1 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 5 (1 votes, average: 3 out of 5)
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Fa caldo. E’ un caldo infame, schifoso e appiccicoso. L’aria è costantemente impregnata del puzzo dei campi in fiamme. Mangiare il necessario per sopravvivere è un’impresa; dormire poi è impossibile. Anche respirare diventa difficile. Inutile aggiungere che il solo pensare di fare qualcosa di produttivo in questa situazione costa troppa fatica. L’ozio è l’unica risposta: divorare dischi vecchi e nuovi è un valido palliativo per dimenticare che luglio è ancora agli inizi.

Fa caldo. Ho sete. Il mio equilibrio mentale è messo a dura prova. Prendo un disco a caso e lo infilo nel lettore. The Oranges, italianissimi, di Desenzano del Garda. Le arance. Penso che avrei decisamente voglia di un’aranciata gelata. Guardo il succoso frutto in copertina mentre esplode tra mille spruzzi e mi ritrovo a sbavare ad occhi chiusi. Premo play prima dell’inesorabile evaporazione (fisica e psichica).
Va meglio. Batteria, basso, chitarra e si parte con “I Got White”, e con i riferimenti musicali che sono chiarissimi fin dai primi tre accordi tre: Kinks e Buzzcocks in primis, e poi tutto ciò che oggi ruota intorno a questi nomi (leggi Libertines e Strokes, tanto per spararne due a caso). Poi gli Stooges “coverizzati” nel riff iniziale di “Bang!” e tanto garage, voce abrasiva, ritmi sostenuti e chitarra graffiante. Pochi fronzoli e quintali di melodia. Qua e là spunta pure Mr. Dave Grohl (tipo in “Rain”). Una parata di riff pescati a mani basse dall’enciclopedia del rock si susseguono nelle tredici tracce di “Hit The Centre”: peccato che alla fine dei giochi la carenza di originalità e di qualche guizzo pesi quanto un macigno, tanto che risulta quasi impresa da Settimana Enigmistica cogliere le differenze tra un brano e l’altro. Già sentito, mi ripeto.

Premo stop. Continua a far caldo ed io sono particolarmente insofferente.
Il sole là fuori mi guarda e se la ride. Sghignazza alto nel cielo, l’infame.
Io penso che vorrei solo un disco in grado di farmi dimenticare i 40°.
Chiedo troppo a questo 2008?

Cover Album
MySpace
Hit The Centre [ Polka Dots - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Buzzcocks, The Kinks, The Strokes, Foo Fighters
Rating:
1. I Got White
2. Modette
3. Bang!
4. Crazy Monday
5. I Wanna Try
6. Maybe Today
7. Mr. Monkey
8. Apologise
9. Walk The Line
10. Rain
11. I Wanna Leave You
12. The Band
13. I Will Never Be
1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 votes, average: 4 out of 5)
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C’è uno strato sottile di ghiaccio.
E poi tutti sti conigli viola e rosa e neri e blu che un giorno o l’altro li rincorro con la mazza da hockey e li spedisco su un altro pianeta.

Si, c’è uno strato sottile.
Sopra lo strato c’è il mondo e la realtà e le cose in tutte le loro forme e in tutti i loro odori e sapori. Al di sotto di questa fine e gelida linea trasparente ci sono io e tutti i miei pensieri. Ovviamente non ci sono solamente io; ci siete anche voi a volte. Ci sono altre creature viventi che si isolano e che camminano a piedi nudi senza una meta precisa. Ci sono anche dei cinghiali. Tutti al di sotto dello strato di separazione.
Diventa difficile anche respirare… .

Occhiaie.
Sonno.
Stress.
Nuvole.
Pioggia.
Dio.
Musica.
Nuvole.
Ancora la cazzo di pioggia.
Sonno.
Sorrisi.
Sudore.
Muscoli.
Esco fuori e mi ghiaccio anche i peli del culo.

