RUFUS WAINWRIGHT
Release The Stars

[ Geffen - 2007 ]
7.5
 
Genere: songwriting
 
8 Maggio 2007
 

Certi dischi hanno dei tempi ben precisi, come un bel dipinto esigono la loro giusta cornice e un posto appropriato, la giusta luce e la giusta angolazione perchè certi colori e prospettive vengano fuori. Nonostante anni di ‘disinsegnamento’ televisivo l’occhio và guidato. Non saper guardare può essere grave, il vero problema in realtà è la conseguenza ovvero il non saper imparare. Evolversi sapete quella roba lì.
Non so se questo discorso funziona anche per l’ascolto, ma in massima parte funziona con il nuovo disco di Rufus Wrainwright. Formalmente in ‘Release The Stars’ in effetti c’è nè più nè meno quello che c’era negli album che lo hanno preceduto. Mettiamolo subito il dito nella piaga: Wainwright sulla distanza può diventare abbastanza claustrofobico. Nonostante certe timbriche vocali leggermente barcollanti alla Thom Yorke, forse qui manca proprio quell’elemento di imprevedibilità compositiva che i Radiohead ha reso celebri. Non è per fare un paragone, al contrario è per esporre un modo di fare musica diametralmente opposto. Qualche rischio in più insomma non guasterebbe nella discografia di questo artista statunitense.

Detto ciò l’eleganza è un pregio oggettivo, specialmente nell’uso di orchestrazioni strumentali e cori di sfondo che in alcuni passaggi arrivano ad avere una matrice Gershwiniana. Brilla la capacità di costruire canzoni di stampo pop su strutture maestosamente orchestrali, in questo a Rufus riconosciamo un raro dono. Prendiamo ‘Do i Disappont You’, una melodia semplice ed elegante che nasce da uno scarno intro di chitarra acustica, ritrovata poi nella seconda metà solennemente trasformata che ancora galleggia sicura e precisa sopra maestosi cori da camera e solenni costruzioni sinfoniche. Se vogliamo però tornando a quanto detto prima,un po troppo vicino a quanto fatto a suo tempo con il bolero che si rivelava dal cuore di ‘Oh What a World’, riuscitissimo brano che guardacaso ancora una volta in apertura di ‘Want One’ targato 2003.

Tutto suona abbastanza retrò e un po’ fuori dal tempo un po come certa musica di Antony and the Johnsons con cui infatti Wainwright ha condiviso più di una collaborazione. Sempre minuziosamente patinata la produzione anche quando le atmosfere si fanno più spigliate, ed è qui che certe alchimie si fanno a volte un po’ incerte. Indubbiamente sono le atmosfere più soffuse anche quelle più congeniali a Wainwright: una ballata al piano, fioca e morbida come ‘Leaving for Paris n.2’ non è cosa da tutti, arrangiata con la stessa eleganza con cui l’ultima voluta di fumo di una candela sale lenta mentre la fiamma si spegne in un puntino luminoso.

“Release the Stars” potrebbe annoiare, potrebbe non lasciare il segno per la freschezza di certe soluzioni. Ma come si diceva all’inizio certe volte bisogna saper trovare il giusto contesto e angolazione per apprezzare. Disco solo per chi ha tempo e voglia insomma.

Credit Foto: Oliver Mark / CC BY-SA

Tracklist
1. Do I Disappoint You
2. Going To A Town
3. Tiergarten
4. Nobody's Off The Hook
5. Between My Legs
6. Rules & Regulations
7. I'm Not Ready To Love
8. Slideshow
9. Tulsa
10. Leaving For Paris No.2
11. Sanssouci
12. Release the Stars
 

17 Comments

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just, tu sei buono: io personalmente avrei dato un giudizio meno positivo come giudizio (premetto che non sono un fan del cantautore newyorkese). però condivido sicuramente quanto dici sulla “giusta cornice”, sulla “claustrofobia” e sulla mancanza di “imprevedibilità”. in più, io vedo un accostamento molto simile (ai limiti del “gemellaggio) con l’ultimo andrew bird.
per il resto, io sto ascoltando i neutral milk hotel, però questo non c’entrava un cavolo (sono diventato educato)! 😉
un saluto (londinese, of course)

‘non saper guardare’: alla fine il problema e la differenza è tutta in questa manciata di parole..e non solo in relazione al dischetto di rufo…grande just!!!! 🙂

bye just!

Ascolto questo disco da un po’ di giorni e mi sono ritrovata in tutte le sfaccettature della recensione di just. In equilibrio tra la noia e l’innamoramento.
Personalmente, continuerò ad ascoltarlo fino ad impararlo a memoria, per un debito nei confronti di rufus wainwright per tutto quello che mi ha regalato con i dischi precedenti. Si merita un minimo di applicazione e dedizione, dal canto mio. E io mi meriterei un concerto dalle mie parti, finalmente. Non avevo colto le similitudini con Andrew Bird, artista che ho scoperto da poco e apprezzato moltissimo, ma ora mi spiego mglio com’è che mi abbia presa subito. Bellissima recensione, in definitiva.
C.

Chissà se ascoltero’ questo disco, o per lo meno chissà se lo ascolterò a breve.Rufus wainwright mi è piaciuto fino a want one, e nemmeno tutto, poi ha iniziato a stancarmi, troppo pomposo. Eppure ne apprezo la grande eleganza a ela capacità compositiva. Boh, io continuo ad aspettarmi un altro Poses, ma vivro’ nell’iillusione, questa cosa non accadrà mai. Indefinitiva prendero’ il disco quando sentiro’ la necessità di certe sonorità. Just esisti, pam, come al solito sei fuori luogo con i neutral milk hotel, ma stesso tu hai detto che non c’entravano un cazzo. Ti vogliamo bene per questo.Anche se io non sono sicuro divolerti bene.

sachiel: mi dispiace, ma non si è mai visto un saccottino mosso da cattivi sentimenti… ahr, ahr, ahr! 😈

Zitto, e affogati coi pangoccioli!

