzoni, tra cui “Leopard Skin Pill Box Hat” e “Like A Rolling Stone”. Il risultato però è molto simile a “Diamond Dust Shoes”, celebre quadro dell’artista: una lastra superficiale, priva di qualsiasi spessore.
Paradossalmente, un ritratto attendibile della vita della donna, le cui confessioni in un ospedale psichiatrico, filo conduttore del film, riescono a stento a dare un’anima, e sembrano poco più che un espediente narrativo.

Si limitasse a questo, Factory Girl sarebbe anche un’opera interessante, per quanto involontariamente riuscita: quello che desta irritazione è la banalità con cui vengono rappresentate figure importanti del panorama culturale dell’epoca: la celebre mansion di Chelsea ha le sembianze di un bordello cinico e nichilista, Bob Dylan quelle di un James Dean poeta, in sella al suo chromed horse, con un occhio all’arte e uno al portafoglio, pieno di uno spirito antiborghese ipocrita, Andy Warhol è un freak dal dubbio talento, uno scaltro comunicatore, un manager senza scrupoli che getta via la sua creatura senza alcuno scrupolo. Il cantante americano ha persino diffidato la produzione di dare il suo nome al protagonista, indignato per il trattamento riservato a lui e alla Sedgwick (la stessa cosa ha fatto Lou Reed): se non altro, ha risparmiato i suoi brani dal dubbio onore di essere associati ad un film così privo di passione.

Anche Hickenlooper manca di stile, e contribuisce alla totale assenza di profondità del suo lavoro: bisogna domandarsi perchè per fare un film sugli anni sessanta, si debba forzatamente ricorrere alla filologia della messa in scena dell’epoca: infatti, il regista strizza troppo l’occhio a D. A. Pennebaker, e riempie i vuoti con split-screen e pellicola sgranata, richiamando i film sperimentali in 16mm in voga nella School of New York di quei tempi. Quando non si immedesima in Frankenstein e riprende inquadratura per inquadratura le opere concettuali che Andy Warhol realizzò in quel periodo, con la Sedgwick come protagonista.

Povera ragazza ricca, a cui questo film non ha affatto reso giustizia: più che essere il segno dei tempi, l’hanno fatta diventare la solita bambina che si innamora dell’uomo sbagliato.

Locandina
Interpreti: Sienna Miller, Hayden Christensen, Guy Pearce, Jimmy Fallon, Mena Suvari, Tara Summers
Prodotto da: The Weinstein Company
Distribuito da: Moviemax
Durata: 90’
USA, 2006

TRAILER:

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La definizione di “horror vintage” è sicuramente la più adeguata per definire il nuovo film di Pupi Avati, tornato all’horror, il suo primo amore, dieci anni dopo L’arcano incantatore. Le atmosfere restano le stesse di opere precedenti come La casa dalle finestre che ridono, e pure se cambia l’ambientazione – dall’Italia agli Stati Uniti – anche questo film si svolge in provincia. Anzi, se possibile il set della cittadina dello Iowa aumenta quel senso di gotico (nelle linee del celebre quadro di Grant Wood) esemplificato dalla Snakes’ Hall, dimora in cui si svolge gran parte de Il nascondiglio, vera e propria casa sulla collina e tipica Haunted House, luogo ricorrente della narrativa di genere.
Per questo la definizione “vintage” trova una precisa collocazione, perchè il film di Pupi Avati sembra davvero appartenere ad un’altra epoca cinematografica, molto più vicina alle pratiche degli anni settanta che non a quelle contemporanee: ha piuttosto le sembianze di un singolare ed inconsapevole lavoro filologico sui modi e sui tempi della paura, realizzato con la perizia di un artigiano.
La sensazione di un film passato non la danno tanto gli arredi antichi e pesanti, o l’abbigliamento austero e demodè di Laura Morante, ma soprattutto il ricorso del regista a maestranze di lunga esperienza, come il contributo di Riz Ortolani alle musiche, vecchia gloria del giallo/horror italiano. Contrariamente alla tendenza del nostro cinema, che insegue un’autorialità spesso pretestuosa, Pupi Avati sfrutta il credito del suo nome e si permette di girare un film che non solo è dichiaratamente di genere, ma addirittura scava proprio nei suoi luoghi comuni e nei suoi codici, mostrando una profonda conoscenza del meccanismo.
Il nascondiglio non ha nessun effetto speciale e mostra pochissimo sangue, si limita ad usare la borsa dei vecchi trucchi, tra luci che vanno e che vengono, pareti che ballano e voci infantili che si odono attraverso i muri, fino al dettaglio dell’ovale di legno che rotola dal grande scalone buio, richiamo esplicito a Shining e ad ogni film con protagonista una casa “viva”. Per questo conserva una bellezza insolita, quasi polverosa, come i mobili imballati della Snakes’ Hall, luogo inquietante sin dalla prima apparizione (e ovviamente la donna andrà a viverci attirata dall’affitto incredibilmente basso, altra situazione tipo…)
Colpisce per il modo in cui ogni dettaglio predichi umiltà, tanto da far stonare la voce troppo accademica ed esagitata di Laura Morante, e come il film punti non tanto alla sorpresa, quanto alla costruzione dell’atmosfera, tralasciando del tutto la verosimiglianza dell’intreccio in favore di una fascinazione visiva che stringe lo spettatore sin dai primi minuti.
In Italia, è un viaggio nel tempo che resterà purtroppo un caso isolato ed insolito.

