Per discorrere di “The Dirt” apro una veloce digressione, perchè nel parlare dei Motley Crue non riesco ad esimermi da cari ricordi adolescenziali, posto che in una recensione oggettiva tali rimembranze dovrebbero essere limitate il più possibile cosi come gli strali entusiasti da fan club.
Ricordo con affetto un libro (“Fargo Rock City , la follia glam degli eighties” di Chuck Klosterman) che dipinge in maniera mirabile la provincia americana di metà  anni ’80 ed in particolare la fascia adolescenziale della popolazione, che viveva il mito ed il fascino della dissolutezza della Los Angeles del periodo.


L’autore non sceglie un approccio da critico musicale ma si affida ai ricordi adolescenziali di chi, come lui, visse in diretta, con l’innocenza dettata dall’età , la storia dell’hard rock americano con predilezione proprio per i Motley Crue.
I ricordi evocati dall’autore sembrano pertanto simili a quelli che potevano vivere i giovani di allora dell’Italia che seguivano le gesta dei Crue, da sempre una provincia nell’impero del rock.
La scena musicale è quella dell’hard rock declinato nelle forme denominate “hair metal”, “glam metal” e la versione meno edulcorata dello “sleaze o street metal”.
Un movimento che finì irrimediabilmente per implodere per eccessiva sovraesposizione ed un manierismo nelle forme e nei contenuti che diventò soffocante, con relativa sparizione improvvisa con i primi anni novanta.
Un movimento musicale che dominava le classifiche statunitensi, trainato da Mtv e da milioni di dischi venduti.
Un’etica ed un’estetica improntata sulla triade sesso, droga e rock “‘n’ roll di cui i Motley Crue furono alfieri e dominatori.

A raccontarci la loro storia, molto poco musicale e assai più “gossipara”, ci pensò l’uscita del libro “The Dirt” nel 2001 , che divenne ben presto un caso editoriale, uscito negli anni in cui la sbornia di fine anni ’80 era ormai stata digerita ed il nome dei Motely Crue era rimasto impresso nell’immaginario collettivo ed aera assurto ad icona, detrattori compresi.
Il libro si concentrava sulla loro storia, certamente descrivendo la nascita e l’ascesa del gruppo ma soprattutto senza risparmiare alcun dettaglio nella descrizione della loro vita dissoluta fuori e dentro il palo.
Il testo , scritto in uno stile molto scorrevole che rende avvincente la lettura quasi fosse un romanzo e senza presunzioni di stampo documentaristico, si sofferma nella descrizione di aneddoti , di volta in volta tragicomici , scabrosi, alienanti e a tratti morbosi.
Viene scandagliata la dissolutezza della band, nella vita privata, in studio e on the road, per carpire lo spirito che stava alla base di ciò che significava essere un membro dei Crue, al netto di qualsiasi giudizio morale o meglio moralistico.

A distanza di quasi un ventennio il libro vede realizzata la sua trasposizione in un lungometraggio, patrocinato dall’ormai “prendi tutto” Netflix.
Il contenuto del film è in linea con quanto descritto nel libro, posto che ovviamente il film deve rispettare i tempi dettati dal suo stesso formato .
Il film è meno crudo del libro, ma non mente e non fa sconti sulla storia narrata nel libro.
Inutile ricordare che nel film lo spazio dedicato al periodo che vide John Corabi sostituire Vince Neil è ridotto al minimo sindacale (sì lo ammetto sono uno dei fan del loro controverso “Motley Crue” che apprezzai già  al tempo dell’uscita) .
Per i fan dei Crue è un must, ma è un film che può essere guardato da chiunque, anche da chi non conosce minimamente il gruppo, sia perchè si tratta di un film di piacevole visione e ben realizzato, sia perchè rende bene l’idea di quella che poteva essere la scena di L.A. cui appartenevano i Motley Crue.
A corredo del film è ovviamente edita anche la relativa colonna sonora, che si concentra sul primo periodo della band, che contiene in ogni caso materiale che non va oltre “Dr Feelgood” e che si segnala per la presenza di tre inediti (di buona fattura) ed una cover di “Like A Virgin” di Madonna (anonima se non inutile).
Un cd o per completisti o per chi vuole portarsi a casa una raccolta ben fatta, anche se di greatest hits dei nostri se ne trovano già  diversi e forse meglio calibrati nella scaletta .

A chiusura di questa “disamina” fa storcere un po’ il naso il finale del film da “volemose bene” ma nell’economia dello stesso a dir il vero non stona e forse vuol essere un rimando al recente “Final Tour”, anche se poi si sa che i rapporti interni tra i componenti della band non sono rimasti così idilliaci se non nel difendere il marchio “Motley Crue“.
It’s business baby”…