Back Catalogue


2 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 5 (2 votes, average: 3.5 out of 5)
Loading ... Loading …

C’era una volta un mitico programma su MTV, ancora quando la si vedeva solo in lingua inglese e sul satellite. Si chiamava “120 minutes”. Per gli appassionati di musica indie ed alternative era l’unico momento per potersi fare una cultura.
Il presentatore era un mito della musica british fine anni 80 inizio anni 90, Miles Hunt ex leader dei Wonder Stuff. Uomo dal sopraffino sense of humor oltre che dal cinismo abrasivo come l’acido muriatico, durante una puntata presenta una band in maniera bizzarra, come la best new band ever.Cosa voleva dire con la “migliore nuova band di sempre”? L’acquisto a scatola chiusa diventava così la naturale conseguenza.
Stiamo parlando degli Shed Seven, una guitar pop band che ad un ascolto superficiale sembrano degli Smiths svecchiati. Una band inspiegabilmente messa in un angolo e dimenticata, quasi non fosse mai esistita.
Capitanati da un vocalist carismatico e ben dotato dal punto di vista canoro, Rick Witter, si presentano bene fina dall’incipit del disco. Un po’ di noise , due power cords e comincia la magia. Parte “Dirty Soul”, una power pop ballad tirata dai vocalizzi di Witter e dalla chitarra ritmata di Paul Banks.
Poi la perfetta pop song, “Speakeasy”

I know what you think
I think the same things as you
And do the things that you do
Don’t break the habit of a lifetime
You broke the habit of a lifetime
I see through everything you do

Questo il ritornello che ronza in testa fino alla successiva struggente ballata “Long Time Death”, canzone d’amore estremo.

If I can’t have you
Nobody can have you

Was it off the top of your head
Did you mean what you said
Do you like me enough
Do you like me because I can’t have you

Il disco scivola via di traccia in traccia fino alla canzone che mancava alla nostra alternative dancefloor selection, “Dolphin”.
Una rock song abbastanza dance da essere ballata, un po’ come “Fools Gold” degli Stone Roses oppure “The Only One I Know” dei Charlatans. Nel singolo uscirà anche una versione remix di 10 minuti.
Degna di nota è anche “Mark”, sempre all’insegna del pop schitarrato, precede il gran finale che parte con “Ocean Pie” una ballata che ti culla come le onde del mare, di quell’oceano del quale Witter dice di averci consegnato le chiavi,

Everything here is above board
Everything here is a closed door
There’s something I’d like you for
You’ve got the key to the ocean
You’ve got the key to the ocean

La ballata confluisce in una sorta di reprime uptempo “On An Island With You”, che con 8:10 minuti chiude il disco, lasciandoci un buon sapore in bocca.

“Change Giver” doveva essere il primo disco di una band da innumerevoli concerti in grandi stadi. Invece è una rara perla nel panorama pop, dimenticata nel cassetto socchiuso del british pop.
La stessa band è caduta nel vortice del primo disco capolavoro, non riuscendo poi a ripetere i fasti del primo, sensazionale, esordio e andando verso un rapido, inesorabile quanto inspiegabile declino.
Anche la stampa specializzata, di solito il miglior viatico verso il successo, li ha abbandonati quasi subito, stroncandoli già dal secondo album.

Per i cultori del guitar pop, per tutti quelli che ancora oggi canticchiano “The Queen Is Dead” degli Smiths, questo disco fa per voi. Correte a comprarlo e tenetelo tra i vostri ricordi più cari.

Incellophanabile.

Cover Album
Fansite
MySpace
Change Giver [ Polydor - 1994 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Smiths, Paul Weller, Small Faces
Rating:
1. Dirty Soul
2. Speakeasy
3. Long Time Dead
4. Head And Hands
5. Casino Girl
6. Missing Out
7. Dolphin
8. Stars In Your Eyes
9. Mark
10. Ocean Pie
11. On An Island With You

Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies

OASIS - DEFINITELY MAYBE
TELEVISION - MARQUEE MOON
THE AFGHAN WHIGS - GENTLEMEN
BUILT TO SPILL - THERE’S NOTHING WRONG WITH LOVE

SMASHING PUMPKINS - SIAMESE DREAM
JOY DIVISION - UNKNOWN PLEASURES
LEMONHEADS - IT’S A SHAME ABOUT RAY
MY BLOODY VALENTINE - LOVELESS
COUNTING CROWS - AUGUST AND EVERYTHING AFTER

4 Votes | Average: 5 out of 54 Votes | Average: 5 out of 54 Votes | Average: 5 out of 54 Votes | Average: 5 out of 54 Votes | Average: 5 out of 5 (4 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading …

Facciamo finta che dentro la discografia dei Counting Crows non ci sia il pezzo più importante della mia vita, sorvoliamo sul fatto che sono almeno quattordici anni che questo disco continua a sgretolare le mie mura interiori. Sorvoliamo su tutto questo, ma non sul fatto che, in pieno periodo grunge, un buffo ebreo americano con i dreadlocks chiamato Adam Duritz e la sua band sfornano un esordio folgorante, di quelli che segnano una generazione di ascoltatori, così in controtendenza rispetto alle mode del momento. “August & Everything After” ha le radici ancorate alla tradizione americana, quella classica e allo stesso tempo non è mai stato un disco formalmente vecchio. E’ semplicemente southern rock cantautorale baciato dall’ispirazione del suo leader, imbevuto di un lirismo che, ad oggi nel suo genere, non teme confronti. Inizia con undici secondi di assoluto silenzio, interrotti da una chitarra elettrica poco amplificata e sin dalla prima strofa si capisce di che pasta sia fatto il signor Duritz.