Da qualche parte in me scorre ancora il debut dei Downtown/Union, interessante duo chitarra(elettrica)voce(quasistonatamainteressante)batteria(pestona). Gruppo, ovviamente neanche a dirlo, considerando le ottime recenti proposte, proveniente da Los Angeles. La band prende il nome dalla linea degli autobus che percorre le periferie più pericolose della città degli angeli e la taglia in due fino ad arrivare al cuore della metropoli. Il disco mi scorre da qualche parte, vicino alle arterie più importanti. Tutto è distorsione e viene dal grunge e dal garage-blues e da quello che i Black Keys vanno predicando da anni ormai. Tutto sembra venire da uno scantinato che sta per crollare definitivamente a terra e da due persone che fanno casino, se ne fregano di avere altri musicisti perché così almeno è vera anarchia. Il termine giusto sarebbe Rock’n’Roll (“The Plunge”), un pò ruffiano e colleggiale a volte, leggermente incline alle sonorità targate Weezer, ma buono in definitiva. Guardo l’orologio e mi accorgo che la mia pausa pranzo dal lavoro sta per finire. Meglio mettere a tacere i battiti interni dei Downtown/Union e tornare a rigare dritto per qualche altra ora.

Cover Album
MySpace
Six Songs Superset (EP) [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Miniature Tigers, Elf Power, Pavement
Rating:
1. Do What You Do
2. The Plunge
3. Til You’re Home
4. Low Down Dirty Walk
5. Vanward Aye Aye
6. Diamond Skies & Other Flights Of Fancy
2 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 52 Votes | Average: 4.5 out of 5 (2 votes, average: 4.5 out of 5)
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Se solamente il mio sangue fosse denso come questo disco. Se solo l’ispirazione di questa produzione potesse sommergere tutte le strade di nero. Se anche solo parte della la mia immaginazione potesse attingere a fonti più limpide.

Ecco che tutto si ritrova come dentro una spirale, come all’inizio e quindi alla fine di un ciclo lento. Violini e ombre: io non riesco a immaginare altro ascoltando il tappeto sonoro su cui si appoggia la voce di Paolo Saporiti, artista prodotto dalla Canebagnato, etichetta milanese che piace molto a noi bunnies. Curato da Christian Alati (Don Quibòl) “Just Let it Happen…” è un incontro tra un sogno acustico in bianco e nero (decisamente più nero che bianco), un gusto classico per gli arrangiamenti (il violoncello di Francesca Ruffili è veramente quello che le mie orecchie cercavano da tempo) e una voglia di sperimentare che comincia a farsi sentire, ancora di più rispetto al disco d’esordio di Paolo (“The Last Man On Earth” sembra infatti una canzone figlia di molti ascolti alle migliori intuizioni dei Sigur Rós).

Lasciate solo che accada, lasciate che questo disco riempa il volume della vostra stanza, la sera, quando potrebbe diffondersi meglio, quando una semi-oscurità potrebbe giocare a suo e a vostro favore. Lasciate che accada. Stendetevi da qualche parte, anche sul pavimento e lasciate che succeda.

Cover Album
Band Site
MySpace
Just Let It Happen… (EP) [ Canebagnato - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Rós, Adjágas, Múm
Rating:
1. Mountains Of Broken Guns And Dreams
2. Just Let It happen
3. All Fall Down
4. Like A Dog
5. At Your Feet
6. 100.000 Lies
7. The Last Man On Earth

PAOLO SAPORITI su IndieForBunnies:

Recensione “RESTLESS FALL”

Siamo arrivati a Lubiana in macchina, 500 chilometri di autostrada da Milano, il confine subito dopo Trieste non più presidiato dopo l’ingresso del paese nell’Unione Europea lo scorso gennaio. La capitale slovena è una cittadina di modeste dimensioni dal centro incantevole, un piccolo lungo fiume contornato da locali, tavolini e antichi palazzi freschi di restauro. Un senso quasi svizzero di ordine e pulizia unito ad echi di maestosità esteuropea. L’Orto Klub è un centro polifunzionale non lontano dalla stazione ferroviaria. Saliamo al primo piano dove una piccola sala accoglie una ventina di persone, mentre sul palco suonano i Demeter, duo folk acustico sloveno. Proviamo a farceli piacere ma sussurrando aridatece i Kings of Convenience ci dirigiamo al bancone del bar, dove facciamo la piacevole scoperta che una birra media costa 2,50 euro, giusto la metà che a Milano.