Locandina
Interpreti: Laura Morante, Burt Young, Rita Tushingham, Treat Williams, Yvonne Sciò, Sidney Rome
Durata: 100’
Prodotto da: Rai Cinema
Distribuito da: 01 Distribution
Durata: 100′
Italia, 2007

TRAILER:

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Un’altra giovinezza. Ovvero, la disperata ricerca della purezza dello sguardo.
E’ sin troppo facile giocare con il titolo di questo film di Francis Ford Coppola, che segna il suo ritorno alla regia dieci anni dopo il mainstream L’uomo della pioggia, eppure il viaggio a ritroso di Dominic nel suo tempo e nella sua memoria, è lo stesso che il cineasta americano compie attraverso le forme del cinema, cercando con ostinazione una prospettiva nuova, una struttura inedita e sconvolgente.
Un’altra giovinezza è il film che Coppola avrebbe sempre voluto girare. Un film su cui ha lavorato in totale autonomia dopo anni di silenzio: scritto (da un romanzo di Mircea Eliade), diretto e prodotto da lui stesso, autofinanziato tramite la sua fortunata azienda vinicola e l’American Zoetrope (sogno lungo un giorno di creare una Hollywood alternativa). Per questa assoluta mancanza di controllo, contiene immancabilmente gli straordinari tratti dell’opera megalomane, dei sogni folli, dei deliri di un regista che non ha mai solo pensato di fare del cinema: più che altro, a Coppola è sempre interessato tentare di rifarlo dal principio.
Un desiderio di reinventare che però non ha mai abbandonato il rapporto e il confronto con l’immenso retaggio del passato: a volte un repertorio di schemi (la trilogia de Il padrino), altre un bagaglio di immagini e miti condivisi (Dracula).
Un’altra giovinezza percorre così i codici di tutto il cinema classico, a partire dalla bellissima fotografia di Mihai Malaimare: Un’altra giovinezza è un kolossal d’epoca, un giallo, un film di spie, un melò e una grande storia d’amore, di quelle che si rincorrono attraverso gli anni, fatta di salti e di ritorni, addirittura di reincarnazioni. Su questo ambizioso riavvolgimento di tutto il cinema americano, regna incontrastato uno sguardo nuovo, spiazzante, che getta una nuova luce e deforma tutto quello che già sappiamo e che ci aspettiamo.
Il film di Coppola, infatti, lascia del tutto impreparati: non tanto sul livello dei significati, quanto piuttosto sui meccanismi della messa in scena, dilatati, non giustificati, quasi sempre stranianti (le prospettive capovolte dei viali, il nero di un’inquadratura morta dalla quale emerge solo un sonoro distante).
Sembra un oggetto proveniente da un altro mondo, da una pratica e da un linguaggio visivo che ancora ci sfugge. Esattamente come il protagonista, esperto di religioni e di civiltà antiche, ossessionato dall’impresa di rintracciare il nucleo primario della comunicazione orale: la sua ricerca, l’obbiettivo di una vita, è quanto di più metacinematografico e autobiografico si possa immaginare.
Un’altra giovinezza lascia sbigottiti, come gli amici (immaginari o meno, ad un certo punto non importa più) del protagonista, che ascoltano le sue predizioni, oracoli improbabili (eppure veri) su quello che sarà. Una voce che proviene insieme dal passato e dal futuro.
Forse una profezia, forse soltanto un’allucinazione.