“Step out the front door like a ghost
into the fog where no one notices
the contrast of white on white.
And in between the moon and you
the angels get a better view of the crumbling difference
between wrong and right

“Round Here” è semplicemente di una bellezza e di una profondità abbagliante, è l’inizio del viaggio interiore nei sogni e soprattutto negli incubi del suo autore, che vorrebbe tanto somigliare a Bob Dylan, come canta in Mr. Jones, il loro più grande successo e ad oggi il loro più grande fardello, tanto è vero che per un lungo periodo preferiscono non proporla dal vivo. Nei brani vivono personaggi femminili che spesso non si identificano in una persona reale, piuttosto sono idee di persone o semplicemente l’immaginazione di se stessi vista dagli occhi di qualcun altro. Il disco è un percorso nell’insonnia di ognuno di noi, in quello che non ci fa dormire la notte, nei rimorsi, nei ricordi e nelle complicazioni quotidiane del nostro vivere. Non è difficile riconoscersi nelle parole di una qualsiasi canzone, in cui tutto quello che vogliamo è ritrovare la strada di casa (Sullivan Street)

Take the way home that leads back
to Sullivan Street
Where I’m just another rider
burned to the ground
Come tumbling down

Oppure quando sentiamo di provare qualcosa per qualcuno e ne abbiamo paura, mentendo a noi stessi (Anna Begins)


It seems like I should say “As long as this is love…”
But it’s not all that easy
so maybe I should just snap her up in a butterfly net
Pin her down on a photograph album
I am not worried
I’ve done this sort of thing before

Non c’è solamente un momento, ascoltando il disco e leggendo i testi, in cui non ti senti di avere di fronte qualcosa di così grande da poter cambiare le tue giornate, i tuoi mesi, i tuoi anni. Eppure era semplicemente una giovane band americana che cercava il suo posto nel firmamento di stelle, un diario interiore bagnato di pioggia le cui pagine sembrano non ingiallirsi mai. E’ un disco per chi ha voglia di riscoprisi, di mettersi in gioco. E’ un disco per chi non dorme bene la notte, per chi steso nel letto riesce a vedere qualcosa in più del soffitto che gli copre la testa. Un fottutissimo disco generazionale che se ti entra dentro peserà come un macigno e prenderà il volo come fosse una piuma. Qui non ci sono idee particolarmente geniali, ma sentimenti reali, sogni che ti graffiano le mani,appagante disperazione emotiva, quella di cui tutti avremmo bisogno di tanto in tanto. E’ splendido non doversi inventare niente per essere grandi, ma lasciar uscire le cose con una chitarra, un basso, una batteria, un pianoforte e una voce che canta la propria poesia. E non è solo il mio capolavoro, è un disco così grande che non ve ne accorgerete nemmeno. Agosto e tutto ciò che viene dopo…potrebbe essere la storia di ognuno di voi. Prendetevi il vostro tempo tanto Round here we stay up very, very, very, very late.

Cover Album
Band Site
MySpace
August & Everything After [ Geffen - 1993 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bob Dylan, Hootie & The Blowfish, Son Volt
Rating:
1. Round Here
2. Omaha
3. Mr. Jones
4. Perfect Blue Buildings
5. Anna Begins
6. Time And Time Again
7. Rain King
8. Sullivan Street
9. Ghost Train
10. Raining In Baltimore
11. A Murder Of One

Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies

OASIS - DEFINITELY MAYBE
TELEVISION - MARQUEE MOON
THE AFGHAN WHIGS - GENTLEMEN
BUILT TO SPILL - THERE’S NOTHING WRONG WITH LOVE

SMASHING PUMPKINS - SIAMESE DREAM
JOY DIVISION - UNKNOWN PLEASURES
LEMONHEADS - IT’S A SHAME ABOUT RAY
MY BLOODY VALENTINE - LOVELESS

5 Votes | Average: 5 out of 55 Votes | Average: 5 out of 55 Votes | Average: 5 out of 55 Votes | Average: 5 out of 55 Votes | Average: 5 out of 5 (5 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading …

When I look at you
Oh I don’t know what thinking
once in a while
And you make me laugh

(”When You Sleep”).

È una delle poche frasi comprensibili di questo secondo album dei My Bloody Valentine, una delle poche che mi rimane nella testa, gli altri testi sono talmente sommersi nel mix che a malapena si possono percepire. Distanti. Questo Album è una pietra miliare della musica indie; quando Robert Smith lo sentì, disse che era il primo album che chiaramente ci pisciava sopra a tutti quanti. Costato 250.000,-sterline portò la Creation, l’etichetta di Alan Mc Gee sull’orlo del fallimento; questo perché il perfezionista Kevin Shields cambiò 19 studi di registrazione nell’arco di due anni e altrettanti ingegneri del suono dai quali pretendeva solo che microfonassero gli amplificatori e che schiacciassero il tasto di registrazione; eccezione unica Alan Moulder che però collaborò solo per un breve periodo. I testi sono improvvisati e Bilinda Butcher nello studio cercava di scrivere quello che pensava Shields stesse cantando. Out of focus, come la copertina.

Ne è valsa la pena perché questo è decisamente il primo album che crea un nuovo suono usando le chitarre e campionamenti di chitarre, perlopiù feedback. Shields dirà più avanti che lo ha registrato principalmente in mono, per dare un bel colpo di chitarra al centro de mix. E fu registrato in maniera molto più semplice di quello che si potrebbe pensare, niente effetti chorus o flangers, come faranno poi tutti gli shoegazers, ma semplicemente con la distorsione, gli overdub di chitarre e l’uso intensivo della leva del tremolo che da quell’effetto di sospensione e di leggero fuori tono tipico di tutto il disco.

E la distorsione di questo album è come un fuoco che brucia sotto le ceneri, un album destabilizzante rivoluzionario, onirico ed unico, un album senza tempo che ha fatto sembrare vecchio tutto quello che era venuto prima e quello che arriverà dopo.