Siamo venuti fin qui per la terza data del tour dei Notwist, lo storico gruppo tedesco che dopo il capolavoro indietronico “Neon Golden” - uscito nell’ormai lontano 2002 e acclamato come uno dei dischi fondamentali del decennio - aveva concesso solo sporadiche apparizioni, side projects e soprattutto nessun nuovo disco. Ma ora c’è un nuovo LP, si intitola “The Devil, You + Me” ed è trapelato già da alcune settimane sulle reti peer-to-peer. C’è anche questo tour appena partito che toccherà l’Italia a luglio (Torino e Ferrara) e c’è la curiosità di vedere da vicino cosa è stato dei Notwist dopo 6 anni di quasi-silenzio.

Già durante il cambio palco, una curiosa sorpresa: tra i vari pezzi che vengono diffusi nel locale c’è anche “The Swimming Season” dei nostri Giardini di Mirò. Quando la band sale sul palco - in formazione a 5, i fratelli Markus e Mika Acher alla voce e al basso, Martin “Console” Greschmann agli apparati elettronici, le new entries Max Punktezahl e Andi Haberl rispettivamente a chitarra e batteria - partono subito le note di “Pick Up the Phone”, il pezzo che me li aveva fatti scoprire sei anni orsono dagli schermi di Brand:New. Il suono è elettrico, compatto, le chitarre graffiano molto più che su cd e il giovanissimo batterista è bravissimo a inserirsi tra i loro delay e la pioggia di campioni controllati da Gretschmann.

La scaletta alterna quasi perfettamente brani da “Neon Golden” e dal nuovo lavoro, oltre a inserire due pezzi dal precedente “Shrink”. Le differenze risultano sfumate nella resa dal vivo che trova una sua posizione tridimensionale su un piano diverso rispetto ai dischi, mantenendone le intuizioni melodiche ma aggiungendo un’orchestrazione sui generis data dalla moltiplicazione di frasi rock per ossessioni da elettronica minimale. Tanto che anche quando inseriscono due pezzi da “12″ - il loro terzo disco e primo punto di svolta rispetto alle origini hardcore - lo scarto non pare affatto abissale e ci dimostra l’esistenza di una continuità di approccio lungo l’intera storia del gruppo. La voce di Acher è l’unica ad essere a tratti penalizzata nella resa dell’impianto, metafora di una debolezza malinconica che fin dai primi dischi della band si sposava a un’urgenza strumentale che, abbandonata la strada del punk, non ha però dimenticato - semmai imparato a governare - l’amore per le chitarre rumorose.

Amplissimo il materiale presente sul palco: oltre a molteplici pedalini ed effetti, sintetizzatori, un organo, Markus Acher ha al suo fianco un piatto per vinili sulla puntina del quale scorreranno le basi per alcune introduzioni, mentre Martin Gretschmann tiene in mano per l’intera durata del concerto due controller Nintendo Wii. Interpellato via mail qualche giorno dopo, Martin ci spiega che li utilizza collegati al software Ableton Live per modificare muovendoli davanti a sè i parametri di alcuni effetti. Il nerdismo di questa soluzione coniugato alla assenza di ogni calcolata freddezza rappresenta molto bene il paradosso dei Notwist. L’understatement della band, che in Germania ha da poco rifiutato una generosa offerta della Vodafone per l’utilizzo di un loro pezzo in uno spot pubblicitario, è particolarmente evidente nel piccolo locale sloveno dove la concentrazione dei musicisti e l’affetto del pubblico distante pochi passi saturano insieme l’aria della sala.

Impressiona nei tedeschi la capacità di sommare alla raffinatezza della ricerca sonora e alla varietà di soluzioni tecniche, un calore e un trasporto diventati negli anni maturità senza virare in noia. Potenti, convincenti, intensi. Non v’è alcun dubbio che i Notwist, qualunque possa essere la valutazione critica sul nuovo lavoro discografico, dal vivo siano in ottima forma.

