Credo sia difficile per tutti gli artisti trovarsi all’indomani di un exploit commerciale di enormi dimensioni, specie se fino a pochi anni prima il tuo successo era relegato a una fetta specifica di ascoltatori, e in ogni caso frutto di una semina partita da lontano.
Oltre al cambiamento netto di prospettiva e agli indubbi vantaggi economici, arriva poi il momento in cui devi andare avanti e sai che nulla sarà come prima, le aspettative saranno a quel punto ben diverse.

Così c’è chi decide di battere il ferro finché è caldo, optando per un album fotocopia del precedente, chi invece cerca di sperimentare nuove suggestioni musicali, solo raramente ci sarà chi ripudia il nuovo status per tornare a fungere da paladino del mondo indie.

Il newyorkese Richard Melville Hall reduce del best seller mondiale “Play” avrebbe potuto benissimo replicare la “formula perfetta”, ciò che rese accessibile a tutti la sua proposta di stampo dance alternativo.
D’altronde brani come “Natural Blues”, “Why Does My Heart Feels so Bad?, “Honey” o “Porcelain” possedevano tutti gli ingredienti per risultare accattivantI: erano sì accessibili ma mantenevano comunque una struttura non del tutto convenzionale.
E poi ci fu la trovata di campionare frammenti di antichi canti blues, gospel e folk innestandoli su un apparato moderno, in alcuni casi vicino discendente della techno e della house, materie in cui il Nostro era assolutamente un maestro sin da quando nella seconda metà degli anni ’80 emerse come deejay di stampo underground dopo un passato punk.

Furono ben nove i singoli estratti da “Play”, pubblicato nel 1999 quando Moby aveva 34 anni. Praticamente metà tracklist era stata “saccheggiata” per via di spot e jingle, e inserita in film, documentari, soundtrack e compilation delle più varie.

Realisticamente pareva molto improbabile riuscire a replicare non solo i numeri di un album simile, ma proprio la grande qualità che lo caratterizzava. La tentazione però, per un talento geniale come lui, credo sia stata tanta: – perché no? – si sarà chiesto Moby – ma alla fine il suo successore, intitolato semplicemente “18” come le tracce in esso inserite, si rivelerà qualcosa di simile, eppure diverso (e non perché non gli siano riuscite le canzoni, ma per una scelta consapevole di ricercare altro).

Come facilmente ipotizzabile non riuscì a eguagliare “Play” nelle vendite, pur ottenendo buoni riscontri di qua e di là dell’Oceano, ma oltre a questo dato oggettivo ben presto divenne anche oggetto di giudizi non proprio lusinghieri.
Il tempo trascorso da allora ci viene in aiuto al fine di collocarlo al meglio in una scala di valori, giacché è un album che ormai ha speso venti candeline, essendo uscito il 14 maggio 2002, un periodo più che sufficiente per storicizzarlo.

Accennavo ad alcune critiche piovute addosso al disco: gli aspetti più controversi in fase di approfondimento riguardavano principalmente la durata, ritenuta da molti eccessiva, e una certa disomogeneità di fondo.
Pareri legittimi per carità, ma dal mio punto di vista in “18” sono senz’altro di più i momenti da lodare che non le cadute di tono.

Si tratta di un lavoro nel quale Moby ha provato a miscelare brani più canonici (in alcuni casi in effetti vicini alle atmosfere di “Play”) e dal forte appeal radiofonico insieme ad altri di matrice più alternativa, attingendo a diversi mondi musicali.

In tal senso infatti viene molto difficile catalogare l’album con una sola etichetta, potendo contare al suo interno elementi pop, dance, rock, blues, folk, hip hop, ambient, strumentali, il tutto mantenendo elevata la naturale componente elettronica.
Letto così “18” nacque come progetto sicuramente ambizioso, visto che oltretutto non mancavano di certo all’autore i mezzi per realizzarlo come se l’era immaginato.

Come tutti i progetti che mirano in alto, però, può capitare che ci si faccia prendere la mano o che, più semplicemente, non tutto riesca secondo quanto prospettato.
Scorrendo la tracklist e soprattutto dando un ascolto non più legato all’emotività e all’attesa del momento, pare evidente quanto appena accennato sopra: accanto infatti a brani assolutamente di rilievo (e che non avrebbero sfigurato nel capolavoro precedente) ve ne sono altri meno a fuoco, senza una direzione precisa.
A essere “cattivi” li si chiamerebbe riempitivi. Ma pure in questo caso ci potrebbe essere qualcuno pronto a sostenere il contrario, segnalando “Another Woman” oppure “Sleep Alone” degli episodi degni di nota.
A mio avviso, invece, oltre a questi potrei individuare un altro paio di titoli non propriamente all’altezza, come “The Rafters” e “Jam for the Ladies” , i quali non lasciano granché traccia e scorrono via lasciando qualche rimpianto, specie quest’ultimo, che avvalendosi di due partecipazioni di peso come quelle di MC Lyte e Angie Stone prometteva invero scintille.