Locandina
Sceneggiatura di: Francis Ford Coppola
Interpreti: Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Andrè Hennicke, Marcel Iures
Prodotto da: American Zoetrope
Distribuito da: BIM
Durata: 124’
USA 2007

TRAILER:

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La terza madre conferma quanto, ancora oggi, sia difficile confrontarsi con il cinema di Dario Argento: come se fosse impossibile districarsi tra una certa critica che non l’ha mai considerato qualcosa di più che un virtuoso artigiano, e una schiera di appassionati che invece si chiede dove sia finito l’autore di Profondo Rosso, l’architetto di gialli, di storie intriganti, di colpi di scena ad effetto.
La terza madre li lascerà tutti delusi: Argento ha infatti realizzato un film di difficile classificazione, tipico di un regista che ha ormai imparato a sconfessare tutta la sua esperienza personale, e la sintassi cinematografica, nei pochi istanti di un raccordo volutamente sbagliato. Il suo ultimo film è infatti brutto, slegato, recitato in modo approssimativo, esattamente come tutti quelli che ha girato negli ultimi quindici anni, apparentemente invischiato in una crisi regressiva senza ritorno.
La terza madre sembra infatti il film di un’esordiente, un debuttante di quasi settant’anni. L’evidente sgradevolezza dei suoi ultimi lavori è diventata tanto abituale che sarebbe il caso di iniziare a chiedersi se non sia una precisa scelta poetica. Se Dario Argento volesse consapevolmente fare film tanto acerbi e squilibrati? Nel suo cinema ormai completamente libero (il prezzo della libertà si paga con budget limitatissimi), gli attori e la recitazione, la coerenza dello script non hanno più alcun significato: la macchina da presa, il suo sguardo, è l’unica cosa che conta davvero. Uno sguardo che si evoluto negli anni ed è diventato uno sguardo protettivo, affettuosamente e letteralmente paterno, verso la figlia/protagonista Asia, ormai vero fulcro del suo cinema insieme ad altri personaggi femminili da Jessica Harper e Jennifer Connelly in poi.
E’ quindi un film affascinante proprio nella sua grezza dimensione quasi infantile, che vive di improvvisi lampi visivi, flash che si perdono nel nulla, piani sequenza e movimenti di macchina che nascono del tutto immotivati. La sua protagonista scende lentamente in una Roma totalmente inedita, fatta di vicoli e clochard, streghe e figure oscure, malsane, che conducono ai bassifondi. Una dimensione dello spazio (ancora una volta, Argento ricrea una città immaginaria, che letteralmente non esiste) che viene alternata con le immagini da cartolina dell’Urbe, dove sembra illogico che possa risiedere l’origine di ogni male.
Percorre una strada accidentata di ingenuità, omaggi gratuiti al genere, vuote dimostrazioni di talento come i piani sequenza nella dimora della Mater Lacrimarum, dettagli che dimostrano come, nonostante tutto, Dario Argento sia l’ultimo visionario rimasto al nostro cinema, anche volendo tralasciare tutti i risvolti sociologici (basta aprire un giornale per capire quanto sia attuale questo film) che al regista sono sempre interessati fino ad un certo punto.
Un film senza compromessi, capace di suscitare amore e odio: degno di un autore che, a differenza di tutta l’apatica paccottiglia televisivo/autoriale dell’Italia di oggi, riesce ancora a provocare sentimenti di attrazione/repulsione.
Locandina
Sceneggiatura di: Dario Argento
Interpreti: Asia Argento, Moran Atias, Adam James, Udo Kier, Coralina Cataldi Tassoni, Daria Nicolodi
Prodotto da: Opera Film (Salvatore e Dario Argento), Medusa, Sky
Distribuito da: Medusa
ITA 2007
Durata: 98’

TRAILER:

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Bisognerebbe avere il cuore di pietra, per fare critica cinematografica.
Perché se uno lo avesse, come d’altra parte sembra avercelo il tetro critico culinario Anton Ego (nomen omen), allora potrebbe parlare male di Ratatouille, ultima fatica della Disney/Pixar.
Purtroppo per i critici di questa natura, capita sempre di vedere film che li catapultano via dal grigiore delle cripte in cui scrivono e idealizzano l’opera perfetta, e di trovarsi davanti a qualcosa che li riporta al primo magico momento in cui sono entrati in un cinema.
Esattamente come succede al grigio e funereo esperto di ristoranti, in uno dei più bei flashback degli ultimi anni, di ritrovarsi davanti alla ratatouille (un piatto povero, non a caso) preparata da un topo, e di riandare con la mente al tenero ricordo di quella cucinata dalla madre.
E’ proprio qui che Ratatouille si trasforma nel cinema di cui ci si è innamorati, quel cinema allo stesso tempo coinvolgente, commovente e morale che è la quintessenza del mainstream hollywoodiano. Ecco un mondo, quello dei blockbuster, quello dei film che incassano centinaia di milioni di dollari, capace sempre di risorgere dalle proprie ceneri. Il prodotto di un cinema che riesce ad aggiornarsi non perdendo mai la sua anima, quella di un cinema ideologico, fatto e pensato per le masse.
Il caso della Disney è emblematico: da studio in declino a rinata fabbrica dei sogni, grazie alla previdente collaborazione con la Pixar, che ha innervato le solite storie di buoni sentimenti con uno vento decisamente nuovo. Infatti, Ratatouille non fa altro che esaltare lo spirito americano proprio nel momento in cui sembra farsene beffe, con una grande dose di autoironia (la vecchietta armata di fucile). Perché la morale è sempre quella (nel caso specifico è “tutti possono essere dei grandi cuochi!”), ma i modi per imporla sono profondamente cambiati, rispetto al passato: è emblematico il sermone del giovane protagonista Linguini alla sua cucina, la sua confessione nell’essere un inetto, un ragazzo che si fa strumento, vera e propria marionetta, del talento di un roditore, capovolgendo i ruoli abituali; in altri tempi, la predica sarebbe stata accolta con un’ovazione dalla ciurma dei cuochi, mentre ora i suoi uomini lo lasciano solo, con la sola alternativa di ammettere il suo fallimento.
La prospettiva retorica si capovolge al punto che un’intera colonia di topi riesce in quello che gli umani non riuscirebbero a fare: trovare la scintilla di tenerezza in uomo grigio come Anton Ego, uomo dimesso e deluso, alla costante ricerca dello stupore e dell’ingenuità infantile.
E’ l’esempio più lampante di una cinematografia che ha imparato la cultura del saper perdere, o quanto meno di poter vincere in qualche altro modo, magari accettando i propri limiti. Che è poi il marchio di fabbrica della Pixar, miracolo vivente di come è stato possibile cambiare la storia dell’animazione in appena un decennio (Toy Story risale infatti al 1997). Svecchiare i cartoni animati, ancora legati a formule vecchie, a miti e favole antiche, con i ritmi del cinema d’azione, con storie contemporanee quando non addirittura futuristiche: in Ratatouille non mancano inseguimenti, vorticosi testa a testa come quello lungo la Senna tra il topo Remy e il perfido cuoco Skinner, prospettive impossibili (davvero mirabili quelle nei corridoi delle fogne), e scenografie iperrealiste e digitalizzate come le strepitose vedute dall’alto di Parigi, iperrealiste perché la mostrano non com’è veramente ma come il topo l’ha sempre sognata.
Non manca nemmeno il senso ideologico di un cinema che tiene fede con ritrovata leggerezza alle sue esigenze di propaganda di valori: il rispetto delle tradizioni, la lealtà, la ricerca del lato umano e sensibile anche nel più cattivo dei cattivi.
Come in tutte le fiabe, non può mancare il doveroso “e vissero tutti felici e contenti”, ma c’è di fondo un piacere dissacratorio verso ciò che è stato l’immobile mondo delle belle addormentate e dei principi azzurri. Quella sottile verve iconoclasta che è uno dei motivi per cui la Pixar riesce a non deludere mai.
Locandina
Sceneggiatura di Brad Bird
Prodotto da Disney/Pixar
Distribuito da Buena Vista
USA, 2007
Durata: 110’