Link:
Notwist Official Site
Notwist MySpace

Video From The Nite:
Pick Up The Phone


Boneless


Good Lies

NOTWIST su IndieForBunnies:

Recensione “THE DEVIL, YOU + ME”

3 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 5 (3 votes, average: 4.67 out of 5)
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Dove il giorno ferito impazziva di luce…
“Amsterdam”

E ci prepariamo ad un’altra estate con le nostre file in autostrada, le nostre file per l’ombrellone, le nostre file per tuffarci nel mare, le nostre file per parlare con lei, le nostre file per tornare a casa, le nostre canzoni demenziali e le camicie sbottonate per sembrare migliori. Ci prepariamo a rinfrescare le nostre carceri, i nostri fronti sguarniti, i nostri smaglianti sorrisi. Ma siamo soli e bruciamo nel nome di niente. Ci fermiamo dinanzi a quel poco che ci rincuora, forse senza pretese, sicuramente stringendo i pugni come da piccoli. Ci rannicchiamo tra le braccia di una canzone e ci lasciamo dondolare. Spesso dura poco. A volte vorremmo che fosse fino all’infinito. Come quando ti capita tra le mani un disco del genere, tributo ad uno dei più geniali e lirici gruppi italiani del secolo passato: i Diaframma.

Alla base di tutto c’è l’ammirazione per Federico Fiumani, deus ex machina della band fiorentina, musicista e poeta, ribelle ed oscuro giovane mai invecchiato, uomo diretto e mai banale, pioniere del post-punk nel Bel Paese. Chiunque sia stato chiamato a partecipare a questo progetto ha fatto suo un brano dei Diaframma e con amore viscerale la ripropone nel “Dono” (titolo di Nabokoviana memoria, non a caso), baciandolo con la passione di chi ama davvero e rendendolo un pezzo proprio. Allora ecco la rabbia bruciante della perdita scavare tra le corde vocali di Vasco Brondi (aka Le Luci della Centrale Elettrica), la purezza incontaminata delle vette toccate da Alessandro Grazian, la poesia che raddoppia nell’elettricità dei Marlene Kuntz, la splendida versione dei Superpartner e dei gloriosi Santo Niente di Umberto Palazzo oppure la profonda intensità raggiunta dai Magnolia e da The Niro. Non citare qualcuno, da Samuel Katarro a Bobo Rondelli, da Elena Stancanelli che ridisegna la gelida “Amsterdam” agli Altro (quest’ultimi quasi perfetti filologicamente nel loro tributo) per arrivare fino ai Tre Allegri Ragazzi Morti o a Dente e al N.A.N.O., significa rendergli un torto, perché nessuno risulta disarmonico, ogni performance è appropriata e si ritaglia il suo spazio d’ascolto con interpretazioni che restituiscono il sapore originale delle canzoni dei Diaframma con l’aggiunta però del proprio punto di vista. Dal canto suo Federico Fiumani appare in due brani, in uno dei quali accompagna gli Zen Circus nel manifesto della sua vita, questa tagliente scheggia di luce fatta di sguardi voraci verso la realtà che lo ha circondato e di parole lucenti ed essenziali come quelle del vero poeta.

Per i neofiti del gruppo fiorentino questo è un ottimo trampolino di lancio per addentrarsi nel loro mondo; per i fans di lungo corso sarà invece un piacevole ripasso con in un più lo stupore di ritrovarsi fra le mani un disco fatto di canzoni rilette in una maniere semplicemente meravigliosa.
Ora sì, siamo pronti per affrontare l’estate.

Cover Album
Diaframma Band Site
Diaframma MySpace
Il Dono. Tributo Ai Diaframma [ Diaframma - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Diaframma, Marlene Kuntz, The Niro, Santo Niente, Altro, Dente
Rating:
1. Fiore Non Sentirti Sola - Alessandro Grazian
2. Altrove - Altro
3. Verde - Dente
4. Amsterdam - Elena Stancanelli featuring The Niro e Fiumani
5. Il Telefono - Il Genio
6. Un Giorno Balordo - Le Luci Della Centrale Elettrica
7. L’amore Segue I Passi Di Un Cane Vagabondo - Magnolia
8. Siberia - Marlene Kuntz
9. Una Stagione Nel Cuore - N.A.N.O.
10. Pasqua - Oshinoko Bunker Orchestra
11. Labbra Blu - Roberta Carrieri
12. Diamante Grezzo - Samuel Katarro
13. Lode Ai Tuoi Amici - Santo Niente
14. L’odore Delle Rose – Superpartner
15. Io Amo Lei - The Niro
16. I Giorni Dell’ Ira - The Zen Circus & Brian Ritchie featuring Fiumani
17. Gennaio - Tre Allegri Ragazzi Mort

Perfino i bus qui hanno due piani. Solo io. Non ne ho neppure uno.
Credetemi se dico che c’è sempre troppo casino, a Tottenham Court Road. Otto miliardi di persone mentre annego sui marciapiedi strapieni, con in fondo alla testa delle cose ancora tutte mie.

