INDIE ALBUM


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Lo giuro, mi piacciono i conigli.
Anche quelli rosa e blu.
Anche quelli invisibili, quelli che vivono negli incubi.
Quello da cui diffido sono i ragazzini slavati con le magliette a righe, che si nascondono dietro le sigle che iniziano per “Nu”, quelli che la wave la portano in dancefloor ogni mese con le stesse canzoni “copia e incolla”.
Preferisco di gran lunga il cassico sudore da provincia americana, quello che nasce nei pub e muore nell’orizzonte che arde al sole. Preferisco il rock classico e la sincerità di una slide-guitar, di una distorsione lucente e una voce roca ed alcoolica.
Preferisco gli Hold Steady, troppo americani per essere apprezzati fino in fondo nel vecchio continente. Ma poco importa, che il mio lettore si incendi pure alle loro melodie.

Quello che “Stay Positive” sputa fuori all’attacco di “Constructive Summer” è pura adrenalina: chitarre distorte, bassa fedeltà, note di piano suonate con ardore e anche un coro di voci che richiamano il frastuono dei Ramones. Ma non fraintendetemi, qui siamo dalle parti del southern rock più crudo, quello che dai Lucero passa per il canatutorato dei Counting Crows e approda ai Son Volt. Le melodie procedono di pari passo con le distorsioni, talvolta i brani si piegano al peso di arrangiaenti troppo corposi che affossano la linea vocale.

I primi episodi in scaletta potevano essere il preludio di un disco favoloso e che invece vive di alti e qualche basso, piccole involuzioni che impediscono la definita consacrazione del disco ad uno dei migliori ascoltati in questo ampio scorccio di 2008. Nel complesso ci si può comunque ritenere ampiamente soddisfatti, sia dal lato prevalentemente rock che da quello più incline alla facile melodia. Forse troppo distante da quello che la coolness del momento impone in quanto a suoni, ma se non fate parte di quella schiera di detrattori del rock a stelle e strisce qui avrete molto con cui divertirvi e sudare.
Viva gli Hold Steady.
Viva il coniglio rock’n’roll.

Cover Album
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Stay Positive [ Vagrant - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Lucero, Counting Crows, Son Volt
Rating:
1. Constructive Summer
2. Sequestered In Memphis
3. One for the Cutters
4. Navy Sheets
5. Lord, I’m Discouraged
6. Yeah Sapphire
7. Both Crosses
8. Stay Positive
9. Magazines
10. Joke About Jamaica
11. Slapped Actress
12. Ask Her for Adderall
13. Cheyenne Sunrise
14. Two Handed Handshake

THE HOLD STEADY su IndieForBunnies:

Recensione “BOYS AND GIRLS IN AMERICA”

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Con tutte le uscite mediocri che ho ascoltato ultimamente quando ho messo su questo disco ho urlato di gioia. Cazzo, questo è proprio un discone.
Targato DFA (una sicurezza in fatto di groove), quest’album d’esordio dei Syclops (progetto guidato dalla lungimirante mente di Maurice Fulton e composto da tre bravissimi musicisti finlandesi) è qualcosa di formidabile. Un concentrato esplosivo di musica quasi impossibile da definire…

Basta ascoltare l’iniziale “NR 17”: parte come i Chemical Brothers, ben presto immagina il Trio Of Doom suonare insieme ai Kraftwerk per poi finire tra le braccia di Plastikman. Il tutto con il sapore di una jam d’altri tempi ed il resto dell’album ha lo stesso entusiasmo, la stessa geniale furia centrifuga… Non ci credete? “The Fly” (uno dei singoli apparsi negli scorsi anni) suona cyber-funk come Mark Stewart ed i suoi compagnoni di Maffia più di vent’anni fa e un attimo dopo rallenta e sfodera i synth senza perdere nulla della sua epica inquietudine. “Naoka’s F” potrebbe averla scritta il divino Miles se fosse stato ancora tra noi: fusion-jazz digitale figlia di Tutu, di “In A Silent Way” quanto dell’onnivora mistura electro-lounge del Luke Vibert periodo Wagon Christ.