Cover Album
Loveless [ Creation - 1991 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sonic Youth, Jesus And Mary Chain, Slowdive, Chapterhouse, Swervedriver
Rating:
1. Only Shallow
2. Loomer
3. Touched
4. To Here Knows When
5. When You Sleep
6. I Only Said
7. Come In Alone
8. Sometimes
9. Blown A Wish
10. What You Want
11. Soon

Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies

OASIS - DEFINITELY MAYBE
TELEVISION - MARQUEE MOON
THE AFGHAN WHIGS - GENTLEMEN
BUILT TO SPILL - THERE’S NOTHING WRONG WITH LOVE

SMASHING PUMPKINS - SIAMESE DREAM
JOY DIVISION - UNKNOWN PLEASURES
LEMONHEADS - IT’S A SHAME ABOUT RAY

3 Votes | Average: 5 out of 53 Votes | Average: 5 out of 53 Votes | Average: 5 out of 53 Votes | Average: 5 out of 53 Votes | Average: 5 out of 5 (3 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading …

I Lemonheads prima di “It’s A Shame About Ray” erano stati poca cosa.
Quattro dischi trascurabili, fama e grande pubblico lontani, un sound troppo legato a quell’hardcore punk portato al successo dai concittadini Husker Du e Replacements.

La storia cambia radicalmente nell’esatto momento in cui Evan Dando, ragazzo insoddisfatto dell’alta borghesia di Boston, decide di trasformare i Lemonheads da anonima band college-rock a fortunato progetto solista.
Quello che accadrà in seguito ad “It’s A Shame About Ray” avrà fatalmente l’effetto di far passare alla storia il biondo front-man come l’icona mancata di una generazione di giovani americani al tempo stesso punk e hippy, ma se accantoniamo anche solo per un attimo le storie di tossicodipendenza, i fidanzamenti illustri e i continui confronti con chi per diversi motivi icona di quei tempi riuscirà ad esserlo veramente (leggasi River Phoenix, Kurt Cobain, Eddie Vedder), ci accorgiamo che Dando prima di tutto questo è stato un ottimo songwriter.

Nel 1992 i Lemonheads da tempo non sono più una band.
Evan ha preso il totale controllo della situazione puntando tutto sul suo inespresso talento.
Le intenzioni sono chiare, questa volta o si combina qualcosa di memorabile, emergendo una volta per tutte dalla scena underground oppure si abbandonano definitivamente i sogni di gloria.
A raccolta vengono chiamati solo persone fidate senza manie di protagonismo, braccia e dita disposte ad assecondarlo in modo incondizionato, l’amica/ex girlfriend Julian Hatfield si accomoda al basso, il fido David Ryan prende in mano le bacchette.

Sarà stata la mancanza di tensioni interne, o più semplicemente la totale libertà concessa al suo principale ed unico protagonista, da quelle sessions uscirà un disco tutt’ora considerato fondamentale nel processo di svezzamento delle successive generazioni indie-rock (mettiamoci dentro anche parte del brit-pop).
La lezione di Ramones e Husker Du rimane imprescindibile nel sound del trio, ma per la prima volta non è più morboso oggetto di adolescenziali giochi di stile, diventa viceversa il punto di partenza di un suono più personale.
“Rockin’ Stroll”, “Confetti”, “Rudderless”, la stessa title-track, in tal senso sono esempi emblematici, hanno una profonda anima punk, ma tengono a freno, quasi soffocano, furia e rabbia giovanile, liberandosi in armonie solari e melodie colorate.
Accanto ad istintivi bozzetti chitarristici trovano poi spazio parentesi come “My Drug Buddy”, “Hannah & Gabi”, “Frank Mills” scarne ballate dal sapore southern-rock (Gram Parsons è un altro idolo dichiarato di Dando) che arricchiscono ulteriormente il lavoro con un tocco malinconico e riflessivo insospettabile se si analizza il cammino dei Lemonheads fino a quel momento.

La perfezione di queste tredici tracce compresse in 30 minuti (altro retaggio punk) trova totale conferma in una maturità di testi che per stesso rammarico delle “teste di limone” da quel momento in poi non concederà repliche.
Se Cobain è stato per quegli anni interprete assoluto del disagio giovanile vissuto nell’estrema provincia americana , con questo disco Dando assume il ruolo di portavoce dei figli della middle-class borghese, suggerendo come soprattutto in quei tempi destini divisi da diversi contesti sociali condividevano identiche esperienze di vita.
La noia era la stessa tanto ad Aberdeen, periferia balorda di Seattle, quanto tra i quartieri residenziali di Boston, la droga, l’isolamento, gli insuccessi sentimentali provocavano la stessa micidiale frustrazione indipendentemente dalle disponibilità economiche o dalle possibili prospettive di vita.
Da qui nascono amare confessioni, parole e testi che in più di un occasione sembrano contrastare con una musica protesa comunque alla ricerca di melodie orecchiabili e accattivanti.

Dopo questo disco, Evan Dando finirà travolto dal suo stesso successo negando di fatto la possibilità ai Lemonheads di essere ricordati come gruppo seminale degli anni ’90 al pari di mostri sacri quali , Pixies, Dinosaur Jr o Pavement .
Le alterne vicende private del suo autore non intaccano però il valore di “It’s A Shame About Ray”, disco fondamentale di quel decennio al pari di capolavori realizzati da band unanimemente riconosciute come padri dell’attuale scena indie-rock stelle e strisce.

P.s.
In questi giorni la Rhino rende nuovamente omaggio a questo “testo” fondamentale dei ’90 musicali realizzando un imperdibile versione per collezionisti.
Oltre alla track-list originale arricchita con la celeberrima “Mrs Robinson”, cover di Simon & Garfunkel già inclusa in un’altra fortunata ristampa, in “It’s A Shame About Ray (Collector’s Edition)” trovano posto “Shaky Ground”, b-side di “My Drug Buddy”, e nove versioni demo di alcuni brani contenuti nell’album.
A tutto questo, come se non bastasse, viene aggiunto un DVD, “Two Weeks In Australia”,prima disponibile solo in VHS, è una raccolta in cui si alternano video originali della band (un paio anche dal precedente “Lovey”) a performance live nella terra dei canguri.