Io, non sono capace con i piani, ma ho delle missioni al limite. Certo che c’è la differenza: il piano sai sempre come inizia e come procede, è roba fatta a tavolino, costruita. La missione è un’altra storia, è ineluttabile e se ne fotte se non c’è un piano. Della missione sai solo dove finisce. Per questo non ti perdi nelle stronzate di mezzo.
Esatto. I Verdena per esempio sarebbero una missione.

E fà un caldo bestia, ho dribblato abilmente (e si che non gioco manco a pallone…apprezzate dai…) due band supporter o qualcosa del genere. Sono appena a mezza guinness, che tanto non si sudava già abbastanza ma voglio dire…almeno così sudi per un buon motivo, ed ecco che arrivano sul palco. In formato condominiale, locale piccolo volume grande, figata.
Il buio è qui, si abbassano le luci. Senza tanti complimenti ci rovesciano subito addosso una “Don Callisto”, basso e batteria afferrano alla gola. E la chitarra stringe. Effetto marea sul pubblico. Un misto di naufraghi italiani e britannici. Il vecchio Just è il capitano e se ne stà piantanto davanti al palco in tempesta come avesse una gamba di legno. Yes, chiamatemi Ismaele. Lasciatemi gasare è il rock cazzo!
Difficile sentir suonare un trio basso-chitarra-batteria più coeso di questi tempi. Gli arrangiamenti dei Verdena sono come una sceneggiatura di Hitchock, non ci puoi nè togliere nè aggiungere un capello. Serrato, non dico perfetto perchè nel rock poi è sinonimo di noioso.
Nella quantità londinese di concertini garage, electro, neo-folk, indie-boh, può finire che te lo scordi come funziona un cosiddetto concerto rock. Qualcuno forse si sveglierà dal torpore, magari inizia pure a comprarsi un paio di scarpe. Decenti dico.

Granitico anche dal vivo il suono dei Verdena fà paura. Detona, “Isacco Nucleare”. Se si trovasse un modo, di incanalare quell’energia cinetica di Luca alla batteria, li mandiamo a fare tutti in culo questi delle centrali nucleari. La risolve lui, la cazzo di crisi energetica.
Riconfermo tutto quello che avevo detto nella recensione di “Requiem”, cambi di tempo, intuizioni geniali del cantato sulle metriche. Ma su quello a dirla tutta Alberto è sempre stato un marziano, anche a scapito della scrittura negli esordi. Ma aveva già le idee chiare di cosa stava facendo. Missione.
Dicono pure che Alberto Ferrari sia un perfezionista, un rompicoglioni eventualmente. Bene, allora dite anche che non ci sono decine di band che suonano così. E no, non ho dimenticato, di dire “in Italia”.

Prendo il Gulliver o meglio Il Gulliver prende me (mi astengo dal pogo solo per rispetto dei giovini): è l’archetipo del rock sinfonico del nuovo millennio, un ibrido mostriciattolo di 12 minuti, tra rock sinfonico legato alla tradizione prog 70ies e l’irruenza diretta del grunge degli anni ‘90.
Canos esce fuori più nervosa del previsto con la chitarra elettrica invece dell’acustica, eppure ancora irradia. Forse il pezzo più malinconicamente luminoso mai scritto da Alberto & compagnia, e soprattutto prova definitiva di una nuova capacità di trascendere il suono stesso che è un po la spina dorsale della loro discografia. Aldilà del valore del brano in sè, lo terrei d’occhio come sintomo di quanto ancora possono fare e andare.
“Muori Delay” è pogo e sudore. E nel mezzo c’è anche tempo per un Ovunque a rivalutare la presunta immaturità degli esordi, Elefante fila tiratissima e riempie l’aria di bassi che le pareti del locale sembrano comprimersi e via fino alla chiusura con l’unico pezzo che forse riesce a fare più casino di “Elefante” ovvero “Was?.” Alberto fà un mezzo sorriso e sfila la chitarra, la batteria gli chiede pietà e Luca si alza, Roberta dice grazie e via. Musica e basta, poche cazzate e niente pose.

