MySpace Generation


6 Votes | Average: 4.83 out of 56 Votes | Average: 4.83 out of 56 Votes | Average: 4.83 out of 56 Votes | Average: 4.83 out of 56 Votes | Average: 4.83 out of 5 (6 votes, average: 4.83 out of 5)
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La buona musica ti trova sempre. Ti rintraccia in qualche modo e si fa sentire di brutto. Anche quando avevi deciso che per più di un mese con l’indie non avresti avuto più niente da spartire ecco qua che qualcosa succede. Una band di cui ti eri completamente dimenticato spunta fuori dal nulla travestitosi da cassetta delle poste per l’occasione e ti rovescia i concetti di realtà e te li confonde, brucia, sfuma con la sua psichedelia. L’etichetta è la Beyond Your Mind (The French Semester, già trattati su Indieforbunnies) e il suono è quello di quattro ragazzi “in love con il mondo” e con una voglia di celebrare ciò che di bello i nostri occhi riescono ancora a vedere. Concetto molto legato al passato e al folk forse ma non fa niente. Questa è buona musica e ti ha trovato ancora una volta. Sonorità pulite ma intrecciate in una sorta di inno, salmo, sermone cantato e applaudito e ballato. Rock che non appartiene a una corrente precisa perché è rock e non ha tempo. In attesa del nuovo disco dei Verve, questo è il miglior viatico per non entrare in crisi. Niente mode, niente jeans ultra stretti. Sonorità legate agli States dei fratelli Cobb e a quelle ancora più oscure dei Black Rebel.

Ho ancora le orecchie che mi fischiano dopo “Inbetween Everything”, cazzo.

Psych-pop e margherite.

Slide guitars e profumo di incenso.

La buona musica, quando ti trova lei per prima, va celebrata a tutto volume.

Cover Album
MySpace
Psalms, Hymns & Spiritual Songs [ Beyond Your Mind - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Dolly Rocker Movement, The Verve, The Cobbs, Black Rebel Motorcycle Club
Rating:
1. Nature Boy
2. Let It All Go
3. Don’ Get Hung Up
4. What A Wonderful World
5. Getting By
6. Inbetween Everything
7. Nothing To Say
8. Beginnings and Ends
9. Subliminalover
10. Nothings Cliché
11. Better Day
12. No Tomorrow
9 Votes | Average: 4.56 out of 59 Votes | Average: 4.56 out of 59 Votes | Average: 4.56 out of 59 Votes | Average: 4.56 out of 59 Votes | Average: 4.56 out of 5 (9 votes, average: 4.56 out of 5)
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Minimalista, tragica e lenta. Così a volte è la vita. Guardi le nuvole che si muovono a scatti verso direzioni ignote e pensi che vorresti cavalcarle fino all’infinito, immerso nell’elettricità del vento.

Sempre affogate dentro un perenne autunno, le persone girano in loop fino a che non si rendono conto che alcune cose fondamentali gli sono sfuggite di mano. Questi pensieri che mi stavano conducendo verso un inesorabile e gustoso barattolo da 5 chili di Nutella mi vengono perché da Baltimora mi è arrivato un disco, tendente all’autodistruzione ma sostanzialmenteu un piccolo capolavoro.

Minimalista, tragico e profondo: “Sing To Me Slower” dei Kadman, un debut marchiato col vapore caldo di una tristezza infinita e di un suono acustico compatto, romantico e leggermente psichedelico. Penna pesante quella di David Manchester, che piega tutte le sue sensazioni verso la fitta nebbia a cui ci hanno abituato i Band Of Horses in alcune loro ballate e la sua voce si avvicina pericolosamente a quella di Maynard James Keenan (che incredibilmente, stando alla non sempre attendibilissima Wikipedia, si è messo a fare il vino adesso N.d.R.).

Disegnata con forti tinte nere, la musica dei Kadman rappresenta paesaggi fermi nel tempo, dove a muoversi sono solo le foglie degli alberi portate via dal vento. Epico nel vero senso della parola, la musica di questa produzione indipendente sembra riemergere dall’oceano in maniera monumentale. Sicuramente la segnalazione MySpace della settimana.