TRAILER:

5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 votes, average: 4.6 out of 5)
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Questo biopic sulla vita di Edith Piaf riesce davvero a colpire nel segno, e non solo perché la drammatica vita del mito della canzone francese, morta a soli quarantasette anni (ma ridotta da tempo a poco più che un mucchio d’ossa), rappresentasse da sola un ottimo spunto per la sceneggiatura.
Presentato al Festival di Berlino come film d’apertura, è un mirabile affresco di un’esistenza sofferta ed infelice, mai troppo patetico e mai troppo paternalistico. Costruito su una struttura temporale discontinua, fatta di flashback e ritorni, riesce persino a fare a meno della facile arma della colonna sonora nei momenti di maggiore effetto, consegnando il ritratto di una donna ancora prima che quello di una cantante.
Se l’inizio indugia un po’ troppo sull’atroce infanzia dell’artista, calcando la mano su situazioni eccessivamente lacrimevoli, come la traumatica separazione dalle prostitute che l’avevano accudita con cura ed amore, tutto il film si lascia poi trasportare da un notevole fascino visivo, che emoziona molto più della sua celebre voce. Se l’infanzia è la fase dei campi lunghi, bucolici, sulla Normandia e la Bretagna, in cui la bambina è quasi in secondo piano, presa in mezzo tra le donne del bordello, il padre saltimbanco itinerante e la madre che la abbandona per seguire futili ambizioni, è invece splendida la fotografia della Parigi in mezzo alle due guerre, dove la Piaf mosse i suoi primi passi nelle hall, strappata ad una vita di accattonaggio ed elemosina nelle stradine di Montmartre.
E’ però ancor più sorprendente quella di New York, dove la cantante soggiornò subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, trovando il successo anche oltreoceano. Senza dubbio, questa centrale è la parte migliore del film: la città viene onorata dei suoi scorci da favola, enfatizzati da trasparenti che rendono le sue luci ancor più sognanti e romantiche. Perché è qui che la donna visse i suoi anni più felici, legandosi al pugile francese Marcel Cerdan, campione mondiale dei mediomassimi. Straordinari sono i suoi primi piani alternati ed emozionati all’incontro tra il suo uomo e Tony Zale, match che gli diede la cintura, accompagnati da una delle sue canzoni e dalla sua voce over che legge le loro lettere appassionate. Folgorante è invece il modo in Dahan rende la sua disperazione nel momento in cui viene a conoscenza che Cerdan, per raggiungerla dalla Francia, è morto in un incidente aereo. Ben lontano da una drammaticità classica, il regista si affida ad un piano sequenza muto, giocando tra lo scarto della felicità della donna, che si illude che l’uomo sia finalmente lì con lei (lo ha sognato), e la disperazione, i volti tristi del suo entourage, che sta per darle la notizia. Unico amore degno di essere vissuto, ed evento cruciale della sua vita, nel film la relazione trova giustamente il suo peso drammatico, visto che in suo favore vengono sistematicamente escluse le love-story con altri pezzi grossi come Charles Aznavour e Yves Montand.
Sempre pronto a cambiare stile e registro a seconda delle situazioni, senza mai perdere il controllo del film, Dahan riesce a concepire un film drammatico senza rendersi banale e senza mai giocare sporco, affidandosi alla straordinaria capacità di mimesi di Marion Cotillard, che riesce a reggere il ruolo della Piaf sia da ragazza che da donna, anche quando, in punto di morte, era ridotta a poco più che uno scheletro vivente, gobba a magrissima. In Francia hanno trovato il coraggio di lamentarsi: troppo bella per la cantante, che nella realtà poteva contare solo sulla sua voce strepitosa come arma di fascino.
L’unico difetto del film è forse quello di affidarsi troppe volte al topos del sipario che scende, come metafora della sua vita, ma è un luogo comune che si può perdonare, e a cui si bada poco.
Le musiche, ovviamente, sono quelle del suo sconfinato repertorio, e i classici ci sono tutti.
Locandina
 