Piove e l’autobus avanza a scatti con quel modo di guidare merdoso di tutti gli autisti londinesi. Fuori dei vetri le luci si smontano, e fanno cose strane al mondo.

Topi blu, ballano.
Sull’oceano.
Nulla.
E’ più vero.

Link:
Verdena Official Site
Verdena MySpace

Video From The Nite:
Muori Delay


Ovunque

VERDENA su IndieForBunnies:

Recensione “REQUIEM”

13 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 513 Votes | Average: 4.54 out of 5 (13 votes, average: 4.54 out of 5)
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Conviene prendere fiato ad un certo punto. Giusto per vedere quanta strada si è fatta. Fermarsi un attimo, piegarsi puntando le braccia sulle ginocchia e asciugarsi il sudore dalla fronte. Uno sguardo indietro. Qualche minuto. E poi subito ripartire. Jónsi Birgisson e compari hanno uno sguardo da mille chilometri e non affogheranno mai nelle certezze della loro strepitosa discografia.

Dopo quattordici anni di attività, cinque album, un documentario rugiadoso e milioni di copie vendute ai quattro angoli della Terra, i Sigur Rós hanno raccolto quanto di buono hanno realizzato in tutti questi anni mischiandolo con ambizioni covate da tempo e che già nel precedente “Takk” iniziavano a prendere forma. Di primo acchito “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust” (che tradotto vuol dire: ‘Con Un Ronzio Nelle Nostre Orecchie Suoniamo All’Infinito’, ndr.) appare come un immenso calderone, dove trovano spazio le dilatate atmosfere degli inizi e la voglia di costringere entro la forma canzone prettamente poppeggiante le cosmiche visioni d’Islanda. Ineccepibile trovata, non c’è che dire, quella di non fossilizzarsi su di un’unica prospettiva, cercando nuovi spazi vitali puliti e lussureggianti come le ampie vallate che si aprono tra le aspre insenature della terra d’origine.

C’è, però, qualcosa in più in questo disco, che fa compiere un balzo in avanti alle Rose della Vittoria: questo è un vero e proprio concept album, uno scrigno che ha l’ambizione di raffigurare su tela sonora l’Esistenza, scandendo le tre fasi principali di essa. L’album si muove su tre suite, tre ampi movimenti che assecondano la visione chiara che si dipana attorno alla voce flautata di Jónsi, essere androgino in perfetto assetto artistico con gli Dei del canto.
Si parte con il primo blocco di canzoni, tambureggianti, dionisiache, ubriache di ritmo al limite del tribale, fragorose alterazioni primitive che prendono in prestito movenze copiate a bambini che corrono spericolati per poi schiudersi in melodie giocosamente folk-pop che rappresentano la Giovinezza, l’età tattile per antonomasia, con poche regole in testa e molta vitalità da far esplodere all’aria aperta. Una bella soddisfazione per Orri Páll Dýrason, finalmente protagonista e libero di sfogarsi con classe sulle sacre pelli. Tutto è suonato ad un livello superiore sotto l’attenta regia di Flood, venerato maestro della produzione, deus ex machina di buona parte del rock’n'roll che c’ha nutrito negli anni ‘90.

Tutto scorre e niente rimane uguale. Nell’incompresibiltà rassicurante di un linguaggio che solo la nostra parte razionale stenta a riconoscere, scivoliamo nel cuore dell’album: l’Età Adulta, i fili da tendere, l’ampia costruzione che portiamo avanti tra mille affanni come direttori d’orchestra trafelati, come madri che fanno quadrare il cerchio contro le regole base della fisica quantistica. E qui viene fuori la mastodontica cifra sonora dei Sigur, la sensibilità che culmina negli studi di Abbey Road insinuandosi nella splendida “Ára bátur” e nei suoi 68 orchestrali della London Sinfonietta che danno vita ad un poema musicale epico che si amalgama alla perfezione con il coro della London Oratory School Schola, ultimo ostacolo per essere trasportati in un altrove maliconicamente tinto d’azzurro. Energia trasbordante e delicatezze architettoniche.