Di contro però ritengo siano ben più numerosi e rilevanti i momenti felici dell’opera, che aveva iniziato meglio che non poteva il suo cammino discografico, considerando che due settimane prima del suo lancio definitivo era stata anticipata dal clamoroso rock spaziale di “We Are All Made of Stars”, divenuto quasi in presa diretta uno dei migliori brani del suo intero repertorio.
L’atmosfera nell’insieme – e in parte anche il cantato – rimanda a David Bowie, che oltre ad essere stato per lui una grande fonte di ispirazione, divenne poi fra i suoi più stretti amici.

Posta in cima alla tracklist, si potrebbe pensare che in qualche modo ne indicasse l’iter musicale (ciò avviene ad esempio nell’intensa “Extreme Ways”) invece ecco che Moby subito ti spiazza, infilando un altro di quei singoli passati poi alla storia di quell’epoca, vale a dire “In This World”, che si avvale della magnifica voce di Jennifer Price, riecheggiando – mi pare doveroso sottolinearlo – il mood di “Play”, visto che sembra di sentire un blues degli anni trenta trasportato nel futuro.

Anche la terza traccia (“In My Heart”) rimane ben impressa nell’ascoltatore, col suo incedere elettronico incalzante, alla lunga finanche ossessivo. Il ritmo rallenta una prima volta all’altezza della quarta traccia, in cui Moby vira inaspettatamente verso un placido e rassicurante pop-folk: “Great Escape” è interpretata dal duo delle Azure Ray, sorta di progenitrici delle Boygenius.

In genere però, come detto in precedenza, sono i suoni sintetici a caratterizzare “18″, i tappeti di tastiere, i campionamenti, ben mitigati, e talora intrecciati, a toccanti linee d’archi.
A tal proposito è impossibile non citare “Sunday (The Day Before My Birthday)”, scritta il giorno successivo all’attacco alle Torri Gemelle, dove Moby ha utilizzato magistralmente il sample di una canzone di Sylvia Robinson.
Sulla stessa falsariga trovano spazio “One of These Mornings”, una morbida ballata cantata da Dianne McCaulley e la notturna “At Least We Tried” con la calda voce soul di Freedom Bremner.

Antico e moderno si incontrano nella conclusiva “I’m Not Worried at All” a suggellare l’unione delle due anime di Moby, qui tradotte in maniera sublime dall’intervento del gruppo The Shining Light Gospel Choir (che già avevano impreziosito il super-singolo dell’album precedente “Why Does My Heart Feel So Bad?”).
L’attitudine ambient, da sempre presente nei suoi lavori, emerge in tutto il suo candore connotando l’onirica “Fireworks” e la toccante title-track.

Discorso a parte merita la suggestiva “Harbour”, in cui il binomio tra l’indie-rock sinfonico dell’autore e la straordinaria voce di Sinéad O’Connor emoziona a dismisura, rappresentando secondo diversi pareri lo zenit dell’intero lavoro.

A conti fatti quindi non si può certo dire che Moby abbia toppato cercando di regalare al suo pubblico un degno successore di “Play”, che rimane pietra angolare irraggiungibile del suo percorso artistico.
“18″ ad ogni modo può legittimamente attribuirsi il merito di essersi avvicinato molto a quel livello qualitativo, tenendo del tutto in voga il nome del suo autore, in quegli anni baciato senza dubbio da una viva ispirazione e da autentica grazia creativa.

Data di pubblicazione: 14 maggio 2002
Registrato: presso Moby’s home studio on Mott Street, Manhattan (New York City) tra il 2000 e la primavera del 2002.
Tracce: 18
Lunghezza: 71:24
Etichetta: V2/Mute
Produttore: Moby

Tracklist
1. We Are All Made of Stars
2. In This World
3. In My Heart
4. Great Escape
5. Signs of Love
6. One of These Mornings
7. Another Woman
8. Fireworks
9. Extreme Ways
10. Jam for the Ladies
11. Sunday (The Day Before My Birthday)
12. 18
13. Sleep Alone
14. At Least We Tried
15. Harbour
16. Look Back In
17. The Rafters
18. I’m Not Worried at All