E poi? E poi drumming incazzato che la prossima volta in cui ho la tigna metto su questo anziché il primo dei Limp Bizkit; suoni irresistibili e sorprendenti (come a guardare in faccia Ercole ed il suo Problema d’Amore e dirgli che “sì, dagli anni ottanti si può tranquillamente uscire vivi e continuare a danzare”); un groove immenso, oceanico, trascinante, mai domo, eccezionale; la capacità di reinventarsi ogni minuto spaziando fra mille influenze (più di una volta si rimane spiazzati di fronte alla perizia tecnica nascosta dietro ai brani, ma allo stesso tempo viene sempre esorcizzata con secchiate di euforia l’ombra del virtuosismo).

Questi Syclops me li immagino come una navicella spaziale in mezzo a tantissimi meteoriti: l’astronave prende mille botte ed ancora di più, sbanda ma va sempre avanti e non ne risente affatto, semplicemente rende la traversata molto più divertente e spericolata.
Inutile che stia qui a dirvi altro su questo disco, sarebbe solo una perdita di tempo, giusto due cose: di “I’ve Got My Eye On You” mi ricorderò sicuramente a dicembre, molto più probabilmente che dell’altra quotatissimo uscita DFA dell’anno (citata poco sopra, per i meno attenti quelli di “Blind” con Antony); e soprattutto compratevi questo disco, sarà una rivelazione.
Ora vado che mi è venuta troppa voglia di muovere il culo a ritmo.

Cover Album
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I’ve Got My Eye On You [ DFA - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: El Guapo, Dj Spooky & Dan Lombardo, Trio Of Doom, Wagon Christ, Miles Davis, Acoustic Ladyland, Millionaire, Leftfield, Bugz In The Attic, David Torn
Rating:
1. NR17
2. The Fly
3. Naoka’s F
4. 5 Out
5. Nelson’s Back
6. Where’s Jason’s K
7. The E Ticket
8. Mom, The Video Broke
9. I’ve Got My Eye On You
10. A Lovely Sunday
2 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 5 (2 votes, average: 3 out of 5)
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Io i gruppi come questo li odio.

Cazzo come li odio. Quando vedo le cantanti delle Pipettes o i Long Blondes esibirsi tutti contenti della vita e felici come se fossero riusciti finalmente a prendere a calci tutti insieme Michael Bublé, mi viene una rabbia. Intendiamoci, un bel calcio in culo a Michael Bublé glielo darei volentieri pure io (ci mancherebbe), ma se fai rock devi essere scontento, quasi depresso e protestare e puzzare e farti crescere un po’ di barba e dire al mondo di andare a farsi fottere perchè solo tu hai capito come funziona la questione e cose del genere. Poi però mi ricordo che quello che va detto va detto e allora scrivo che questo è un gruppo che non ascolterò forse mai più ma che è indubbiamente valido.

Trascinante (nel senso che i piedi sul pavimento a ritmo li batterai per forza) solare, candindo e ottimistico come il sorriso di Bruno Pizzul. “Necklace” EP dei The Hussy’s non puzza neanche un po’, non ha la barba e…forse non è rock, ma non importa. Retró indie pop targato anni sessanta, dove tutto brilla ed è estremamente curato nei particolari. Una voce femminile che non puó non metterti di buon umore e un ritmo che ti entra nella parte più annodata del cervello (“Sunday Morning”). Backing vocals che fanno tuu tu tu tu tu tu tuuuu (e guardate che ho contato persino i “tuu” stavolta) e magari una puntata di “Happy Days” in televisione quando finite di ascoltare il tutto.

Fine descrizione del disco, adesso metto su qualcosa di veramente perturbante per riequilibrare l’atmosfera della stanza.