E poi la chiusura, la Vecchiaia, la parte meditabonda, quella che si vive ad un livello inferiore di volume, ma, non per questo priva di intensità. Anzi è proprio a questo punto, nel momento in cui s’abbassano le luci, che viene fuori una parte mai troppo sbandierata dai folletti islandesi, quell’appeal cantautorale che passando tra le loro mani viene snaturato ed elevato a momento liturgico, in un requiem che sa scaldarsi negli intrecci sinfonici di chi non ha mai smesso di soffrire. Perché rimanere narcotizzati ascoltando ‘Ilgresi’ è un lusso che si possono permettere in pochi.

Chiudo facendo mie le parole di un grande scrittore americano, William Faulkner, dedicandole a Jónsi Birgisson: Egli aveva la voce di un uomo che richiedeva di essere ascoltato non tanto con attenzione quanto in silenzio.
Epitaffio perfetto per l’unica band capace di suonare a dieci metri da terra senza risultare inconcludente.
Anche questa volta la freccia scoccata ha colpito il suo centro: un disco mastodonticamente aggraziato.

Cover Album
Band Site
MySpace
Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust [ Beggars / XL - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Rós, Adjágas, Múm
Rating:
1. Gobbledigook
2. Inní Mér Syngur Vitleysingur
3. Gódan Daginn
4. Vid Spilum Endalaust
5. Festival
6. Med Sud í Eyrum
7. Ára bátur
8. Íllgresi
9. Fljótavík
10. Straumnes
11. All Alright

SIGUR RóS su IndieForBunnies:

Recensione “HVARF/HEIM”
SIGUR ROS LIVE @ Piazza del Castello Estense (Ferrara, 04/07/2006)

6 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 5 (6 votes, average: 3 out of 5)
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tirar le bombe toccherà anche a te, un giorno o l’altro avrai qualcosa da difendere..

Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica quanto schifo fa il mondo, sempre e comunque.
Che ce lo dicano in faccia con un pugno in mezzo agli occhi, che ce lo nascondano cautamente fra i titoli dei telegiornali, che ce lo raccontino come fosse una vecchia dolce favola a cui abbiamo smesso di credere da anni, in fondo non chiediamo che questo.

Figli dei primi matusa Subsonica e, a volersi giustamente modernizzare, dei più recenti Amari, i Don Vito e i Veleno, progetto ferrarese del già poliedrico produttore Manuele Fusaroli, prendono quello che siamo e lo spalmano in un rassicurante mix di elettro-pop-rock, ideale per far passare quasi come chiacchiere d’ogni giorno certe angosciose riflessioni sociologiche sulla sempreverde vuotezza generazionale, quella che solo gli 883 seppero forse inconsciamente rappresentare con la vergognosa naturalezza di adolescenti mal cresciuti.

“Hell Mundo!” è un rivoluzionario tentativo di colorare angosce dilaganti e claustrofobici disagi che altri dipingerebbero più comodamente di nero e con facili pose da ribelli alla moda.
É un pop intelligente, consapevole di esserci per davvero e capace di dialogare senza timori con mondi e concezioni opposte a sè, con le chitarre, gli slogan e il salutare nichilismo di un punk rinnovato nella forma, ma che sembra essere ancora una volta l’unica via per ritrovare noi stessi o almeno qualcosa di bello da difendere con le unghe, con i denti, con le bombe.

Geniale via di mezzo tra i Tre Allegri Ragazzi Morti e gli 883, visionaria e cinicamente realista, la proposta dei Don Vito e i Veleno passa veloce e conquista con i suoi 10 pezzi, crudi e taglienti spaccati di vita quotidiana vestiti abilmente da irresistibili e morbide hit radiofoniche.

Cover Album
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Hell Mundo! [ La Tempesta/Venus - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Subsonica, Amari, Tre Allegri Ragazzi Morti, 883
Rating:
1. Io Te E Le Balene
2. Direzione Inferno
3. Molto Meglio
4. Disilluso E Leggero
5. La Logica Dello Stupefacente
6. Tra Canada E Messico
7. Ogni Veleno
8. Il Macabro Rito Dei Sati
9. Dipende Tutto Da Te
10. Hell Mundo!
7 Votes | Average: 3 out of 57 Votes | Average: 3 out of 57 Votes | Average: 3 out of 57 Votes | Average: 3 out of 57 Votes | Average: 3 out of 5 (7 votes, average: 3 out of 5)
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Gli O’lovelys sono un gruppo neozelandese che scrive buoni pezzi pop, costruiti sulle melodie delle due tastieriste presenti nella formazione e poi li rompe in modo isterico con raptus elettrici di chitarra punk-new wave e batteria grezza, asciutta e costante. Una sorta di Yeah Yeah Yeahs più docili, dove però non si fatica poi molto a trovare il vero cuore garage. “Black Stitch” è l’esempio calzante di quanto appena detto: un rock tirato e tempi in 4/4 veloci che a volte si avvicinano quasi pericolosamente alla pista da ballo e un età media dei componenti del gruppo che raggiunge appena i vent’anni.