Cover Album
Band Site
MySpace
Sing To Me Slower [ SLOBOR Media - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Gravenhurst, Damien Rice, David Gray
Rating:
1. Blue Walls
2. Diesel
3. Red Lights
4. Raise The Curtain
5. Sorry
6. Cleveland
7. New Year’s Day
8. No One
9. Honeymoon’s End (For Kim)
10. Wake Up
11. Goodnight
7 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 57 Votes | Average: 4 out of 5 (7 votes, average: 4 out of 5)
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Il viaggio è la metafora della vita. Non è molto importante dove si arriva alla fine ma la chiave di tutto è il viaggio in sé.

Sono seduto dentro un vagone di un treno che va a Plymouth e che viaggia su binari in bilico sul mare. Il cielo è veramente pesante ed è gonfio di post rock. Talmente gonfio che le cuffie che pompano musica nel mio cervello sono solo uno specchio che riflette la poca luce che filtra dai finestrini. I Ghost Of The Russian Empire invece sono in bilico tra “Ok Computer” dei Radiohead e “( )” dei Sigur Ròs. Hanno polverizzato un sogno e ne hanno nascosto i frammenti in mezzo all’elettricità di una musica che sembra non avere una fine precisa. Progressive da ascoltare con la massima accuratezza perché ricco di sfumature.

Questo disco si muove lento come un gigantesco animale preistorico dalle zanne lunghe e dagli occhi stanchi. Ha momenti di rabbia e nervosismo e altri spiritualità e calma. Rispetto all’EP di debutto va detto però che i Ghost Of The Russian Empire hanno perso un po’ dell’effetto sorpresa che tanto mi aveva paralizzato la mente al primo ascolto. “The Mammoth” è un ottimo viatico per riconciliarsi almeno in parte con la musica rock, intendiamoci, ma è altresì vero che la musica proposta dal gruppo di Austin non è proprio roba leggera e difficilmente troverà posto tra i vostri ascolti più volte nell’arco della giornata. Resta comunque un impasto sonoro eccellente anche se piuttosto monotono eccetto alcuni “cambi di umore” che rendono ancora piùfine il lavoro di una buona penna shoegazer. Sembra di ascoltare sempre la stessa canzone a volte, pur’essendo un’ottima canzone.

Strano ma vero. Una band che se trova un modo diverso di proporsi durante la tracklist dei propri dischi, di volta in volta, potrebbe diventare veramente qualcosa di grande. Ecco cosa sono i Ghost Of The Russian Empire. Io sono ancora seduto dentro questo treno che adesso sta attraversando una verdissima campagna nel Devon. E’ uscito anche un po’ di sole addirittura. Le nuvole si sono sgonfiate di post-rock.

Cover Album
Band Site
MySpace
The Mammoth [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Ròs, Kashmir, Hope Of The States
Rating:
1. A Decade Without Death
2. Hammer Hands
3. Mandroid
4. Dark
5. The Winter Soldier
6. Dresden
7. In The Borough Of A Beast
8. Bleeding Machines
9. The Black Mark
10. Mammoth
11. The White Sea
12. The Butcher

GHOST OF THE RUSSIAN EMPIRE su IndieForBunnies:

Recensione “WITH FIERCEST DEMOLITION [EP]”

3 Votes | Average: 3 out of 53 Votes | Average: 3 out of 53 Votes | Average: 3 out of 53 Votes | Average: 3 out of 53 Votes | Average: 3 out of 5 (3 votes, average: 3 out of 5)
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Io i gruppi come questo li odio.