Cover Album
Band Site
MySpace
It’s A Shame About Ray [ Atlantic - 1992 ]
It’s A Shame About Ray (Collector’s Edition) [ Rhino - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Ramones, Pixies, Buffalo Tom, R.E.M., Dinosaur JR
Rating:

1. Rockin Stroll
2. Confetti
3. It’s A Shame About Ray
4. Rudderless
5. My Drug Buddy
6. The Turnpike Down
7. Bit Part
8. Alison’s Starting To Happen
9. Hannah & Gabi
10. Kitchen
11. Ceiling Fan In My Spoon
12. Frank Mills
13. Mrs. Robinson

Bonus Material
14. Shaky Ground
15. It’s A Shame About Ray (Demo)
16. Rockin Stroll (Demo)
17. My Drug Buddy (Demo)
18. Hannah & Gabi (Demo)
19. Kitchen (Demo)
20. Bit Part (Demo)
21. Rudderless (Demo)
22. Ceiling Fan In My Spoon (Demo)
23. Confetti (Demo)

8 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 5 (8 votes, average: 4.5 out of 5)
Loading ... Loading …

Questa è la stanza, l’ inizio di tutto…dove finirà tutto? è il primo verso di “Day Of The Lords” seconda canzone di questo disco. Dopo l’ apertura di “Disorder” che pare un inno alla gioia con il suo ritmo dance e il riff iperattivo, è subito un tuffo nel vuoto che ci indica la strada verso il centro delle città dove tutte le speranze sono affondate, aspettando te con Ian Curtis che esplora gli abissi oscuri della mente umana, delle relazioni interpersonali, del fallimento, della paranoia…guardandosi dal di fuori. E siamo in mezzo alla strada lì con lui.

“There Is No Room For The Weak“ non c’è spazio per il debole, continua sempre in “Day Of The Lords” ed era iniziata la parabola inarrestabile della sua discesa che lo porterà al suicidio nel bagno di casa sua il 18 Maggio 1980, a soli 23 anni. Il tutto documentato dai suoi testi. Probabilmente è tutto più semplice di quello che si pensa, c’è chi passa velocemente sopra le cose, e c´è chi ci si perde dentro, per sempre. C’è chi non riesce a staccare. Ed a un certo punto rimane solo una via di fuga. Tutto è perduto.

Da un punto di vista musicale i Joy Division sono post-punk, dal punk prendono l’attitudine a non volere imparare per davvero a suonare gli strumenti, la fook-off attitude che si sente in qualunque registrazione dal vivo, con errori ogni due battute, con basso chitarra batteria che suonano linee semplicissime dettate dall’inesperienza ed efficaci per dare spazio alla voce baritonale di Curtis a dipingere i suoi quadri di disperazione urbana (To the center of the city where all hopes sank, waiting for you (”Shadowplay”). Le sue storie sono successe per davvero, non sono metafore o generiche. Tutto per davvero.

È uno di quei dischi perfetti, quelli che contengono canzoni da ascoltare fino allo sfinimento, perfette nella loro maestosa rassegnazione, rabbia, distacco e passione come quando Curtis si spezza la voce in “New Dawn Fades”. Poi aggiungete la produzione di Martin Hannet (il tschk-tschk in “She’s Lost Control” sembra un campionamento ma è il rumore di una bomboletta spray), le copertine di Peter Saville (la copertina rappresenta le prime 100 pulsazioni della prima pulsar scoperta e, sul primo vinile non c’era il lato A ed il lato B ma un “Outside” ed un “Inside” e sul retro alla fine dei solchi vi era inciso I’ve been waiting for a guide. Tutto pensato nel minimo dettaglio, perfetto per un capolavoro di rassegnazione. Quando Ian Curtis ci parla era tutto già successo, con un sottile e flebile filo di speranza che poi si spezzerà. Ovviamente capolavoro assoluto, attuale per sempre per come ti parla e come suona.

Cover Album
Unknown Pleasures [ Qwest - 1979 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Sound, Wire, Echo & The Bunnymen
Rating:
1. Disorder
2. Day Of The Lords
3. Candidate
4. Insight
5. New Dawn Fades
6. She’s Lost Control
7. Shadowplay
8. Wilderness
9. Interzone
10. I Remember Nothing

Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies

OASIS - DEFINITELY MAYBE
TELEVISION - MARQUEE MOON
THE AFGHAN WHIGS - GENTLEMEN
BUILT TO SPILL - THERE’S NOTHING WRONG WITH LOVE

SMASHING PUMPKINS - SIAMESE DREAM

13 Votes | Average: 4.31 out of 513 Votes | Average: 4.31 out of 513 Votes | Average: 4.31 out of 513 Votes | Average: 4.31 out of 513 Votes | Average: 4.31 out of 5 (13 votes, average: 4.31 out of 5)
Loading ... Loading …

Per molti estimatori degli Smashing Pumpkins la pietre miliare è “Mellon Collie And The Infinite Sadness” del 1995. Io invece gli ho sempre preferito e di gran lunga, “Siamese Dream” del 1993. Troppo lungo e dispersivo il primo, molto più immediato e variegato il secondo, scivola via fino alla fine liscio come l’olio, superando anche l’inevitabile cedimento finale degli ultimi brani.
Un disco completo che unisce la psichedelica buona degli anni 70 alle atmosfere shoegazer dei primi anni 90, il punk al funky, cantato con un’improbabile voce nasale e stridula a tal punto dall’essere sublime. E poi la sontuosa batteria di stampo jazz di Jimmy Chamberlin suonata con le bacchette a cucchiaio.
Una macchina sonora potente e perforante, magistralmente tenuta insieme dal re mida delle produzioni discografiche degli inizi anni 90, Butch Vig e mixate da un genio allora poco conosciuto, Alan Moulder.