Cover Album
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Necklace (EP) [ Norman - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Long Blondes, The Pipettes, New Pornographers
Rating:
1. Sunday Morning
2. Jesus
3. Rock Steady
4. Sister Mary Jo
3 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 5 (3 votes, average: 3.67 out of 5)
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Chi ha fatto chi? E che cosa? Ma, soprattutto…quando? Insomma, stiamo parlando dell’uovo o della gallina? Di chi cazzo è questa gallina? Mia no! Conclusione: questo disco è schizzato. A dire la verità, ascoltandolo in cuffia, mi ha dato un leggero senso di onnipotenza mentre camminavo sotto la pioggia e ho rischiato di commettere azioni di cui mi sarei poi pentito. All’improvviso è subentrata una sterilità mentale senza precedenti e me ne sono andato in loop a ritmo di funk. Incredibile cazzo: se solo poco tempo fa mi nominavano la parola “funk” mi veniva da grattare la testa, la pelle mi diventava secca e già sentivo che mi stavano nascendo delle bolle sulle chiappe.

Adesso invece sono qui con tutta questa atmosfera floreale da trip e con atmosfere anni settanta e un basso che entra direttamente nel pavimento a dire di come sia affascinante il suono dei Who Made Who. Una band Danese composta da tre personaggi assurdi. Calma. Chi sono gli Who Made Who? Anzi come si fa a creare gli Who Made Who? Semplice: il batterista è un dj (Tomboy), il chitarrista è in realtà un cultore del jazz, mentre il bassista è un membro di una band garage rock chiamata Garbo. Ah…e non scordiamoci Josh Homme che canta in “Space For Rent”. Insomma un minestrone da cui esce adrenalina disco punk. Line di basso e i Chemical Brothers che ti vengono in mente ma solo per pochi secondi. Già, perché magari poi pensi ai Rapture, anzi ai Liars, anzi ai Too Many Djs eccetera e vai avanti fino a che non capisci che è inutile.

Tutto ti intrippa e ti fa nascere un po’ di fiori in testa. Indie rock contaminato nel modo più originale. Tutto in acido: bellissime parti di voce, e rumori e strumenti tribali e un sacco di loop che girano e girano e insomma si torna al punto di partenza ma con in più la certezza di aver in mente buona musica. E qualche fiore.

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WhoMadeWho [ Gomma - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: Too Many Djs, LCD Soundsystem, The Rapture
Rating:
1. Rose
2. Space For Rent
3. Johnny Lucky
4. Hello, Empty Room
5. Got To Be There
6. Out The Door
7. Cigar
8. Small Wonders
9. Monkeys
10. The Loop
11. Shake Your Boat
12. I Love
13. Happy Girl
14. Green Dogs
15. Satisfaction
3 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 5 (3 votes, average: 4 out of 5)
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THE ROOTS suoneranno al FREQUENCY FESTIVAL 2008

Amir “?uestlove” Thompson ha tre grandi passioni: collezionare scarpe (ne ha più di 900 paia, roba da far impallidire Paris Hilton), frequentare strip club e suonare la batteria. Con quest’ultima da oltre vent’anni rivoluziona il mondo del rap assieme ai suoi fidati Roots. Il combo di Philadelphia sta all’hip-hop come i Radiohead stanno al rock: suonare 50 metri più avanti dei luoghi comuni che soffocano i generi è il loro obiettivo primario.

Percussioni, chitarre, bassi mai domi, sintetizzatori ma anche voce, come quella di Tariq ‘Black Tought’ Trotter, l’altra parte della luna illuminata da parole taglienti, politicamente incisive, niente brillantini né vuoti a perdere da dare in pasto a emittenti musicali cannibali. Storia da cattivo ragazzo quella di Tariq, strappato per i capelli ad una fine violenta, un miracolato considerando il curriculum familiare fatto di genitori uccisi e di un fratello che ha passato 27 dei sui 42 anni di vita in galera. Tutto questo background si riversa nel suo flow deciso, diretto, musicale, a tratti ipnotico.