Con Marion Cotillard, Silvie Testud, Jean-Pierre Martins, Gerard Depardieu, Emanuelle Seigner
Sceneggiatura di Olivier Dahan, Isabelle Sobelman
Fotografia di Tetsuo Nagata
Montaggio di Richard Marizy
Scenografia di Stèphane Cressend, Petra Kobedova, Cecil Vatelot
Prodotto da Alain Goldman
Distribuito da Mikado
7 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 5 (7 votes, average: 4.71 out of 5)
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Soprattutto in Germania sembrano passati molto più di diciotto anni, da quando crollò il muro di Berlino. I tedeschi hanno sempre la tempra di riuscire a dimenticare in fretta le ferite nazionali e di costruire sulle macerie: perciò questo film li ha lasciati colpiti oltremodo.
Al di là di quelle che possono essere le sue componenti sociologiche, Le vite degli altri è soprattutto un ottimo esempio di come anche cinematografie estranee a quella americana possano fare dei film narrativamente forti e coinvolgenti, e allo stesso tempo riuscire a conservare uno spiccato senso critico ed autoriale.
E’ dunque un’opera coraggiosa per come si prende carico di mettere in scena un tema spiacevole per la cultura tedesca come quello della repressione poliziesca operata dai servizi segreti, ma anche molto elegante nella forma, con una fotografia molto curata e austera, in sintonia con i tempi rigidi e severi della DDR. Berlino, ben lontana dai fasti architettonici attuali, appare livida e pesante, quasi abbandonata.
Tra gli aspetti che colpiscono maggiormente c’è il modo in cui il personaggio principale, un autore teatrale sospeso tra un tiepido progressismo e la fedeltà al regime, viene mostrato come del tutto passivo: dapprima è sempre “osservato” senza che lui se ne possa accorgere, e in seconda battuta non si rende mai conto di quello che veramente gli accade, mentre le sue azioni di ribellione sono completamente inutili per quanto audaci. Verrebbe senza dubbio scoperto da un sistema a cui non sfugge nulla, se non fosse per la risollevata umanità dell’uomo incaricato di tenerlo sotto controllo.
In realtà è lui il vero protagonista del film, l’unico che agisce nel vero senso della parola, il solo a compiere un’azione veramente risolutiva all’interno del film, nel drammatico finale. Anche la sua azione è però del tutto vana, in un regime che cerca di sopprimere non solo ogni tentativo di ribellione, ma anche ogni sentimento, ogni individualità.
Le vite degli altri è infatti un film che punta ad accentuare le condizioni di disumanità, la freddezza scientifica di una burocrazia poliziesca. L’eroe, il più efficiente funzionario della STASI, inizia ad invidiare la sua vittima, le sue passioni, la sua cultura, il suo amore per il teatro, la musica e la poesia. Entrando nella sua vita, spiandola, se ne trova coinvolto.
C’è un che di cinematografico, una sorta di replica dell’immedesimazione spettatoriale, nel suo cambiamento improvviso, nel suo progressivo calarsi negli stati d’animo dello scrittore e infine nel suo tentativo di salvare la sua relazione amorosa e la sua stessa vita. Un ingresso inesorabile nell’esistenza di un individuo che ricorda un po’ quello di James Stewart ne La finestra sul cortile.
La spia, l’impiegato solitario che vive in un appartamento dall’arredamento ridotto al minimo, il cui unico vizio è rubare qualche minuto ad una prostituta, si appassiona alla vita tramite quella di un altro. Silenziosamente, cerca di trasformarsi in un deus ex machina, in un demiurgo che può cambiarla a suo piacimento, cercando di metterla per il meglio, di aggiustare i conflitti e dilemmi. Questa sua hybris è però destinata al fallimento: se fosse stato un film americano, probabilmente ce l’avrebbe fatta. Il cinema europeo ha invece sempre a cuore gli antieroi.
Eppure, Le vite degli altri è anche un film pieno di tensione, di colpi di scena, di scene forti dal punto di vista drammatico: non c’è quella rarefazione degli eventi tipica dell’autorialità europea, anzi. E’ un film d’azione che sembra in superficie rispettare tutti i clichè del caso, cattivo perfido e dark lady compresi. Per questo si è ben adattato al gusto d’oltreoceano e si è portato a casa il premio Oscar per il miglior film straniero.