Eppure il disco non era nato sotto i buoni auspici: Billy Corgan (voce e chitarra) soffriva di gravi crisi depressive che lo avevano spinto sull’orlo del suicidio. Jimmy Chamberlin invece faceva uso massiccio di droghe pesanti. James Iha (chitarra ritmica) e D’Arcy Wretzky (basso) si erano appena lasciati e suonavano senza nemmeno rivolgersi lo sguardo.
Poi la tirannia di Corgan, ossessionato dalla perfezione del suono, lo portava spesso a sovrascrivere le linee di chitarra e basso di Iha e D’Arcy, causando non pochi malumori.
Dopo l’inaspettato successo del primo disco del 1991, “Gish”, anch’esso prodotto da Butch Vig, la Virgin riponeva grandi speranze sul secondo disco ed esercitava parecchia pressione sulla band sull’orlo di una crisi di nervi, non agevolando certo il risultato finale.

Eppure bastano pochi giri nel lettore che subito si intuisce che si sta per ascoltare un capolavoro della musica rock. Una rullata di batteria un po’ stralunata ed un crescendo di chitarra ci proiettano con una specie di marcia in “Cherub Rock”, prima traccia dell’opera. Un autentico muro di chitarre incise della batteria di Chamberlin e dalle crepe vocali di Corgan.
Poi una chicca di rara bellezza: una sorta di macchina sonora, un motore a scoppio di chitarre muove un veicolo sonoro nella canzone il cui titolo sembra essere un paradosso: “Quiet”. E’ tutto tranne che tranquillo il brano in questione.
In realtà la ballata sta per arrivare, introdotta da un leggero ed impercettibile riff, un autentico inno delle zucche: “Today”.
Today is the greatest
Day I’ve ever known
Can’t live for tomorrow,
Tomorrow’s much too long
I’ll burn my eyes out
Before I get out

La canzone che preferisco è però la successiva “Hummer”. Comincia lentamente con atmosfere vagamente lisergiche, ricordando qualcosa dei King Crimson. Nello stesso modo all’improvviso le chitarre non possono che irrompere. Il brano si estende e lascia lo spazio ad un finalino di alcuni minuti che è la quintessenza della psichedelica aggiornata di 20 anni: una batteria appoggiata accompagna gli strumenti verso un volo pindarico inarrivabile.
La sensazione che si ha è che tutto sia al posto giusto e che abbia la giusta durata e ritmo. Eppure non è ancora arrivato il singolone da MTV (”Racket”) e nemmeno la canzone che tutti canteranno, dai mendicanti in metropolitana ai ciellini nelle scampagnate sui prati nelle gite fuoriporta: “Disarm”.
Disarm you with a smile
And cut you like you want me to
Cut that little child
Inside of me and such a part of you
Ooh, the years burn

I used to be a little boy
So old in my shoes
And what i choose is my choice
What’s a boy supposed to do?
The killer in me is the killer in you
My love
I send this smile over to you

Dopo tanta intesità l’album cede nel finale, ma lo fa con enorme dignità nella quale si fa a tempo ad assaporare la ballata delle chitarre impazzite, “Maionese”, un nuovo macchinone scenico dal titolo non romantico “Silverfuck” e la conclusiva “Luna” che dolcemente ci conduce verso la fine dell’album.

Un disco sopraffino ed elegante a tal punto che non sembra nemmeno americano. Nulla infatti ha a che spartire con il frettoloso accostamento al grunge che impazza all’epoca, né con le produzioni rumorose, sconclusionate e banali d’oltre oceano del periodo.
Riascoltandolo a distanza di anni brilla della stessa luce di un tempo e fa virare pesantemente il vostro woofer.

Elegantemente essenziale.

Cover Album
Band Site
MySpace
Siamese Dream [ Virgin - 1993 ] - BUY HERE
Similar Artist: Placebo, Jane’s Addiction
Rating:
1. Sparrows
1. Cherub Rock
2. Quiet
3. Today
4. Hummer
5. Rocket
6. Disarm
7. Soma
8. Geek U.S.A.
9. Mayonaise
10. Spaceboy
11. Silverfuck
12. Sweet Sweet
13. Luna

SMASHING PUMPKINS su IndieForBunnies:

Recensione “ZEITGEIST”

Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies

OASIS - DEFINITELY MAYBE
TELEVISION - MARQUEE MOON
THE AFGHAN WHIGS - GENTLEMEN
BUILT TO SPILL - THERE’S NOTHING WRONG WITH LOVE

10 Votes | Average: 4.3 out of 510 Votes | Average: 4.3 out of 510 Votes | Average: 4.3 out of 510 Votes | Average: 4.3 out of 510 Votes | Average: 4.3 out of 5 (10 votes, average: 4.3 out of 5)
Loading ... Loading …

Avevo bisogno di correre a perdifiato. Una corsa senza senso, veloce, rabbiosa. Ne avevo bisogno, era un pensiero incessante: volevo sentire di nuovo il sangue inondarmi le guance, la pelle pizzicare, avere il fiatone, di quelli enormi che desidereresti avere un forno industriale al posto della bocca per imbarcare tutta l’aria fresca del mondo. Me le ricordavo le partite infinite a calcio sul campetto di cemento dietro la scuola, avrò avuto 13 anni, le porte con le reti bucate, oltre i larici era ‘fuori’, le ginocchia sbucciate, la camicia stropicciata fuori dai jeans e l’impressione che il mondo finisse lì, in quel rettangolo grigio di felicità. Mentre scruto una cicatrice vecchia come i ricordi penso che tra queste sensazioni s’innestano le montagne di chitarre e il cuore grande dei Built To Spill.