Tu invece Pam sei crudele ed è inutile che affoghi i tuoi rancori nei pangoccioli e cioccolata! 😀 cmq si hai ragione Andrea Uccello ce stà tutto…
La mie recensioni sono oggettive, se vogliamo personalmente lo trovo noiosetto e un po’ troppo patinato, ma è comunque un disco che ha le sue perle neppure troppo nascoste. E’ un modo di fare musica che apprezzo e credo che dopo lo sdoganamento di discreti “polpettoni sonori” come la Newsom e il citato Antony anche Rufus merita il suo spazio.
Non so se sono stato troppo buono, avrei potuto dargli 3 stellazze, ma sarebbe stato un po riduttivo. La mezza in più è la giusta misura!

E un saluto a Chiara se sei la Chiara che conosco. O una delle Chiare che conosco. Si vabbè ma anche se non lo sei un saluto lo stesso! e grazie per il “bellissima recensione” ^ ^

Quante Chiara conosci a Napoli Giustino?? Sto pensando a qualcosa di clamoroso che potrei farti ricordare e che mi riguarda, ma non mi viene in mente niente..ah, ho trovato! Il concerto a Roma di Damien Rice o, per tornare dalle mie parti, quella giornata fantastica del Neapolis (quando il Neapolis ancora aveva senso) con Nick Cave!
Insomma, mi becco il saluto e ti mando un bacio in cambio. Goditi Londra anche per noi poveri mortali!

Io direi che vi conoscete, pero’ poco.Live non vi siete mai parlati piu’ di 5 secondi e credo che la colpa sia praticamente mia.Andate in ace.

Vorrà dire che al prossimo uichènd romano a base di porchetta inviterete pure me per rimediare!

Beh, si, appena just sarà in quel di roma per qualche giorno, si deve organizzare qualcosa. Just facci sapè.

…..just mi mancano le tue battute del cazzo….ma pensa te…non l’avrei mai detto che sarei arrivato a tanto un giorno….

axel grazie per l’aiuto logistico x eventuali date per la band dei W.U. ho letto l’e mail.

Ah sisisisisi…Chiara a Napoli hai l’esclusiva conosco solo te! no dai al concerto di Damien Rice abbiamo chiacchierato un po’. Per il resto è cosa nota che sisi è colpa di Sachiel sempre e comunque.

Giov hai presente il vecchio adagio attento a quello che chiedi perchè potresti ottenerlo?

Cmq per l’amor del cielo numme parlate di pochette e castelli che qui c’ho delle mozzarelle che ce puoi giocare a tennis ed esistono luoghi a un paio di ore di aereo da qui dove…no basta, mi deprimo senno…

Sono le 19.37 nella ridente Londinium e il Just stacca tutto e porta le chiappe a casa. A presto!

Mah, io trovo che il paragone o non-paragone con i Radiohead sia azzardato quanto potrebbe essere mettere a confronto David Eugene Edwards con Boy George, ecco.
Per il resto, amo questo disco, e dato che temo che l’ immaginifico sentire compositivo wainwrightiano (ohibò) sia per me un po’ come l’ Atlantico per un salmone, tenderei a cadere nelle reti della scarsa oggettività – probabilmente, data la metafora, direttamente sul tagliere di un cuoco giapponese che mi trasformerà in sushi- eviterò accuratamente, cogliendo invece la palla al balzo -caduta ad una foca palleggiatrice di passaggio?- per farvi i complimenti per il sito, scoperto solo ora. Bisou

Due sere fa sono stata a Parigi solo per lui che a mio parere pare brillare di luce propria come in grado di far parte di un tempo che anagraficamente non gli appartiene. l’eleganza è un qualcosa che nessuno può insegnare ma, quando esci da un concerto di Rufus lo sei un pò di più poichè lui la fa respirare come fosse un dono da fare assaggiare a chiunque. Anch’io vorrei un concerto in Italia! un bacio.

Ascolto Wainwright dal 2001, quando grazie al programma Dispenser ho scoperto il suo primo grande album! E’ ancora presto per me esprimere un giudizio su Release the stars. Non sono un esperto, e se ci sono delle canzoni che vanno subito a segno, ho imparato a coltivare anche quelle più difficili perché sono quelle che riservano le maggiori sorprese. Certo, come dice Just è una questione di contesto, di angolazioni, aggiungerei di stati d’animo. Lo è in particolare per Rufus Wainwright, che ha molte corde a sua disposizione, ma tutte suonate con quell’aria malinconica, apparentemente abbandonata. Ma non è musica patinata, non credo. Quell’aspetto “levigato” dei suoi dischi, progetto Want in primis, non è un abbellimento della produzione, ma il risultato di un duro lavoro di ricerca e selezione in due direzioni apparentemente inconciliabili: il folk americano e l’opera tutto questo con i piedi ben piantati nel presente della musica(Radiohead, Bjork, ma anche Cohen). Queto tentativo può apparire barocco e forse lo è. Scontiamo, soprattutto in Italia il significato prevalentemente negativo di questo aggettivo. Dunque preferisco dire emozionale, teatrale, vorticoso. E’ così che vedo la musica di Rufus, sensuale ma anche struggente, come se la pittura di Rubens avesse incontrato quella di El Greco. E’ una questione di mood. I’m in the mood for him!

 

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