Altra anomalia dei Roots è la loro longevità che sfocia in questo decimo album, ottavo di studio, prodigio di una continua ricerca, di una insaziabile voglia di suonare l’hip-hop con strumenti in pelle e metallo, bandendo trucchi da sala prove, mettendo sul piatto solo sperimentazione e sudore; dove Timbaland si nasconde dietro lo stesso sampler da anni, qui invece si va avanti a botte di elettricità percossa. Ne esce così fuori un disco ispirato, notturno, duro, compatto, in bilico tra l’essere colonna sonora di un pattugliamento per strade difficili e i mille pensieri che sorgono sconfitti mentre accompagnano luci giallognole che scorrono pallide tra cruscotti ed occhi marcescenti affogati in basi secche tirate a lucido da Thompson, qui in veste anche di produttore.

Numerosi ospiti ingioiellano ‘Rising Down’ senza appesantirlo, rendendolo al contrario il punto caldo dell’altro hip hop, dove se la cavano a meraviglia l’elegante Common, Saigon e l’ottimo Mos Def, a suo agio nell’aria spessa e claustrofobica di un album magmatico dove non sarebbe difficile imbattersi in vicoli immersi nell’oscurità liquida dei Massive Attack. L’anima soul rimane nascosta all’ascolto superficiale, ma batte forte tra i solchi di “Criminal” o di “I Can’t Help It”, due tra i pezzi migliori del disco.
Se il rap ha ancora un’anima ed una dignità da mostrare al mondo intero il merito, oggi, è in gran parte di questi ragazzi di Philadelphia, degni eredi della lezione dei Public Enemy e del ritmo nero e febbricitante di James Brown.
Cala la notte, si alza il volume, gli occhi s’induriscono, l’universo risuona in beat avvolgenti: fate spazio, entrano in scena i Roots.

Cover Album
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Rising Down [ Def Jam - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Public Enemy, De La Soul, Common, Massive Attack
Rating:
1. The Pow Wow
2. Rising Down
3. Get Busy
4. @ 15
5. 75 Bars (Black’s Reconstruction)
6. Becoming Unwritten
7. Criminal
8. I Will Not Apologize
9. I Can’t Help It
10. Singing Man
11. Unwritten
12. Lost Desire
13. The Show
14. Rising Up
4 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 5 (4 votes, average: 4.75 out of 5)
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Impressionante: è la prima parola che mi è venuta in mente dopo aver ascoltato l’ultimo disco dei Duels. Il quartetto di Leeds alla sua seconda prova sulla lunga distanza, costruisce un muro di suono terrificante, venato di stupefacente melodia. Jon Foulger e company sono i custodi di una gigantesca cattedrale persa tra le rovine dell’ultimo Paese abitato del Pianeta, diroccata, sinistra, ma imponente come un monolite scolpito nell’oscurità.

”The Barbarians Move In” è un cazzoto scagliato nello stomaco seguendo le strade deviate dei Radiohead, passando attraverso il rumorismo romanticamente ultra-sonico degli …And You Will know Us By The Trail Of Dead, imponendosi con la graniticità imperiale degli Jesu, non disdegnando finezze stilistiche à la Elbow e passaggi degni della pop-wave più raffinata tra i Can e gli I Love You But I Have Chosen Darkness. Se a ciò si aggiunge una non del tutto sopita vena atmosferica tambureggiante e percussiva in pieno stile Kasabian, il dado è tratto e l’universo in assetto col Bene Assoluto.

Tutto ha un sapore allucinato, straniante ma pur sempre ricondotto nei biniari di una circolarità d’ascolto che ammalia e strega come il canto delle sirene; folk, rock, wave, noise, pop si impastano tra le labbra creando atmosfere sospese ed emozonanti come non capitava da un bel po’. Sembra di toccare con mano il terrore che scorreva negli occhi dei fanti sul fronte di Verdun, Francia 1916, dieci mesi di inferno incarnato sulla Terra, ad aspettare la morte invisibile che arrivava dai colossali cannoni, improvvisamente un macello sui corpi di una intera generazione spazzata via; eppure dalle lettere che quel manipolo di ‘inutili’ e splendidi eroi spedivano dalle loro trincee puzzolenti c’era uno sguardo di luce piena che a fatica cercava di spezzare la morsa del nero soffocante. Il romanticismo struggente di chi per davvero viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo ritrova nella voce di Jon Foulger un rappresentante di commovente intensità. Paura e Speranza: le muse delle azioni umane si scontrano, molto più prosaicamente, nelle undici tracce di un album che viaggia a 100 metri da terra, in uno spazio popolato da pochi illuminati.