Dire quale sia il loro miglior disco è impossibile, non avendone sbagliato uno che fosse uno nella loro quasi ventennale carriera. Scelgo questo, anno 1994, il rock prendeva strane strade autodistruttive mentre a Boise, Idaho, Doug Martsch faceva un lavoro sul suono che solo i Dinosaur Jr. avevano osato prima. A guardarlo non gli daresti due lire in mano, o forse sì, visto che il barbone cespuglioso che gli copre il viso abbinato ad un’ostinata voglia di farsi crescere i capelli lì dove pare impossibile che cresca un filo d’erba lo fa sembrare un mendicante, di quelli circonfusi di un alone mistico, con quello sguardo preciso che punta oltre la visione diretta per afferrare un fantasma visto in lontananza. Un ragazzino e i suoi sogni perfetti nel corpo ubriaco di un settantenne attempato e disgustato dalla vita e dai suoi compromessi sterili. E quella voce dalla voluttà angelica, infantile, gentile, tagliente, sogno caramellato uscito difettoso e lasciato ad essiccare sul sedile lercio di un pick-up dimenticato in un parcheggio assolato.

Prendere i Beatles farli andare fuori di testa facendoli perdere per i vortici sonori dei Pink Floyd mentre bevono succo d’arancia con Jimi Hendrix, catapultarsi a rotta di collo nella giornata di sole più incredibile che tu abbia mai visto mentre nuvole nere ti rincorrono; ovunque risuonare e mai più odiare, un lampo elettrico di speranza, mezz’ora di possibilità, cedere un sorriso al frastuono: questo e altro qui dentro.
Un suono visceralmente emozionante, mai sentimentale, epici assoli di chitarra sempre alla ricerca di una melodia da sparare in orbita, pasta informe che si modella nella carne, stasera è maggio, brulica la strada di voglia di crescere.

Pavement, Modest Mouse, Dinosaur Jr., Death Cab For Cutie, Sebadoh, Rival Schools, Guided By Voices, Sunny Day Real Estate: dimenticateli, scomponeteli, metteteli in una centrifuga molecolare e fateli girare alla velocità della luce. Poi fermati un istante e ascolta “Car”, “Cleo”, “Some”, “Reasons”, accantona le cazzate e celebriamo insieme quello che sta succedendo ora.

I Built To Spill rientrano tra quelle tre, quattro cose per cui vale la pena vivere. In un mondo senza inchiostro Doug Martsch scrive poesie con la chitarra ed entra di diritto a far parte dei più grandi chitarristi della storia.
Un giorno mi addormenterò nelle casse dei Built To Spill e non mi svegliarò mai più, sognerò con tutto il loro suono nelle orecchie, troverò il coraggio dei gesti persi per sempre.
Ora sono pronto, provate a fermarmi.

Cover Album
Band Site
MySpace
There’s Nothing Wrong With Love [ Up - 1994 ] - BUY HERE
Similar Artist: Dinosaur Jr., Pavement, Modest Mouse, The Beatles, Death Cab For Cutie, Pink Floyd
Rating:
1. In The Morning
2. Reasons
3. Big Dipper
4. Car
5. Fling
6. Cleo

7. The Source
8. Twin Falls
9. Some
10. Distopian Dream Girl
11. Israel’s Song
12. Stab
5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 votes, average: 4.6 out of 5)
Loading ... Loading …

Nell’era della musica digitale, liquida, informe, riscopriamo un disco da ascoltare, osservare, leggere, sfogliare.
Un album che ci racconta molteplici storie, l’eterna lotta di lei e lui negli amori più controversi e dolorosi, conseguenze pesanti sul fisico e sul morale, coinvolgimenti fino alle sfere più profonde dell’anima. Per poi chiudersi con un quesito esistenziale, scritto in lingua italiana alla fine del booklet: quanto dista? Quanto tempo?.
No amici, non scaricatevi “Gentlemen” degli Afghan Whigs, comprate il CD! E’ stato concepito così senza mezzi termini, tanto che una volta inserito nel lettore per leggere i titoli delle canzoni si è costretti a sfogliare il libricino.
Colpisce la sequenza di fotografie della copertina, che ritrae dei bambini che interpretano gli adulti, una storia che finisce e lui, dubbioso, che se ne va.

Il disco è uscito nel 1993 quando al British Pop dilagante si contrapponeva il Grunge americano. Pur nascendo da quest’ultima matrice generatasi attorno all’etichetta Sub Pop di Seattle, gli Afghan Whigs non hanno nulla a che spartire con le sonorità delle rock band con le camicie di flanella.
Greg Dulli, il leader del gruppo di Cincinnati, ha una inclinazione soul e blues che conserva nelle sue estremizzazioni rock. Il risultato è un suono molto saturo di chitarre con la batteria sincopata trascinata dal basso e condotta da una voce roca ed urlata.
Il capolavoro però scaturisce dalla combinazione di molti fattori e non da un singolo acuto: infatti è tutta l’atmosfera del disco che cattura e coinvolge.

Il disco si apre con “If I Were Going”, con il rumore del vento ed una chitarra che si tira dietro la voce sbiascicata e anticipa con alcuni versi il tema di una canzone epica che seguirà qualche traccia più tardi.
Poi un break di chitarre ed arriva la prepotente “Gentlemen” da incorniciare:
Your attention, please
Now turn off the light
Your infection, please
I haven’t got all night
Understand, do you understand?
Understand, I’m a gentleman

Quel pizzico di supponenza da rockstar, ci trascina nella struggente “Be Sweet”, che racconta quanto sia dura la vita del tombeur de femmes quando ferisce a morte la sua preda:
Now that I’m ashamed, it burns
But the weight is off
Now that you’re out of the way
I turn and I can walk
You showed no sympathy, my love
And this was no place for you and me to walk alone

Poi il capolavoro, con quel titolo che sembra il nome di una compagnia aerea Low Cost ma che in realtà significa affascinante, gioviale, disinvolto, cioè “Debonair”. Era nell’aria nell’incipit del disco ma quando arriva lascia senza parole. Persino l’uso del Clap hands, un effetto dozzinale e d’altri tempi, riesce a non stonare. La batteria sembra percorrere una strada parallela a tutti gli altri strumenti, ma in realtà li tiene insieme. E poi le parole di quell’uomo verso questa (o quella) donna…
Hear me now and don’t forget
I’m not the man my actions would suggest
A little boy, I’m tied to you
I fell apart
That’s what I always do
This ain’t about regret
My conscience can’t be found
This time I won’t repent
Somebody’s going down

La tristezza sublime di “When We Two Parted” che sembra una rivisitazione rallentata di “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division colpisce davvero. Una slow song, anch’essa con una batteria inappropriata ed una voce che prima sussurra ed infine urla il suo dolore:
Baby you can open your eyes now
And please allow me to present you with a clue
If I inflict the pain
Then baby only I can comfort you
Out of the night we come
And into the night we go
If it starts to hurt you
Then you have to say so

A questo punto il disco potrebbe anche finire così, sarebbe già sufficiente.
Ma in realtà ci sono ancora 6 canzoni altrettanto intense che per ragioni di ritmo della recensione dobbiamo evitare di scomporre e sottoporvi.