Cazzo come li odio. Quando vedo le cantanti delle Pipettes o i Long Blondes esibirsi tutti contenti della vita e felici come se fossero riusciti finalmente a prendere a calci tutti insieme Michael Bublé, mi viene una rabbia. Intendiamoci, un bel calcio in culo a Michael Bublé glielo darei volentieri pure io (ci mancherebbe), ma se fai rock devi essere scontento, quasi depresso e protestare e puzzare e farti crescere un po’ di barba e dire al mondo di andare a farsi fottere perchè solo tu hai capito come funziona la questione e cose del genere. Poi però mi ricordo che quello che va detto va detto e allora scrivo che questo è un gruppo che non ascolterò forse mai più ma che è indubbiamente valido.

Trascinante (nel senso che i piedi sul pavimento a ritmo li batterai per forza) solare, candindo e ottimistico come il sorriso di Bruno Pizzul. “Necklace” EP dei The Hussy’s non puzza neanche un po’, non ha la barba e…forse non è rock, ma non importa. Retró indie pop targato anni sessanta, dove tutto brilla ed è estremamente curato nei particolari. Una voce femminile che non puó non metterti di buon umore e un ritmo che ti entra nella parte più annodata del cervello (“Sunday Morning”). Backing vocals che fanno tuu tu tu tu tu tu tuuuu (e guardate che ho contato persino i “tuu” stavolta) e magari una puntata di “Happy Days” in televisione quando finite di ascoltare il tutto.

Fine descrizione del disco, adesso metto su qualcosa di veramente perturbante per riequilibrare l’atmosfera della stanza.

Cover Album
MySpace
Necklace (EP) [ Norman - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Long Blondes, The Pipettes, New Pornographers
Rating:
1. Sunday Morning
2. Jesus
3. Rock Steady
4. Sister Mary Jo
3 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 5 (3 votes, average: 4 out of 5)
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Il fatto di percorrere la strada dello shoegazer ti da qualche scelta. Puoi alzare le distorsioni e il gain dell’amplificatore al massimo, e ripetere un riff catchy fino al punto di farlo sembrare la cosa migliore mai suonata da essere vivente (vedi Jesus And Mary Chain, Raveonettes, Ringo Deathstarr…) oppure, in aggiunta a quello appena detto, puoi riempire tutti i vuoti e gli spazi bianchi del suono con rumori alieni fino a generare una musica storta e non terrestre. Voci, rumori, suoni di campanelli, pianti di neonati, tastiere che non si sa bene cosa stiano suonando…tutto mischiato allo zucchero a velo.

Questi tre ragazzi, Eric, Mike e Matt che sono una combinazione strana tra Yo La Tengo, Grandaddy e Wolf Parade. Un casino. Veramente un casino da seguire con attenzione. Se si potesse disegnare la musica questa produzione sarebbe una sorta di scarabocchio infantile pieno di linee e di cerchi. Una musica fatta da ragazzi che hanno passato da poco la soglia dei vent’anni e che, immersi nella frustrazione di chi si sente in trappola, cerca di disegnare al meglio la propria situazione attraverso gli strumenti e le idee migliori che gli possano venire in mente. La confusione psichedelica che si percepisce da questo disco fa sorridere e mette di buon umore.
Bel gruppo.
Bel disco.

Cover Album
MySpace
As An Anorexic’s Six Sicks Exit [ autoprodotto - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Handsome Furs, Pavement, My Bloody Valentine
Rating:
1. Them Plaesures Of The Flesh
2. Anomie’s The Enemy
3. What?
4. Jackie O
5. A Frozen Lake
6. Bad Thing
7. This Is Far From A Belle Epoque
8. Eyes, Foreign Eyes
9. The Lonliness Of The Short Distance Walker
10. I’ll Stop Swimming When I Drown
6 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 5 (6 votes, average: 3.83 out of 5)
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Cammino per Myspacelandia già da una mezz’oretta ma non trovo niente di interessante. Il sole è verde come al solito e l’aria è fresca. Poi, a un certo punto, quando sono già pronto a levarmi la maschera nera da coniglio e tornarmene a piccoli saltelli nel mondo reale mi imbatto in una canzone fantastica: “5 Verses”.