Noi italiani, ancora legati a piccole produzioni, a vecchi maestri, a storie di formazione abusate e ad interni su famiglie borghesi distrutte, potremmo prendere esempio da un film che riesce a mettere a nudo un tabù nazionale, a scuotere la coscienza, senza per questo rinunciare allo spettacolo vero e proprio.
Locandina
Con Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer
Sceneggiatura di Florian Henckel von Donnersmarck
Fotografia di Hagen Bogdanski
Montaggio di Patricia Rimmel
Scenografia di Frank Noack
Prodotto da Quirin Berg, Max Wiedemann
Distribuito da 01 Distribution
4 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 5 (4 votes, average: 2.75 out of 5)
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Centochiodi è stato annunciato dallo stesso regista come il suo ultimo film di finzione. Dopo una lunga carriera, Olmi ha infatti deciso di tornare alle origini del documentario, campo nel quale mosse i primi passi nel cinema circa cinquanta anni fa.
Questo è un film poetico, nel senso che procede più per associazioni dirette che non per passaggi logici.
Quando Raz Degan e Luna Bendandi vengono ripresi in un bosco in riva al Po, di notte, mentre un orchestrina suona “Non ti scordar di me”, il ricordo va inevitabilmente ad uno dei più bei baci di tutta la storia del cinema: quello che si scambiano, sempre in riva ad un fiume, Sylvia Bataille e Georges D’Annoux in Partie de campagne (1936) di Jean Renoir.
Centochiodi potrebbe anche essere interpretato come un film dal valore messianico, ma a dire la verità la parte del confronto religioso è quella che appare più debole e predicatoria, almeno quando viene messa a confronto con i momenti in cui Olmi sceglie la via diretta delle immagini piuttosto che quella indiretta delle parole. Scelta coerente, visto che il tema del film è proprio quello dell’abbandonarsi all’umanità recuperando una sorta di ignoranza positiva circa i legami della civiltà.
Qui si torna appunto a Renoir e al suo concetto di plein air, che sembra la poetica espressa da Olmi in questo film girato nel mantovano. Il modo in cui dirige (con gusto documentaristico, appunto) l’erba, gli insetti, il fiume e i moti dell’acqua sono molto simili a quelli visti in Partie de campagne e Le déjeneur sur l’erbe (1959). Qui come là, il ritorno ad una natura non selvaggia, ma idilliaca, serve al protagonista come comprensione dei limiti della civiltà e delle sue sicurezze. L’incontro con i luoghi e i tempi distesi degli abitanti del piccolo paesino lombardo rappresentano per il protagonista una rinascita, ben più radicale di quella simbolica di inchiodare letteralmente i libri di una polverosa biblioteca. Non è un caso che l’incontro inizi con una pioggia purificatrice.
Se Guy Montag in Fahrenheit 451 cercava di salvare i libri da un regime totalitario che sopprimeva l’immaginazione, qui Raz Degan cerca di sfuggire alla pesantezza accademica, al rigore e allo schematismo della filosofia e della teologia per arrivare al contatto immediato con la verità delle cose. Sulla sua strada, sono molto importanti non solo i personaggi del piccolo villaggio, che vivono in armonia con un ambiente continuamente minacciato dall’estinzione (il mostruoso siluro priva il fiume dei pesci che vi sono nati, le ruspe minacciano continuamente di sbaraccare gli abitanti), ma soprattutto l’incontro con la panettiera Luna Bendandi. E’ sicuramente lei il personaggio più renoiriano del film, non solo per la citazione di Partie de campagne: la sua pienezza, sessualmente vitale e priva di malizia, ricorda quella di Nenette (Le déjeneur sur l’herbe) mentre la sua commovente purezza richiama Henriette, soprattutto nello splendido primo piano finale in cui Olmi fa comparire un velo di lacrima sul suo viso innocente.
Se ne Le déjeneur sur l’herbe il protagonista imparava a mettere in crisi le sue certezze scientifiche, l’immersione panica di Centochiodi libera Raz Degan di una cultura non più rivelatrice, ma eccessivamente vincolante.