Gli Afghan Whigs sono stati un gruppo impegnativo, difficile da ascoltare con quel loro sound spigoloso e saturo. Per questo nemmeno il fatto di incidere per una major, la Elektra, ha contribuito ad inserirli nel mainstream.
Ma proprio il loro stare “al di fuori” fa si che debbano stare assolutamente all’interno della nostra discografia.
Chi ci legge da sempre questo disco ce l’ha già e lo riscoprirà. Chi invece è giunto qui per caso è bene che colmi la sua lacuna. E risponda alla domanda:
quanto dista? Quanto tempo?.
INIMMAGINABILE.

Cover Album

Gentlemen [ Elektra - 1993] - BUY HERE
Similar Artist: Screaming Trees, Buffalo Tom, Dinosaur Jr, Twilight Singers, Afterhours
Rating:
1. If I Were Going
2. Gentlemen
3. Be Sweet
4. Debonair
5. When We Two Parted
6. Fountain And Fairfax
7. What Jail Is Like
8. My Curse
9. Now You Know
10. I Keep Coming Back
11. Brother Woodrow / Closing Prayer
9 Votes | Average: 5 out of 59 Votes | Average: 5 out of 59 Votes | Average: 5 out of 59 Votes | Average: 5 out of 59 Votes | Average: 5 out of 5 (9 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading …

Nel 1968 il mondo bruciò. Jimi Hendrix, i Doors, Janis Joplin e tanti altri lisergici musicisti fecero da colonna sonora. Si liberarono le menti. Si liberarono i corpi. Il mondo era spaccato in due ed uno stato di tensione da “ultimi giorni” percorreva le schiene degli uomini. Per la prima volta pareva possibile un cambiamento dello status quo e tutti si sentivano in grado di partecipare a questo immenso rivolgimento. Nove anni dopo ci si accorse che il fumo che avvolgeva quei sogni si era diradato come la nebbia del mattino. O forse qualcosa era mutato per davvero, ma come insegna Tomasi di Lampedusa Tutto cambia affinchè nulla cambi.

Sta di fatto che ci si trovava al punto di partenza. Anzi peggio. Gli Stati Uniti venivano dalla loro più cocente sconfitta militare. In Italia iniziava una delle stagioni più buie della Repubblica. In questo contesto esplodeva la rabbia iconoclasta dei giovani d’oltre manica e d’oltreoceano. Era il punk. Erano i Sex Pistols e i Clash. Ma non solo. L’impotenza si trasforma spesso in alienazione. New York è allora la città perfetta per esprimersi. I Talkin Heads, Brian Eno, i Suicide, i Motorhead, i Ramones e…..i Television.

La band capitanata dal carismatico Tom Verlaine irruppe sulla scena rock con un impasto di chitarre mai sentito prima, taglienti, organiche, ritmiche. Canzoni di devastante bellezza. Nitide nella costruzione. Disperate nell’avvilupparsi attorno ad accordi di chitarre distorte ed impetuose. Su tutto la voce appassionata e lacerata di Verlaine, fantasma impazzito, vagabondo sbilenco di notti acide e deformate. Jagger che incontra Lou Reed e lo irride impazzito. Delirio e folle lucidità si scontrano e si amano. Ne esce un album seminale. Un disco che farà epoca e proseliti in tutto il Mondo. Se oggi uscisse un lavoro del genere si griderebbe al miracolo. Si discuterebbe a lungo su un modo nuovo e geniale di fare rock.

Eppure sono passati trent’anni e ci si stupisce per molto meno. Quasi una maledizione quella di Television, condannati per chissà quale strano motivo all’anonimato. O quanto meno ad un ascolto di nicchia. Ingiustizie ed incomprensioni della Storia. Nonostante ciò appare chiaro il debito pagato da tre quarti delle rock band più in tiro oggi. Ma non fa nulla. Il valore di questa band non viene scalfito dalla dimenticanza. ‘Elevation’, ‘Venus’ o la lunga danza di “Marquee Moon” sono pezzi scolpiti con l’elettricità più ispirata nella storia del rock.

Per non parlare di “Torn Curtain”, gioiellino che chiosa “Marquee Moon”. Mi sbilancio nell’affermare che è una delle canzoni più incredibili che abbia mai ascoltato. Uno di quei brani che fanno respirare a pieni polmoni l’aria maledetta di quella malattia che è il rock’n'roll. Pezzo assolutamente strepitoso, dove la disperazione stralunata di Verlaine si unisce alla distorsione più melodica e psichedelica mai sentita. Il lungo assolo finale di chitarra di Richard Lloyd è di quelli che scuotono e incitano a suonare uno strumento. Sonic Youth, Pavement, Interpol e tanti altri ben hanno saputo da dove attingere.

Non una canzone fuori posto. Nessun passaggio a vuoto. Le luci di New York, i fumi che placidi annebbiano le strade buie, la frenesia con la voglia di bellezza latente: tutto esplode e rimbalza in questi 11 furori sonici. Un disco da avere per non essere fregati da bluff truccati da falso genio. Un disco per toccare con mano la Storia del rock.

