Probabilmente è inevitabile che vi siano sempre occasioni da dedicare a questo tipo di album che riuniscono l’angst post adolescenziale con il desiderio di costruirsi una reputazione, specie quando si ha a che fare con una terza prova da parte di una band dalla forte rappresentanza femminile a cui si aggiunge l’effervescente carattere della leader Dana Margolin, insieme pronti a fare il salto forse generazionale, forse il salto della maturazione  con questo “Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky” come suggerisce l’astratta copertina che disegna in forma stilizzata questa fase in cu si vorrebbe prendere il volo verso una dimensione diversa.

E’ che non sempre i tempi sono appunto maturi per far crescere le migliori intenzioni, che in questo album sono esplicitate molto prima della comprensione della qualità  delle canzoni, come se l’esigenza di questa fortissima volontà  espressiva bucasse e andasse oltre il nucleo musicale della band, un pò ostacolando il piacere dell’ascolto, in un saliscendi continuo di emotività  grezza, un cantato volutamente personale e sgraziato, che imita grandi classici del passato, che rifiuta la dolcezza e l’intonazione, in un inseguire di virtuosismi non sempre azzeccati, con la conseguenza di produrre una sensazione che cozza un pò con l’esigenza di avere a che fare con qualcosa di più consistente di uno sbattere in faccia ansie e paranoie, che vanno sempre bene, altrimenti la miccia dove si trova, ma che insomma al terzo album sorge il dubbio che questo indie rock giovanile non riesca a superare la sua dimensione scolastica e soprattutto elementare, non fragile ben inteso nè derivativa, ma forse appartenente a qualcosa di già  sentito, non solo dagli stessi Porridge radio,   ma soprattutto dalla pletora di   indie band come questa che da sempre hanno attraversato questi momenti di transizione, diciamo dagli anni 90 in poi.

In tutto questo, non mancano i brani che cercano e trovano maggiore interesse, anche coinvolgenti e insomma meno canonici, dove un po’ si osa qualche velleità  melodica che abbini profondità  e leggerezza (“Jealousy”, con la sua bella linea di piano o “Splintered”, ombrosa dal suono vintage)   insomma una certa maturità  , piuttosto che invece far risaltare veramente la strabordante verve della Margolin in   una cosa come “U can be happy if you want to”, canzoni insomma dove l’elemento musicale magari un pò più strutturato sa essere complementare con la voce della leader in modo da bilanciarsi e non lasciarla sola con le sue sofferenze compiaciute  (un brano su tutti “Birthday Party” dove in effetti si rivendica questa assenza/desiderio smithiano di amore “I don’t wanna be loved”) che danno a torto il senso di ciò che rimane di un album come questo, che  cristallizza il percorso di una band che potrebbe trovare in una maggiore attenzione allo stile compositivo un possibile futuro percorso musicale.

Credit Foto: El Hardwick