ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì (Speciale Green Selection) #76

 
9 Settembre 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

EDDA, Lia

Che gli vuoi/puoi/devi dire ad Edda, che tutto quello che fa lo fa esulando da ogni termine di paragone che non sia sé stesso, che lascia noi scribacchini del venerdì privi di appigli ai quali aggrapparci, soli nella nostra mediocre attività di frustrati censori che non sanno che dire basta! senza suggerire altro che non sia distruttivo. Edda è un balsamo d’identità, autenticità, originalità e altri epiteti inutili a circoscrivere l’ampiezza di un raggio enorme, che attraversa generi, linguaggi e stili da trent’anni e lo fa con la naturalezza dell’istrione. Ecco, Stefano è uno degli ultimi, iconici e malinconici istrioni nazionali: con il cerone che cade a pezzi rivelando la poesia che si nasconde nello sguardo autentico di chi ha preferito la nudità a corazze futili. “Lia” è concept album rarefatto in una manciata di minuti.

MARLENE KUNTZ, Vita su Marte

Ritorno con lancia in resta per la band della mia adolescenza, che fa rotolare con la solita falsa tranquillità implosiva che connota lo stile di Godano e banda una canzone che diventa già inno di una Resistenza silenziosa che finisce con il cantare per farsela passare – anche se, poi, “non passa mai”. Ritmiche che si fanno melodiche nella partitura generale di un brano alla Marlene, che da vent’anni e passa fanno le cose in un certo modo e se ne battono altamente di farle in altra maniera: unici testimoni in vita e in armi di un movimento indipendente che continua a rimanere tale nel cuore di chi non ha mai smesso di lottare.

ERLEND ØYE, LA COMITIVA

Un minuto e poco più di tenerezza che accarezza il cuore di tutti, con la semplicità disarmante di chi sa cosa vuole dire e lo dice senza farsi troppi problemi di durata, struttura, convenzioni simili: Erlend e La Comitiva portano in Italia un gusto diverso, che fa respirare il nostro mercato e diventa uno splendido, piccolo dono che il genio nordico offre a queste lande mediterranee sempre più algide, sempre meno mediterranee.

EMMA NOLDE, La stessa parte della luna

Siamo di fronte, certamente, ad un momento di transizione importante per Emma: la giovanissima cantautrice toscana è alle prese con un processo di beatificazione supportato da media, pubblico e addetti al settore, forse in anticipo sui tempi ma non di certo sulla presenza di un talento che è evidente, lampante, abbagliante. Ecco, il problema della “chiacchierata santità” è che impone ad ogni brano un nuovo miracolo, e non sempre si riesce a moltiplicare i pani e i pesci nello stesso modo; la nuova canzone della Nolde è un pugno che si apre in carezza, forse lo fa in modo un po’ troppo pomposo per i gusti del sottoscritto, ricercando un’apertura orchestrale che, cavoli, va contestualizzata efficacemente per non sortire l’effetto inverso. Ad ogni modo, il coraggio c’è tutto e senza coraggio non si va da nessuna parte: c’è da confidare che i sacerdoti del tempio non si confermino tali, e che lascino tempo e spazio ai miracoli che saranno prima di crocifiggere l’ennesimo profeta per santificare il Barabba di turno. Ci siamo capiti?

FRANCESCA MICHIELIN, Occhi grandi grandi

Parte il brano e ti sembra che il baricentro di questa ripartenza settembrina possa finalmente settarsi su un ritorno al rock’n’roll anche per la nuova regina del pop nazionale; poi in realtà la sensazione di rinascita un po’ si perde tra le spire melodiche di una canzone che comunque si fa godere lo stesso, ma disinnescando quella sensazione di ricercatezza e di sabotaggio della comfort zone che l’incipit presupponeva. Devo dire che alla fine ci rimango un po’ male, Francesca è sempre molto brava ma saper cantare non può più bastare oggi per invertire una tendenza all’appiattimento musicale dalla quale una come la Michielin deve provare a salvarci con canzoni che – così mi auguro – potranno tornare a stupirci. Anzi, parlo per me dal momento che ho ormai capito di avere esigenze che spesso sono solo personali, e di pochi altri come me: “canzoni che tornino a stupirmi”.