Una drum-machine in loop e una chitarra elettrica che mozzica piccoli riff per una storia d’amore raccontata in una maniera che più lo-fi e romantica non si può. Le orecchie di tutti i conigli che sono nei paraggi si alzano incuriosite dalla melodia e improvvisamente vedo dall’altra parte questo soggetto che mi fissa col nasone e gli occhiali e una pettinatura perfettamente degna di una denuncia ai carabinieri.

Jeremy Warmsley a prima vista (ma anche a una seconda vista e ovviamente anche a una terza) sembra un secchione dalla faccia allungata, uscito sconfitto da una battaglia contro gli anni ottanta. La sua musica invece è un perfetto incrocio tra la leggerezza compositiva pop di un norvegese d.o.c. come Sondre Lerche e un miscuglio di generi e sensazioni targato Beck Hansen. Graham Coxon non punk pop ma qualcos’altro. Qualcosa di più sofisticato. Campanelli, cori angelici, stop and-go, un pianoforte suonato bene, campionamenti (tanti campionamenti) e un gusto per l’orchestralità veramente ammirabile. Ho l’impressione di trovarmi di fronte a un ragazzo che ha ascoltato i Queen e i Beatles per gran parte della sua vita e poi improvvisamente dopo aver comprato i primi due dischi di Beck ha provato ad unire questi tre elementi, ma senza una vera band alle spalle. Solo con l’aiuto di un computer e di qualche amico che disgraziatamente capitava per caso nei pressi di casa sua. Qualche ragazzo che di pomeriggio ha provato a suonare il campanello sulla porta per scroccare a Jeremy una merendina e una tazza di latte freddo per merenda e si è ritrovato invece, senza neanche sapere perché, qualche strano strumento mezzo rotto tra le mani e Jeremy che gli dice “Adesso mi devi aiutare a finire un brano”. Il risultato però è più che convincente (continua a venirmi in mente anche Ariel Pink). Una promessa che verrà presto mantenuta. Ne sono sicuro. Il seguito di “The Art Of Fiction” è già pronto, anzi, forse è già uscito ( a seconda di quando avrete davanti agli occhi questa pagina). In tutti e due i casi, comunque, vi consiglio di segnarvi da qualche parte il nome di questo ragazzo.

Cover Album
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Art Of Fiction [ Transgressive - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sondre Lerche, Grandaddy, Belle And Sebastien
Rating:
1. Dirty Blue Jeans
2. I Promise
3. I Knew That Her
Face Was A Lie
4. 5 Verses
5. The Young Man
Sees The City As A Chessboard
6. I Believe In The Way You Move
7. Jonathan & The Dark Tree
8. Modern Children
9. A matter Of Principle
10. If I Had Only
11. Hush
5 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 5 (5 votes, average: 3.4 out of 5)
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C’è uno strato sottile di ghiaccio.
E poi tutti sti conigli viola e rosa e neri e blu che un giorno o l’altro li rincorro con la mazza da hockey e li spedisco su un altro pianeta.

Si, c’è uno strato sottile.
Sopra lo strato c’è il mondo e la realtà e le cose in tutte le loro forme e in tutti i loro odori e sapori. Al di sotto di questa fine e gelida linea trasparente ci sono io e tutti i miei pensieri. Ovviamente non ci sono solamente io; ci siete anche voi a volte. Ci sono altre creature viventi che si isolano e che camminano a piedi nudi senza una meta precisa. Ci sono anche dei cinghiali. Tutti al di sotto dello strato di separazione.
Diventa difficile anche respirare… .

Occhiaie.
Sonno.
Stress.
Nuvole.
Pioggia.
Dio.
Musica.
Nuvole.
Ancora la cazzo di pioggia.
Sonno.
Sorrisi.
Sudore.
Muscoli.
Esco fuori e mi ghiaccio anche i peli del culo.