Se in un primo momento si viene colpiti dalla mastodontica sezione ritmica guidata da James Kirkbright alla batteria, poco a poco si apprezzano le trame ipnotiche di chitarra e voce, che riconoscono come unico elemento di sopravvivenza la loro unione animalesca. La sensazione è che aleggi sull’album un soffio di tagicità imminente e che i quattro inglesi cerchino di controllarlo con una buona dose di sangue freddo e afflato mistico. L’aggiunta di violini in alcuni pezzi regala il tocco finale di bellezza imperitura ad un album che se non vi farà sobbalzare all’istante sulla sedia, avrà comunque assolto ad un compito: avrà constatato la vostra morte cerebrale.
Tutto è compiuto ora, un mondo nuovo è stato creato dalla deflagrazione atomica finale, brillano di nuova bellezza i nostri occhi esausti: “The Barbarians Move In”.

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The Barbarians Move In [ Diy - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Radiohead, Kasabian, …And You Will Know Us By The Trail Of Dead, Elbow, Can
Rating:
1. The Furies
2. Sleeping Giants
3. Regeneration
4. Perimeter Fence
5. The Healing
6. Wolves Land
7. The Wild Hunt
8. This Year’s Man
9. Forgotten Babies
10. The First Time - The Last Time
11. The Barbarians Move In
4 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 5 (4 votes, average: 4 out of 5)
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Il giorno che dalle grige nuvole del cielo verrà giù succo di mela a bagnarvi le teste sarà il momento in cui la musica di Will Oldham sarà irrimediabilemnte cambiata. E Bonnie “Prince” Billy sarà diventato qualcun altro, magari un rocker maledetto o più probabilmente vostra nonna. Ma, come recitava una pubblicità degli anni ottanta: “noi siamo scienza, non fantascienza”. La realtà dei fatti è che in “Lie Down In The Light” la musica è quella di sempre, lasciando cambiare le sfumature, ma non la sostanza.

La certezza che non nasce certo oggi è che siamo difronte ad uno dei migliori folkinger moderni, se non il numero uno. Lasciato da parte, almeno parzialmente, il pessimismo cosmico di “I See Darkness”, negli ultimi lavori sembrerebbe che ci sia spazio per uno spiraglio di luce che, se non proprio quella di mezzogiorno, somiglia tanto a quella delle prime luce dell’alba, quando la natura si prende la briga di destarsi e l’aria attorno non si è ancora del tutto dimenticata della notte.
Pochi fronzoli attorno alle canzoni, è musica che si fa da più di un secolo, che racconta piccole grandi storie senza retorica e non ha bisogno di molto più che una chitarra ed una voce per esprimersi al meglio.

Eppure gli arrangiamenti non sono scarni, spesso impreziositi dall’incantevole voce femminile di Ashley Webber, si aggirano in territori roots e talvolta sfuggono in direzione più Byrdsiana, proprio a voler sottolineare un leggero cambiamento di rotta. Non mancano comunque le canzoni sospese sul vuoto, di un’intimità che non somiglia ad una cieca disperazione, ma è semplicemente malinconia che riempie il silenzio. “What’s Missing Is” è un elegante salice piangente fatto di pochi accordi e due voci all’unisono che dipingono un paesaggio brumoso, pigramente rassegnato. La title-track arricchisce l’atmosfera solitamente dimessa, di colori comunque sfocati, paesaggi agresti ancora a metà strada tra la primavera e l’inverno, ma comunque in ripresa.

E’ tutto il disco ad essere in bilico tra tristezza e quiete, ma proprio questo suo galleggiare a mezz’aria lo rende leggermente diverso, seppur classico nella forma. Ancora irrimediabilmente lontani dalla felicità, però più consapevoli che esiste un modo per vivere questa mancanza con più serenità. Un passo avanti verso la consapevolezza, a meno di ripensamenti futuri.