SCICCHI, Grimilde

Scicchi è uno che, si sente, nelle vene gli scorre la dinamite di chi è cresciuto a pane e punk, con un occhio sempre puntato sul mercato internazionale e l’altro che scandaglia le profondità di un’adolescenza che oggi sembra pronta a sfociare in una nuova maturità; terzo singolo per il talento di Clinica Dischi, terza conferma circa il valore complessivo di un progetto da tenere d’occhio, ora più che mai visto che la pubblicazione dell’EP d’esordio sembra davvero essere dietro l’angolo. E, piccolo spoiler, male non sarà.

MANILA, Partenze (EP)

I Manila sono uno di quei progetti ai quali non affezionarsi è cosa pressoché impossibile; sì, perché la band toscana nel tempo ha saputo ritrovarsi, perdersi e ritrovarsi ancora, rinnovando stili/linguaggi/idee e collaborando nel tempo con persone giuste e capaci di valorizzarne la musica (uno su tutti, il mio amato Leo Caleo, che ha curato l’intera produzione dell’EP). Ecco perché l’esordio della band sulla lunga distanza finisce con il diventare un patrimonio collettivo, il primo sentito vagito di un gruppo che appena aperto davvero gli occhi sul mondo, e che sembra ben intenzionato a non distogliere lo sguardo. Con sincerità, e tanta autenticità.

BLÙNDA, Pace

Che bella scoperta è stata per me Blùnda, cantautrice giovanissima eppure già capace di districarsi con convinzione tra le liane avvinghianti del pop, senza scadere in pose emulative o derivative del nulla: e pensare che, prima di lanciarsi nella pubblicazione dei suoi inediti, la ragazza si era presentata al mondo con due cover di tutto rispetto (“Rimmel” di De Gregori e “Le rondini” di Dalla: non proprio due brani qualsiasi…), che ne avevano già certificato coraggio e personalità. “Pace”, dopo “La mia Italia”, conferma l’estro di una proposta capace di dosare tradizione e contemporaneità in un’alchimia malinconica ed evocativa, che finisce con il parlare a tutti.

SMOKIN VELVET, Lontano da qui

Mamma mia, come pompa il sangue al cervello il singolo d’esordio degli Smokin Velvet, progetto hip hop (e alla vecchia maniera: barre dritte, base da urlo e camminare) nato tra Milano e Pistoia che inaugura oggi un percorso ben ragionato per due anni: “Lontano da qui” è una preghiera accorata recitata con la rabbia della dichiarazione di guerra, un incrocio di culture e generazioni che sfocia nella resa di un brano capace di aprire la testa e allo stesso tempo di riempire lo stomaco grazie ad un sapiente dosaggio di estro e contenuto. Wow!

KEVIN AMORMINO, Uragano

Che dolcissima scoperta, Kevin: una voce giusta per far prendere quota alle emozioni con un miscuglio riuscito di rap, urban ed elettronica, per una canzone che pare invocare divinità superiori che abitano il cuore di tutti; un inno generazionale che aiuta le coscienze a risvegliarsi dal proprio torpore: ci sarà il tempo per fare tutte le cose che vogliamo, non dimentichiamolo mai. E se ce lo dimentichiamo, riascoltiamo in loop “Uragano” di Amormino.

ERASMO, Un attimo

Ritorna anche il rapper pugliese, che con una buona scorta di rabbia ed intimismo cuce su una produzione che rimane ancorata ad un sound piuttosto dark (con forte tinte blues e a tratti quasi “hendrixiane”, che si fanno gradire eccome) un testo pieno di voglia di ripartenza, di resurrezione dal fango: buona anche l’idea di sovrapporre alla propria una voce femminile che ben evoca l’idea della tentata “risalita”.

IL RE TARANTOLA, I mostri non stanno sotto il letto ma stanno nella cassetta della posta

Il Re è un matto e lo dimostra (a chi non lo avesse ancora capito) con un brano che sembra uscito dagli anni Sessanta più matti, mescolandosi poi alla verve demenziale tipica di fine Settanta (Freak Antoni, esci dal Re! O meglio, restaci!): potrebbe sembrare un brano leggero e quasi scanzonato, quello del Tarantola, ma la verità è che l’unico modo per non piangere del disastro che ci circonda nel nostro quotidiano è riderci su. Con un bel po’ di disperazione nella voce e nella testa.