Da qualche parte in me scorre ancora il debut dei Downtown/Union, interessante duo chitarra(elettrica)voce(quasistonatamainteressante)batteria(pestona). Gruppo, ovviamente neanche a dirlo, considerando le ottime recenti proposte, proveniente da Los Angeles. La band prende il nome dalla linea degli autobus che percorre le periferie più pericolose della città degli angeli e la taglia in due fino ad arrivare al cuore della metropoli. Il disco mi scorre da qualche parte, vicino alle arterie più importanti. Tutto è distorsione e viene dal grunge e dal garage-blues e da quello che i Black Keys vanno predicando da anni ormai. Tutto sembra venire da uno scantinato che sta per crollare definitivamente a terra e da due persone che fanno casino, se ne fregano di avere altri musicisti perché così almeno è vera anarchia. Il termine giusto sarebbe Rock’n’Roll (“The Plunge”), un pò ruffiano e colleggiale a volte, leggermente incline alle sonorità targate Weezer, ma buono in definitiva. Guardo l’orologio e mi accorgo che la mia pausa pranzo dal lavoro sta per finire. Meglio mettere a tacere i battiti interni dei Downtown/Union e tornare a rigare dritto per qualche altra ora.

Cover Album
MySpace
Six Songs Superset (EP) [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Miniature Tigers, Elf Power, Pavement
Rating:
1. Do What You Do
2. The Plunge
3. Til You’re Home
4. Low Down Dirty Walk
5. Vanward Aye Aye
6. Diamond Skies & Other Flights Of Fancy
3 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 5 (3 votes, average: 4.67 out of 5)
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Se solamente il mio sangue fosse denso come questo disco. Se solo l’ispirazione di questa produzione potesse sommergere tutte le strade di nero. Se anche solo parte della la mia immaginazione potesse attingere a fonti più limpide.

Ecco che tutto si ritrova come dentro una spirale, come all’inizio e quindi alla fine di un ciclo lento. Violini e ombre: io non riesco a immaginare altro ascoltando il tappeto sonoro su cui si appoggia la voce di Paolo Saporiti, artista prodotto dalla Canebagnato, etichetta milanese che piace molto a noi bunnies. Curato da Christian Alati (Don Quibòl) “Just Let it Happen…” è un incontro tra un sogno acustico in bianco e nero (decisamente più nero che bianco), un gusto classico per gli arrangiamenti (il violoncello di Francesca Ruffili è veramente quello che le mie orecchie cercavano da tempo) e una voglia di sperimentare che comincia a farsi sentire, ancora di più rispetto al disco d’esordio di Paolo (“The Last Man On Earth” sembra infatti una canzone figlia di molti ascolti alle migliori intuizioni dei Sigur Rós).

Lasciate solo che accada, lasciate che questo disco riempa il volume della vostra stanza, la sera, quando potrebbe diffondersi meglio, quando una semi-oscurità potrebbe giocare a suo e a vostro favore. Lasciate che accada. Stendetevi da qualche parte, anche sul pavimento e lasciate che succeda.

Cover Album
Band Site
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Just Let It Happen… (EP) [ Canebagnato - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Rós, Adjágas, Múm
Rating:
1. Mountains Of Broken Guns And Dreams
2. Just Let It happen
3. All Fall Down
4. Like A Dog
5. At Your Feet
6. 100.000 Lies
7. The Last Man On Earth

PAOLO SAPORITI su IndieForBunnies:

Recensione “RESTLESS FALL”

9 Votes | Average: 3.33 out of 59 Votes | Average: 3.33 out of 59 Votes | Average: 3.33 out of 59 Votes | Average: 3.33 out of 59 Votes | Average: 3.33 out of 5 (9 votes, average: 3.33 out of 5)
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Gli O’lovelys sono un gruppo neozelandese che scrive buoni pezzi pop, costruiti sulle melodie delle due tastieriste presenti nella formazione e poi li rompe in modo isterico con raptus elettrici di chitarra punk-new wave e batteria grezza, asciutta e costante. Una sorta di Yeah Yeah Yeahs più docili, dove però non si fatica poi molto a trovare il vero cuore garage. “Black Stitch” è l’esempio calzante di quanto appena detto: un rock tirato e tempi in 4/4 veloci che a volte si avvicinano quasi pericolosamente alla pista da ballo e un età media dei componenti del gruppo che raggiunge appena i vent’anni.