Il modello israeliano, con sorpresa, risulta un Cristo di campagna più credibile di quanto ci si potesse immaginare. Il film lascerà discutere sul suo significato spirituale, ma piace considerarlo principalmente per ciò che è, una splendida elegia della spontaneità. Il cinema italiano, sempre più moribondo, perde così anche gli exploit di questo fantastico autore.
Locandina
Con Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani
Sceneggiatura di Ermanno Olmi
Fotografia di Fabio Olmi
Montaggio di Paolo Cottignola
Prodotto da Ministero dei Beni Culturali e Rai Cinema
Distribuito da Mikado
6 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 5 (6 votes, average: 4.33 out of 5)
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Se si esclude il fastidio che si prova a dover constatare che ogni decennio ha il Mean Streets che si merita, si può dire che questo film di Dito Montiel non è affatto male. Dopotutto, ha fatto incetta di premi: miglior regia al Sundance Film Festival, premio della settimana della critica niente meno che a Venezia. C’è però una punta di sospetto nello stabilire il momento in cui finisca l’autobiografismo e cominci il calcolo del capolavoro a tavolino, senza per questo nulla togliere al talento e alla buonafede di Montiel, regista e allo stesso tempo sceneggiatore di un suo romanzo, su cui si è a suo tempo rivolta l’attenzione di Robert Downey Jr.
Il fatto è che la macchina a mano, un certo intimismo, i tagli di montaggio liberi e persino le infrazioni alla grammatica classica mettono il dubbio che tutto sia un po’ studiato sulla carta, così come i continui flash-forward, l’asincrono di certe sequenze che vuole confondere i piani narrativi, l’irruzione fisica della sceneggiatura all’interno del film, tramite l’inserimento di alcune battute del copione direttamente sull’immagine.
Perché se non fosse per questo catalogo di concessioni poetiche, Guida per riconoscere i tuoi santi non sarebbe poi troppo diverso da Bronx (1993), opera d’esordio di Robert De Niro che forse ha avuto meno riconoscimenti a causa di uno stile decisamente più classico e meno accattivante. Qui come là, la figura del padre, della povertà e del quartiere restano centrali, così come le difficili convivenze razziali: i santi del titolo, difatti, sono quelli che incontra il giovane Dito durante la sua adolescenza nel Queens, e ognuno di loro rappresenta una strada da percorrere nella vita. La possiblilità di restare nella strada, nell’isolamento e nella tragedia, oppure quella di uscire dal piccolo mondo di degrado e andare in California (anche qui terra promessa, come sempre).
Su tutto, manco a dirlo, c’è la lunga ombra del primo Martin Scorsese.
Che i riferimenti biblici non manchino lo dimostra il fatto che tutto il film, costruito sui due piani del passato e del presente, del ricordo e del reale, ruoti intorno al ritorno del figliol prodigo dal successo raggiunto ai luoghi della miseria giovanile.
Il film ha una sua potenza, una credibilità assai rara per il cinema americano, un cast azzeccato su cui spicca l’interpretazione di Chazz Palminteri (c’era anche in Bronx, del resto), e uno sguardo commovente e allo stesso pudico sui piccoli drammi dei protagonisti. Se la messa in scena resta furba e ammiccante verso un pubblico selezionato, la storia è invece poderosa, a volte davvero toccante, si costruisce un pezzo alla volta e le si perdona qualche clichè pasoliniano come l’incosciente cattiveria, la sessualità primitiva dei ragazzi che non sono mai usciti, nemmeno una volta, a vedere la città e che quindi hanno una cognizione approssimativa della civiltà.
Solo il finale lascia un po’ delusi: del resto, è pur sempre un film americano, e nonostante il velo di indipendenza produttiva, al pubblico d’oltreoceano piace sempre vedere che i conflitti interiori vengano risolti, e mai lasciati in sospeso.
Locandina
Page on imdb
Con Robert Downey Jr., Dianne West, Chazz Palminteri, Shia LaBeouf, Melonie Diaz, Rosario Dawson
Sceneggiatura di Dito Montiel
Fotografia di Eric Gautier
Montaggio di Jake Pushinski, Christopher Tellefsen
Scenografia di Jody Asnes
Prodotto Sting, Bobby Sager, Peter Sahagen
Distribuito da Mikado

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