LUCA MAZZIERI, Luna Park

Luca Mazzieri torna con un singolo dalle sonorità quasi vendittiane, capace di reggersi sul suono di un pianoforte che accompagna tutto il brano; c’è dentro però ben altro di un qualcosa di derivativo, nella scrittura del cantuatore: un’alchimia di passato, presente e futuro della canzone d’autore che parte da Dylan e arriva a Canali. Bella roba.

FRANK TIDONE, È la vita che cambia

Rock’n’roll per Frank, che imbraccia le sei corde al tritolo e spara in faccia all’ascoltatore un brano senza troppe pretese, che con semplicità racconta la fine di un’estate e l’inizio di una nuova vita per due che sanno di essersi amati. Magari c’è qualcosa da rivedere (almeno, per il sottoscritto) sul mix delle voci, per il resto il brano è godibile.

IN6N, BECKO, RHEN, Policlinico

God Kills The Queen, e oggi non potrai ascoltare ritornello più azzeccato: la chiave di volta del brano è un’esplosione poco controllata di rabbia, disperazione e voglia di rinascere; tracce di hardcore che si mescolano all’impressione che ci sia dell’autenticità in “Policlinico” che non sembra essere riducibile a pose derivative, al punto tale che alla fine del primo ascolto sei costretto a ponderare l’idea che anche per te sarebbe meglio fare un bel check-up al primo ospedale nei paraggi.

DARTE, Precipitiamo

Buon ritorno per Darte, che disegna un brano che rimane sospeso tra urban, elettronica e un certo cantautorato 3.0 che comunque riesce ad arrivare dritto al punto senza troppi fronzoli (e non è poco); pop giusto, che si attacca al cuore a primo ascolto e con tenerezza racconta debolezze comuni.

GAMBACORTA, Jeans strappati

Esordio giusto per Gambacorta, che ha il piglio della Gen Z ed un timbro utile ad arrampicarsi su un testo che comunque sta in piedi senza difficoltà; le rime girano bene, magari manca ancora un po’ di “compattezza” nell’approccio alla scrittura, ma comunque la canzone raggiunge l’obbiettivo puntando tutto sull’autenticità e non sbaglia. Il brano mi piace, ed il ritornello finisce con l’ossessionarti.

LAFEDE, Burro al karité

Canzone simpatica che fa venir voglia di prendere un volo per l’ignoto, quello di LaFede, che con la giusta voce e un continuo equilibrio sul filo del rasoio riesce a prendere quota nella testa di chiunque, come me, si ritrovi a ricominciare settembre con più stanchezza di quando ha inaugurato le ferie. Ci vorrebbe un itinerario senza scalo per non scendere più dal volo di quest’estate che sembra ormai arrivata agli ultimi sospiri, con in sottofondo LaFede.

MARRANO, Ekomostro

Colpi di spugna per provare a cambiare il presente cancellando un passato che ci obbliga a correre controvento da quando siamo nati, mentre nella testa esplode l’ennesima distorsione di una narrazione comune che finisce con lo starci stretta: i Marrano dichiarano guerra alla finzione di una vita tranquilla (come la palude più stagnante) alla ricerca di un amore che duri più della durata di un concerto, per chi – come loro – ha la fotta giusta per poterci morire, su un palco. Bel ritorno che fa salire la voglia di rock’n’roll anche nella testa di mia nonna.

IL CORPO DOCENTI, Milioni di strade

Colpi di distorsore al servizio di un trio di cuori che sanguinano per le vie metropolitane di anime di provincia, il nuovo singolo de Il Corpo Docenti: dentro “Milioni di strade” c’è tutto il disorientamento di una generazione in cerca di una dimensione che sfugga alla disarmante molteplicità di occasioni che la contemporaneità offre lasciandoci imbrigliati nei nostri atti mancati. Il tutto, in una gustosa salsa rock che apre sempre più, ad ogni nuova pubblicazione, verso un pop melodico che ben veste le idee riottose della band lombarda.

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