Cover Album
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Lie Down In The Light [ Drag City- 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Smog, Songs:Ohia, M. Ward
Rating:
1. Easy Does It
2. You Remind Me
Of Something (The Glory Goes)
3. So Everyone
4. For Every Field There’s A Mole
5. (Keep Eye On) Other’s Gain
6. You Want That Picture
7. Missing One
8. What’s Missing Is
9. Where Is The Puzzle?
10. Lie Down In The Light
11. Willow Trees Bend
12. I’ll Be Glad

BONNIE ‘PRINCE’ BILLY su IndieForBunnies:

Recensione “ASK FORGIVENESS [EP]”
Recensione “LETTING GO”

4 Votes | Average: 4.25 out of 54 Votes | Average: 4.25 out of 54 Votes | Average: 4.25 out of 54 Votes | Average: 4.25 out of 54 Votes | Average: 4.25 out of 5 (4 votes, average: 4.25 out of 5)
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2° prova senza affanni per Alex Kane e Ben Cooper, nel bene e nel male. Impossibile bissare il successo dell’esordio Self Titled datato 2006 e così ecco il seguito senza troppe pretese.

Per chi si fosse perso l’episodio pilota, gli Electric President sono un gruppo synth-pop sulla scia dei Postal Service, con una pronunciato senso del romanticismo Slowdive-iano. In un immagine gli Electric President sono un concentrato degli ideali sintetici sorti a Bristol nei novanta e tramontati senza aver trovato l’onor del vero.

Il disco palesa fin dal titolo e dal pacage la centralità delle tematiche oniriche. I toni di blu della copertina sono quelli consigliati per Dormire Bene, agli scienzati che studiano gli effetti cromatici sul cervello umano.

“Sleep Well” non può più contare sull’effetto sorpresa, e anzi, dovrà fare i conti con le alte aspettative dei fans (me compreso). Il sound di “Sleep Well” è notturno e ovattato, gli umori del disco sono quelli crepuscolari e caldi delle nottate in Florida. Alex e Ben tritano il catchy pop dei Beach Boys sputando fuori da apparecchi analogici vintage puzzle d’indietronica passiti.

Se dovessi scegliere fra il Self Titled e “Sleep Well” non avrei dubbi, nettamente meglio il primo, c’è poc’altro da aggiungere. Forse “We Will Walk Through Walls” è uno dei pochi episodi degni dell’album del 2006. Tuttavia se siete a digiuno e dell’uno e dell’altro, ponete rimedio a questa “vergogna” in qualsiasi modo.

Cover Album
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Sleep Well [ Morr Music- 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Postal Service, Slowdive, Radical Face, Death Cab For Cutie
Rating:
1. Monsters
2. Bright Mouths
3. We Will Walk
Through Walls

4. Graves And The Infinite Arm
5. Adrift In Space, Or Whatever
6. Ether
7. Robophobia
8. Lullaby
9. It´s Like A Heartbeat,
Only It Isn´t
10. All The Bones
11. It´s An Ugly Life
12. When It´s Black

ELECTRIC PRESIDENT su IndieForBunnies:

Recensione “ELECTRIC PRESIDENT”
ELECTRIC PRESIDENT - Live @ Plastic (Milano - 05/12/2006)

2 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 5 (2 votes, average: 4.5 out of 5)
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Ho trovato il mio disco da beach-party del 2008 (in realtà è di un anno fa ma solotanto ora arriva la distribuzione ufficiale dalle nostre parti). Peccato soltanto che io non vada alle feste sulla spiaggia e nemmeno bazzichi gli ambienti dancefloor. Poco importa, nel caso il caldo dovesse farsi vivo da queste parti avrò come rinfrescarmi, se non prorpio nel corpo almenio negli ascolti. “Antibalas” degli spagnoli Telephunken ,si palesa improvvisamente nella mia cassetta delle lettere e trova un posto comodo anche nel lettore del mio macbook, allietando queste giornate di lavoro e calcio europeo che stanno mettendo a dura prova i miei umori.

