I Wolf Alice si sono presi un paio d’anni: tanti sono passati dal loro discografico ufficiale il singolo “Fluffy” (una notevole botta di 2’44″) per arrivare a questo primo album; nel mezzo, un paio di ep che facevano ben sperare, “Blush” e “Creature Songs”, molti live, qualche aggiustamento e l’etichetta di next big thing come sempre affibbiata dalla stampa inglese ad una band diversa ogni settimana.

Ora fanno tesoro di quel percorso ripescandone il meglio, aggiungendo colore permettendosi addirittura di lasciare fuori un brano come “Moaning Lisa Smile”, che era stato incluso dalla HBO in un episodio di ‘The Leftovers – Svaniti Nel Nulla’, garantendo loro un sacco di visibilità.

Credit: Justin Higuchi, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

“My Love Is Cool” è una perfetta alternanza di aggressività (che fa molto indie anni ’90) e dolcezza fanciullesca, a tratti psichedelica (impossibile credere che questi londinesi non siano cresciuti ascoltando “Mellon Collie And The Infinite Sadness” a ripetizione).

Soprattutto, colpiscono lo sfoggio di personalità e la capacità di trovare melodie facilissime rivestendole di soluzioni distorte che farebbero la fortuna di quasi tutte le guitar-band là fuori (e infatti, almeno per questo 2015, i Wolf Alice stanno una spanna sopra a tutte).

Il disco apre con un mood lento e profondo (“Turn To Dust”), in contrasto con quanto immediatamente segue: “Bros”, “Loves Whore”, “You’re A Germ” e “Lisbon” giocano sul volume e l’emotività, si tratta di grunge-pop dai contorni ben definiti ed irresistibili. Soprattutto “Bros”: è la “Live Forever” di questa generazione, meno speranzosa ma altrettanto intensa: una storia di adolescenza condivisa, un racconto mosso dalla necessità quasi fisica di ritrovarsi, che si muove tra gli scatti della sezione ritmica e un riverbero che sa di infinito.

“My Love Is Cool” poi svolta, succede con la cantilena di “Silk” e da lì in poi i suoni si fanno più cavernosi, i Wolf Alice si agitano al rallentatore in un’oscurità densa e quasi tattile, salvo recuperare in coda proprio quella “Fluffy” che era stata il loro esordio; ma “Swallowtail” e “Soapy Water” si spingono nel buio verso universi quasi slowcore (la prima) e trip-hop (la seconda).

Esordio solido, riuscitissimo, in quest’epoca tanto basterebbe; ma sospettiamo che negli anni a venire i Wolf Alice saranno capaci di superarsi.

La recensione, nella sua versione originale, è su ‘Non siamo di qui’ che ringraziamo per la gentile concessione