Laura Lee, la cantante, ha una voce interessante, anche se dal vivo non rende bene come in questa autoproduzione, comunque il timbro è particolare e la musica abbastanza isterica, e non troppo classificabile dentro termini precisi (o complicati), da risultare addirittura quasi originale. Non ci sono veri singoli da segnalare: questo è un debut dove tutto si bilancia in modo abbastanza preciso, una canzone come “Heart Attack” che farebbe storcere il muso a chiunque (e inspiegabilmente trova posto nella tracklist) è compensata dal blues allegro “da passeggiata nel verde dopo la pioggia” di “Streets”.

Le distorsioni e gli attacchi isterici sono ammorbiditi dal pianoforte suonato in modo semplice, elementare eppure “redditizio” per un intreccio melodico che rassicura e rende la digestione di questa indie rock band neozelandese con base a Londra ed del suo disco dal titolo omonimo, più piacevole.

Cover Album
MySpace
O’lovelys [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Veils, Mint Chicks, Yeah Yeah Yeahs, The Ruby Suns
Rating:
1. Oh No
2. Stop It
3. Clocks
4. Scatterbrain
5. Streets
6. Heart Attack
7. Black Stitch
8. Where You Go
9. Spacesuits
4 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 5 (4 votes, average: 4 out of 5)
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Quattro trace per metterti di buon umore. Quattro piccole gemme folk pervase da un senso di ottimismo spaventoso. Un pop riempito di natura, uccellini che cinguettano, pianoforti impazziti di gioia e un sacco di campanelli e violini e chitarre che non verranno mai distorte e poi ancora armoniche, ricordi d’amore… . Insomma avete capito che, sebbene venga da vomitare anche un po’ a voi solo leggendo tutto questo buonismo, io non riuscirò mai a parlare male dei Princeton.

Jesse e Matthew Kivel, fratellini “geek” folk, insieme al loro inseparabile amico d’infanzia Ben Usen consegnano al mondo la loro personale vista su prati in fiore e melodie fantastiche, perfette per quando pensate che il mondo non finirà domani e che in fondo forse vale anche un po’ la pena a volte sentirsi felici. “Bloomsbury” mi fa capire ancora di più perchè noi di Indieforbunnies amiamo questa band americana che non si prende mai sul serio e che continua a suonare in piccoli locali vicino casa quando avrebbe tutte le carte in regola per aprire a gruppi ben più famosi e conosciuti nel panorama folk.

Rispetto al loro primo album, i fratelli Kivel, virano decisamente verso un ottimismo fatto di Beatles e Okkervil River (quelli dell’ultimo disco ovviamente…) e preferiscono “uscire a fare due passi sotto al sole” piuttosto che piangersi addosso e rimanere in camera a guardare il mondo dalla finestra. Sarà che il precedente album coincideva col periodo più brutto della mia vita, sarà che oggi c’è il sole anche in Inghilterra, sarà che proprio non riesco ad essere triste, ma questa mini produzione capita proprio al momento giusto. Pop svedese, folk americano, impronta principale nella costruzione dei brani prettamente “McCartneyana”. Ecco a voi l’ep conigliesco della settimana.
Ottimo.
Abbiamo fatto bene a puntare sui Princeton da un po’ di anni, così come abbiamo fatto per altre band che non stanno minimamente tradendo le nostre e le vostre aspettative.
Enjoy life mates!

Cover Album
Band Site
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Bloomsbury (EP) [ Maple Leaves - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Iron & Wine, Devendra Banhart, Belle And Sebastian
Rating:
1. The Waves
2. Ms.Bentwich
3. Leonard Woolf
4. Eminents Victorians

PRINCETON su IndieForBunnies:

Recensione con “A CASE OF THE EMPERORS CLOTHES”
Intervista con PRINCETON

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