Il disco nebulizza sulla vostra pelle sudaticcia un perfetto mix di dance, afrobeat, funk, cianfrusaglie hip-hop e ragamuffin, che non è un dolcetto alla cannabis come voi sprovveduti e malpensanti starete insinuando, ma un miscuglio tra reggae e musica disco. Non è un sound nuovo visto che una decina di anni fa lo faceva già Fat Boy Slim o anche i Jungle Brothers, ma è inopinabilmente un rimando a qualcosa di cui, a conti fatti, si sentiva il bisogno.

Premetto che il sottoscritto non mette piede nei club dove si muovono i culetti all’aria da moltissimo tempo e sinceramente non credo che prossimamente andrà diversamente, ma se avessi degli amici svegli ed una casa col giardino, almeno quattro o cinque pezzi di questo “Antibalas” sarebbero vomitati a dovere dalle casse ad un volume considerevole. Tra l’altro, l’accento latino della lingua spagnola utilizzata in alcuni passaggi, contribuisce alla riuscita “festaiola” di un disco da buttare giù tutto d’un fiato, come un freddo bicchierone di ice-tea a mezzogiorno di fuoco in pieno agosto.

In tutto questo, se abitate in montagna o peggio in una città lontana dalle bianche spiaggie agognate dai più (non da me sia chiaro), giocate con l’immaginazione e sparatevi endovena (in senso figurato mi raccomando) la musica dei Telephunken, non succederà un bel niente ma almeno vi divertirete.

Cover Album
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Antibalas [ Actua Musica - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Fat Boy Slim, Jungle Brothers, Wiseguys
Rating:
1. Introfunk
2. El Tumbero
3. Brocken
4. The Sound
5. He Best Shot
6. Who’s The Starter
7. Brazil
8. Traga Ragga
9. Let’s Get Funk
10. Capone
11. Boca medusa
12. Let Me Be There For You
13. Brother Charles
14. Disko
15. Angel
2 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 5 (2 votes, average: 4 out of 5)
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Il fatto di percorrere la strada dello shoegazer ti da qualche scelta. Puoi alzare le distorsioni e il gain dell’amplificatore al massimo, e ripetere un riff catchy fino al punto di farlo sembrare la cosa migliore mai suonata da essere vivente (vedi Jesus And Mary Chain, Raveonettes, Ringo Deathstarr…) oppure, in aggiunta a quello appena detto, puoi riempire tutti i vuoti e gli spazi bianchi del suono con rumori alieni fino a generare una musica storta e non terrestre. Voci, rumori, suoni di campanelli, pianti di neonati, tastiere che non si sa bene cosa stiano suonando…tutto mischiato allo zucchero a velo.

Questi tre ragazzi, Eric, Mike e Matt che sono una combinazione strana tra Yo La Tengo, Grandaddy e Wolf Parade. Un casino. Veramente un casino da seguire con attenzione. Se si potesse disegnare la musica questa produzione sarebbe una sorta di scarabocchio infantile pieno di linee e di cerchi. Una musica fatta da ragazzi che hanno passato da poco la soglia dei vent’anni e che, immersi nella frustrazione di chi si sente in trappola, cerca di disegnare al meglio la propria situazione attraverso gli strumenti e le idee migliori che gli possano venire in mente. La confusione psichedelica che si percepisce da questo disco fa sorridere e mette di buon umore.
Bel gruppo.
Bel disco.

Cover Album
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As An Anorexic’s Six Sicks Exit [ autoprodotto - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Handsome Furs, Pavement, My Bloody Valentine
Rating:
1. Them Plaesures Of The Flesh
2. Anomie’s The Enemy
3. What?
4. Jackie O
5. A Frozen Lake
6. Bad Thing
7. This Is Far From A Belle Epoque
8. Eyes, Foreign Eyes
9. The Lonliness Of The Short Distance Walker
10. I’ll Stop Swimming When I Drown

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