Cover Album
Marquee Moon [ Elektra - 1977 ] - BUY HERE
Similar Artist:: Velvet Underground, Rolling Stones, Pere Ubu, Patti Smith
Rating:
1. See No Evil
2. Venus
3. Friction
4. Marquee Moon
5. Elevation
6. Guiding Light
7. Prove It
8. Torn Curtain
13 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 5 (13 votes, average: 4.54 out of 5)
Loading ... Loading …

Fine agosto 1994. Ero reduce dal mio secondo e per ora ultimo Reading Festival dove avevo visto tra gli altri gli Afghan Whigs, Therapy?, Echobelly e Red Hot Chili Peppers.
Mi ero preso qualche giorno per stare un po’ a Londra, posto dove si bazzica sempre volentieri se si ama la musica. Da Sister Ray, a Soho, ho visto che sballavano degli scatoloni pieni di CD di una band che avevo sentito nominare dal Melody Maker, gli Oasis. Mi colpiva il titolo “Definitely Maybe”, definitivamente forse: bello questo contrasto tra il certo e l’incerto! Poi la foto, con Liam sdraiato sul pavimento a doghe grezze di legno, Noel sul divano che suona la sua Epiphone DR-100, un mappamondo gonfiabile che mi sa di “il Grande Dittatore” dove Charlie Chaplin scimmiotta il regime tedesco che fu. Sullo sfondo gli altri membri della band, Paul “Guigsy” McGuigan (bassista), Paul “Bonehead” Arthurs (chitarra ritmica), Tony McCarroll (batteria). Una sorta di lettera d’intenti da parte dei fratelli Gallagher, la voglia di conquistare il pianeta con i loro modi bizzosi.
Ho chiesto al negoziante notizie del disco e del gruppo e mi ha risposto: is the best band ever dicendo band con la “A”. Pur pensando al celebre detto “non chiedere all’oste se il vino è buono” ho comprato, a scatola chiusa. Non poteva sbagliare più di tanto.

In effetti c’erano tutte le premesse per il successo. L’etichetta era la Creation di Alan McGee che aveva tra i suoi artisti i Primal Scream, Jesus And Mary Chain, My Bloody Valentine ed i Ride.
Eppure la nascita del disco è stata travagliata: il produttore inziale Dave Batchelor che Noel conosceva dai tempi in cui faceva il roadie per gli Inspiral Carpet è stato allontanato nel corso della registrazione del disco perché non soddisfava il desiderio di Noel di avere un suono molto “live”. Affiancato da Marc Coyle (Stone Roses, Happy Mondays) Gallagher usava il trucco di registrare la base di basso, batteria e chitarra ritmica e poi sovrincidervi la sua Epiphone Sheraton, cosa che Owen Morris, il produttore finale, distrusse e rimise insieme per il missaggio finale.

Il disco mi è piaciuto praticamente all’istante, con quel suo suono grezzo, quasi demo, e quello sfondo di chitarre talvolta pesanti, passate indenni attraverso le varie vicissitudini di produzione, tenute insieme da quel singer che cantava a bocca spalancata.
Un pezzo della cool britannia di quell’epoca è ben rappresentato in quest’opera che non manca certo di quella presunzione e supponenza che il popolo colonizzatore per eccellenza ha sempre trasmesso.
Prendiamo ad esempio “Supersonic” forse una canzone best-ever per gli Oasis:
I need to be myself
I can’t be no one else
I’m feeling supersonic
Give me gin and tonic
You can have it all but how much do you want it?

Voglio essere me stesso, non potrei essere nessun altro, mi sento supersonico…. Ho reso l’idea?

L’incipit del disco è potente, prorompente. E, appunto, con il naso verso l’alto. “Rock ‘n Roll Star”.
Poi la più “allungata” “Shakermaker”, ispirata ad un giocattolo degli anni 70, citato anche dai Jam, la band preferita di Noel G.
“Live Forever” è ancora un volta una classica canzone pop, ispirata dalla canzone dei Rolling Stones “Shine A Light”. La base è molto semplice, un batteria sincopata apre la traccia seguita dalla struttura di chitarre già descritta. Il testo mette di buon umore, è ottimista, riconciliante, ci toglie dallo stomaco la pesantezza del grunge che impazza nel periodo.

“Cigarettes And Alcohool” è un up-tempo dedicato alla working class britannica che sballa per evadere dalla monotonia quotidiana:

You could wait for a lifetime
To spend your days in the sunshine
You might as well do the white line

“Slide Away” è la perfect (brit) pop ballat: un riff di chitarra quasi sovresposto parte tirandosi dietro tutti gli altri strumenti ed è interrotto solo da un urlo sguaiato di Liam che intona in realtà una romanticissima canzone:

Now that you’re mine
We’ll find a way
Of chasing the sun
Let me be the one, that shines with you
in the morning, I don’t know what to do

Per i veri collezionisti consiglio di procurarsi i singoli che hanno gravitato attorno a questo disco perché vi sono alcune B-sides davvero notevoli.

In tutti i suoi aspetti “Definitely Maybe” rappresenta un disco perfetto per descrivere il british pop con le sue espressioni irriverenti, anticonformiste, scanzonate. E’ come una di quelle immagini del booklet di “Quadrophoenia”: guardandola si capisce che è stata scattata in Inghilterra. Le strade un po’ sgarrupate, le case di mattoni rossi con gli infissi in legno verniciato di verde scuro.
Nel suo suonare sporco e difettoso il disco rasenta il superlativo. E la Union Jack sventola sovrana nei cieli del mondo.
Britannico.

Cover Album
Band Site
MySpace
Definitely Maybe [ Creation - 1994 ] - BUY HERE
Similar Artist: Paul Weller, The Jam, Inspiral Carpets, Ride, The Stone Roses
1. Rock ‘n’ Roll Star
2. Shakermaker
3. Live Forever
4. Up In The Sky
5. Columbia
6. Supersonic

7. Bring It On Down
8. Cigarettes & Alcohol
9. Digsy’s Dinner
10. Slide Away
11. Married With Children

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.