
Sarà un’esagerazione (o meglio, una forzatura che sfrutto come incipit un po’ stravagante) ma mi piace pensare che alcune delle fasi cruciali nella carriera dei Duran Duran siano state scandite da Pippo Baudo. Penso alla loro ospitata nella serata finale di Sanremo 1985, all’apice del successo planetario post “The Wild Boys”, e ancora alla partecipazione a una puntata di “Fantastico 90″ che, seppur distante dai record dell’Ariston, inchiodò davanti al televisore quasi dieci milioni di spettatori.
La band inglese stava promuovendo “Liberty”, il primo vero flop della sua parabola, e non appariva più lucida come un tempo: quel guizzo giovanile che aveva stregato schiere di fan si era irrimediabilmente affievolito. Basti pensare alla sbadataggine di Simon Le Bon che, introducendo i compagni, scambiò il batterista Sterling Campbell per il chitarrista Warren Cuccurullo: un lapsus freudiano dietro il quale, probabilmente, si celava ancora l’amarezza per il divorzio da Roger e Andy Taylor.
Campbell scappò via non appena intuì che sul brand non c’era più molto da scommettere, preferendo unirsi ai Soul Asylum prima e a David Bowie poi. Cuccurullo, al contrario, si trasformò nel catalizzatore della rinascita artistica, facendo da traino creativo ai tre membri originali sempre più distratti e distanti dalla loro occupazione principale.
Nonostante l’apparente disimpegno dalla “nave madre” – motivato, in larga parte, da scossoni familiari e traumi personali che colpirono il fulcro del gruppo – fra il 1991 e il 1992 prese forma il settimo album in studio dei Duran Duran. Un disco senza nome al quale, solitamente, ci si riferisce col titolo “The Wedding Album” per la scelta di utilizzare in copertina un collage delle foto nuziali dei genitori dei musicisti.
Una decisione azzeccata poiché, analizzando l’opera, il concetto del matrimonio (con le sue varie sfaccettature) ne rappresenta il cuore pulsante, nel bene e nel male. Il matrimonio può essere molte cose: un atto d’amore, l’epilogo di un iter burocratico o un legame fra anime diverse da cui scaturisce un’entità più coesa. Fu proprio l’illusione di unità a tradire i Duran Duran che, fondendo i tratti più voga del pop, del rock e della dance di inizio decennio per ammodernarsi e scacciare lo spettro ormai esangue del New Romantic, riuscirono sì a ritrovare il successo commerciale perduto, ma gettarono le basi per quella progressiva perdita d’identità che avrebbe segnato negativamente il prosieguo degli anni ‘90, o almeno fino alla trionfale reunion della formazione classica nel 2004.
“The Wedding Album” è, a tutti gli effetti, il disco della crisi dei trent’anni dei Duran Duran: un rinnovo delle promesse matrimoniali all’interno di una famiglia che sta perdendo i pezzi ma non vuole ancora ammetterlo. Le nozze come traguardo felice, ma anche come spauracchio da cui fuggire per non farsi schiacciare dalle responsabilità: nell’album questo bivio si traduce nella scelta ardita di non imboccare alcuna strada precisa, lasciandosi trasportare da un flusso creativo scollegato dalla sperimentazione, poiché sempre asservito alla logica di mercato, ovvero la ricerca di quelle hit che mancavano da tempo immemore.
La sorte in questo caso sorrise alla band di Birmingham, perché “Ordinary World” e “Come Undone” finirono per diventare due dei singoli più iconici della loro intera carriera. Ma nel mezzo si celano troppe zone d’ombra. Brillano la potenza rock di “Too Much Information”, un brano che si scaglia contro quella che oggi definiremmo infodemia, così come il funk sbarazzino di “U.M.F” e l’anima delicata dal sapore sudamericano di “Breath After Breath”, un raffinato duetto fra Simon Le Bon e Milton Nascimento.
Il resto dell’album è invece un continuo riciclo di intuizioni altrui, nel tentativo di salire sul carrozzone di un dance pop patinato che, oltre a essere invecchiato male, suona artefatto e asfittico, privo di quella verve che caratterizzava i classici anni ‘80. Ascoltando pezzi come “Love Voodoo”, “Drowning Man”, “None Of The Above” e “Shelter”, con i loro loop ripetitivi e le fredde ma invadenti drum machine, si ha l’impressione di assistere a una noiosa sfilata di moda musicata da cloni sfiatati di Prince e George Michael. Meglio sorvolare, poi, sui pastiche hip hop di “Shotgun” e “Sin Of The City” e sulla cover di “Femme Fatale” dei Velvet Underground, antipasto del fallimentare progetto “Thank You”.
Non un disco indimenticabile, insomma, se non fosse per la presenza di “Ordinary World”, una delle vette assolute dei Duran Duran. Il brano è la rappresentazione plastica del disorientamento non solo del gruppo nel 1993, ma di tutti gli ultratrentenni alle prese con un’esistenza uscita fuori dai binari. Una ballata malinconica e amara – eppure ammantata di speranza – nella quale Simon Le Bon elabora il declino; la fine di un successo travolgente che innesca l’accettazione di un presente fatto di compromessi e della necessità di sopravvivere in un “mondo ordinario”, senza farsi logorare da delusioni e rimpianti. Mi piace pensare a questo pezzo come alla felice resa a una vita di rassicurante mediocrità. Probabilmente è solo una proiezione mentale: mi ci immedesimo troppo?
Data di pubblicazione: 15 febbraio 1993
Tracce: 13
Lunghezza: 62:35
Etichetta: Parlophone
Produttori: Duran Duran, John Jones
Tracklist:
1. Too Much Information
2. Ordinary World
3. Love Voodoo
4. Drowning Man
5. Shotgun
6. Come Undone
7. Breath After Breath
8. U.M.F.
9. Femme Fatale
10. None Of The Above
11. Shelter
12. To Whom It May Concern
13. Sin Of The City