Laura Lee, la cantante, ha una voce interessante, anche se dal vivo non rende bene come in questa autoproduzione, comunque il timbro è particolare e la musica abbastanza isterica, e non troppo classificabile dentro termini precisi (o complicati), da risultare addirittura quasi originale. Non ci sono veri singoli da segnalare: questo è un debut dove tutto si bilancia in modo abbastanza preciso, una canzone come “Heart Attack” che farebbe storcere il muso a chiunque (e inspiegabilmente trova posto nella tracklist) è compensata dal blues allegro “da passeggiata nel verde dopo la pioggia” di “Streets”.

Le distorsioni e gli attacchi isterici sono ammorbiditi dal pianoforte suonato in modo semplice, elementare eppure “redditizio” per un intreccio melodico che rassicura e rende la digestione di questa indie rock band neozelandese con base a Londra ed del suo disco dal titolo omonimo, più piacevole.

Cover Album
MySpace
O’lovelys [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Veils, Mint Chicks, Yeah Yeah Yeahs, The Ruby Suns
Rating:
1. Oh No
2. Stop It
3. Clocks
4. Scatterbrain
5. Streets
6. Heart Attack
7. Black Stitch
8. Where You Go
9. Spacesuits
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Quattro trace per metterti di buon umore. Quattro piccole gemme folk pervase da un senso di ottimismo spaventoso. Un pop riempito di natura, uccellini che cinguettano, pianoforti impazziti di gioia e un sacco di campanelli e violini e chitarre che non verranno mai distorte e poi ancora armoniche, ricordi d’amore… . Insomma avete capito che, sebbene venga da vomitare anche un po’ a voi solo leggendo tutto questo buonismo, io non riuscirò mai a parlare male dei Princeton.

Jesse e Matthew Kivel, fratellini “geek” folk, insieme al loro inseparabile amico d’infanzia Ben Usen consegnano al mondo la loro personale vista su prati in fiore e melodie fantastiche, perfette per quando pensate che il mondo non finirà domani e che in fondo forse vale anche un po’ la pena a volte sentirsi felici. “Bloomsbury” mi fa capire ancora di più perchè noi di Indieforbunnies amiamo questa band americana che non si prende mai sul serio e che continua a suonare in piccoli locali vicino casa quando avrebbe tutte le carte in regola per aprire a gruppi ben più famosi e conosciuti nel panorama folk.

Rispetto al loro primo album, i fratelli Kivel, virano decisamente verso un ottimismo fatto di Beatles e Okkervil River (quelli dell’ultimo disco ovviamente…) e preferiscono “uscire a fare due passi sotto al sole” piuttosto che piangersi addosso e rimanere in camera a guardare il mondo dalla finestra. Sarà che il precedente album coincideva col periodo più brutto della mia vita, sarà che oggi c’è il sole anche in Inghilterra, sarà che proprio non riesco ad essere triste, ma questa mini produzione capita proprio al momento giusto. Pop svedese, folk americano, impronta principale nella costruzione dei brani prettamente “McCartneyana”. Ecco a voi l’ep conigliesco della settimana.
Ottimo.
Abbiamo fatto bene a puntare sui Princeton da un po’ di anni, così come abbiamo fatto per altre band che non stanno minimamente tradendo le nostre e le vostre aspettative.
Enjoy life mates!

Cover Album
Band Site
MySpace
Bloomsbury (EP) [ Maple Leaves - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Iron & Wine, Devendra Banhart, Belle And Sebastian
Rating:
1. The Waves
2. Ms.Bentwich
3. Leonard Woolf
4. Eminents Victorians

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