INTERVISTA CON QUINTON SCOTT (STRUT RECORDS)

 
27 Gennaio 2011
 

Strut is dedicated to unearthing the lost gems of dance music past, covering music from hard funk, underground disco, original breaks and Nigerian Afrobeat to old skool hip hop and forgotten music library classics. (ResidentAdvisor)

Quattro chiacchiere con Quinton Scott (intervista precedentemente pubblicata dal mensile MadeWS ) padrone della Strut Records.

Quando nasce, per la prima volta, la Strut Records? Come mai sei stato costretto a chiuderla nel 2003 e, soprattutto, cosa ti ha portato a scommetterci di nuovo nel 2008?
Tutto ebbe inizio quando fondai l’etichetta Harmless con la Demon Music, che gestii per un po’ di anni. Durante quel periodo per me c’è stata una progressione naturale verso la costituzione di una mia etichetta; ed è così che nacque la Strut, che fondai nel 1999. Mi trovai costretto a chiuderla nel 2003 per varie ragioni: da una parte c’è stata sicuramente una gestione finanziaria poco attenta e dall’altra il nostro distributore stava attraversando un periodo difficile e aveva smesso di pagarci. Poi nel 2008, ebbi la possibilità di ricostituire la Strut grazie alla !K7. Ora sono loro i proprietari dell’etichetta e da Londra io mi dedico esclusivamente all’aspetto musicale

Quando hai iniziato ad essere affascinato dalle più oscure sonorità afroamericane e a quelle italo disco e protohouse?
Ho iniziato a prendere la musica veramente sul serio intorno al 1983 quando l’hip hop e la musica elettronica erano agli albori. Il mio primo lavoro nel mondo della musica è stato come porta carte e operatore nell’area tecnica presso la Jive Records nel 1986. Questa esperienza mi ha aperto un vero e proprio mondo. Gli A&R e altri ragazzi suonavano li molte delle ultimissime sonorità hip hop, house, soul e boogie degli anni 80. In quel periodo c’erano delle fantastiche stazioni radio pirata a Londra come la LWR e Solar che trasmettevano funky, rare groove e disco. Era un periodo molto fertile per la musica a Londra.

Cosa ti ha portato a scegliere di dirigere una label che si occupava solo di questa musica fino ad allora molto ghettizzata o, comunque, di certo non ‘alla moda’?
Nel periodo in cui fondammo la Strut e iniziammo a portare avanti i nostri progetti, i DJ suonavano la musica disco, il funky e l’Afro e capitava molto spesso che le persone parlassero dei club e dei gruppi più influenti come i Paradise Garage e i The Loft di New York, i Wild Bunch di Bristol e molti altri; avevamo sempre pensato che ci fosse un potenziale enorme per questo tipo di musica. Quindi, molti dei progetti della Strut nacquero perché alcuni ‘sound’ erano già diventati importanti nei club. Con progetti come “Nigeria 70”, intorno al 2000 c’è stato un grande interesse per Fela Kuti e l’Afro beat e, in quel periodo, si percepiva quasi con mano la voglia di scoprire la musica che proveniva da Lagos.

E perché, secondo te, ora il pubblico sembra essere molto più ricettivo nei confronti di questa musica?
Credo ci sia sempre stato interesse a scoprire le canzoni più vecchie e magari quasi sconosciute, sopratutto da parte dei DJ. Oggi la cultura è molto differente e più ampia: ci sono molti più collezionisti e scopritori grazie ad eBay e alcune pezzi circolano grazie al passa parola o perché è stato creato un ‘movimento’ in clubland, come è accaduto negli ultimi anni per l’Italo disco. Comunque il bello della musica degli anni ’70 e ’80 è il grandissimo numero di canzoni che furono pubblicate; quegli anni rappresentano una fonte inesauribile di bella musica.
Il vinile è ancora molto importante per noi e la quasi totalità degli album che pubblichiamo sono anche disponibili in versione LP e le vendite sono relativamente buone. Tuttavia, il digitale è sempre più importante per tutte le etichette. Diciamo che se i supporti fisici sono quelli che, alla pubblicazione, vendono meglio, il digitale tende ad avere un riscontro economico migliore sul lungo termine.

Sbaglio o puntate molto sui download digitali e molto meno sul ‘supporto fisico’? Non credete che la vostra musica sarebbe perfetta per gli appassionati di vinile?
Il vinile è ancora molto importante per noi e la quasi totalità degli album che pubblichiamo sono anche disponibili in versione LP e le vendite sono relativamente buone. Tuttavia, il digitale è sempre più importante per tutte le etichette. Diciamo che se i supporti fisici sono quelli che, alla pubblicazione, vendono meglio, il digitale tende ad avere un riscontro economico migliore sul lungo termine.

Chi è l’ascoltatore dei dischi firmati Strut?
Il nostro pubblico è stato sempre molto vario e abbiamo sempre lavorato affinché la Strut potesse essere un qualcosa in più rispetto alle classiche etichette per collezionisti, e abbiamo sempre tentato di rispondere alle esigenze di chi nutre un interesse, pur se vago, verso un DJ in particolare o verso un genere musicale. Quindi direi che potremmo parlare di un pubblico di tutte le età e che si avvicina alla musica con una certa apertura mentale perchè amante della musica. Poi è ovvio che una parte del pubblico è più sensibile a album particolari: DJ come Danny Krivit e Horse Meat Disco hanno sicuramente un pubblico specifico.

Il primo merito della tua etichetta, secondo il sottoscritto, è proprio aver ‘sdoganato’ al grande pubblico un genio sconosciuto come Mulatu Astatke, lanciandolo di nuovo sulla ribalta nel disco condiviso coi lisergici Heliocentrics. Com’è nato quel disco?
“Horse Meat Disco” è stato un progetto grandioso, ideato da una DJ e produttrice di Londra: Karen P. Lei coinvolse Mulatu nella Red Bull Music Academy riuscendolo a portare a Londra per suonare nuovamente dopo circa 15 anni di stop. Nel frattempo chiese agli Heliocentrics di suonare insieme a lui. Il pezzo fu incredibile e l’idea era perfetta per la serie “Inspiration Information” sulla quale stavamo già lavorando alla Strut. La registrazione avvenne immediatamente dopo alla loro esibizione.

Come ti è venuta in mente l’idea della serie Inspiration Information? Quali saranno le prossime collaborazioni?
L’idea inizialmente fu di Juan Vandevoort (A&R presso la !K7 e ora presso la PIAS Recordings). Quando la Strut fu rilanciata, ci sedemmo attorno ad un tavolo e iniziammo a scrivere una lunga lista di possibili progetti che potessero coinvolgere artisti proveniente da tutti i generi musicali, vecchi e nuovi. Con il passar del tempo l’idea iniziale ha subito delle piccole variazioni: alcuni progetti che stiamo portando avanti prevedono la pubblicazione di nuovi album ai quali contribuiranno nuovi artisti o produttori. Kid Creole sta lavorando con gli Hercules & Love Affair su un nuovo album e la legenda della chitarra di Detroit, Dennis Coffey, al momento sta registrando con un nuovo stile heavy funky e soul insieme ad un gran numero di artisti come Mayer Hawthorne.

Un altro piatto forte della Strut è la componente disco, culminata, secondo me, con quell’assoluto capolavoro che è l’antologia di Walter Gibbons “Jungle Music”. Visto che le radici della house sono lì, e che grazie a voi ora se ne stanno accorgendo un po’ tutti, pensi che i dj set come quelli della serata “Horse Meat Disco” possano iniziare a diffondersi anche nel resto d’europa, soppiantando magari quell’immondizia minimal techno che infesta ormai la maggior parte dei club?
Credo che la disco sia sempre stata una parte importante di clubland. Nel biennio 2000 – 2002 si organizzavano molte serate di underground disco e in quel periodo questo genere di musica veniva in un certo qual modo reinventato. Il sound di posti come l'”Horse Meat Disco” e il “Disco Bloodbath” affonda le sue radici nell’etica originale di New York ma allo stesso tempo ne esce con un’ impronta differente ed è questo che rende le serate in questi club divertenti e adatte a chi si avvicina alla musica con una certa apertura mentale. Non mi aspetto che a breve avvenga una vera e propria rivoluzione della musica disco ma credo che oggi clubland si basi molto meno sui generi rispetto al passato e molti DJ continueranno a proporre le loro scoperte ed ognuno con il proprio stile.

Puoi raccontarci com’è nata la serata ‘Horse Meat Disco’? Potremo mai vederla in Italia?
La serata “Horse Meat Disco” è stata ideata da James Hillard e da Jim Stanton: James lavorava precedentemente per la Nuphonic Records e Jim lavorava come giornalista per la rivista Jockey Slut. Entrambi avevano tratto la loro ispirazione da Adam Goldstone (RIP), un grande DJ e produttore di New York che aveva registrato con Nuphonic. Severino Panzetta, uno dei 4 ideatori della “Horse Meat Disco” (Luke Howard era il quarto) suona regolarmente in Italia ma per quello che so non è stata mai progettato una serata analoga alla “Horse Meat Disco”. Comunque gliene parlerò.

Prossime uscite e progetti vari?
Un nuovo album che porta la firma di Ebo Taylor, la legenda ghanese dell’highlife, una serie di compilation chiamata “Disconnect”, che inizierà con il mixaggio di Leo Zero (un misto di stili post-punk, afro e raggae), l’album del debutto di “Arthur’s Landing”, che prevede la collaborazione di molti musicisti originali che hanno suonato con Arthur Russel e, in fine, un nuovo album di Benin dell’entusiasmante Orchestre Polyrytmo de Cotonou.

Intervista pubblicata sul mensile MadeWS

Link:

Ascolta alcune tracce estratte dalle migliori release Strut Records

TC James & The Fist O’Funk – “Get Up On Your Feet (Walter Gibbons Mix)” da “Walter Gibbons – Jungle Music”

The Mahotella Queens – “Wozani Mahipi” da “Next Stop… Soweto VOL. 2”

Madleen Kane – “Cherchez Pas” da “Horse Meat Disco II”

Lloyd Miller & The Heliocentrics – “Electricone” da “Lloyd Miller & The Heliocentrics”

Dennis Mpale – “Orlando” da “Next Stop… Soweto VOL. 3”

Ebo Taylor – “Love & Death” da “Love & Death”

The Countach – “My Oasis (Dance Club Version)” da “Leo Zero – Disconnect”

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