10. KING HANNAH
Big Swimmer
[City Slang]
La nostra recensione

Crescono i King Hannah, disco dopo disco, tour dopo tour. Dopo aver girato Europa e USA in lungo e largo, tornano con il loro secondo LP. E tornano più densi, più maturi che mai. Già dalla title-track posta all’inizio lo capisci: lei, Hannah Merrick è sempre più padrona della voce; lui, Craig Whittle, ti fa viaggiare con la chitarra per tutta l’America. Il viaggio segue per tutto il disco: dal country, al roots rock e all’alt rock tipo Built To Spill (“Lily Pad”), con tocchi di garage rock (“New York”, “Let’s Do Nothing”) e slowcore (“Milk Boy (I Love You)”). Voce e chitarra a farla da padroni, come ai tempi che furono. Un disco di rock rotondo e americano.

9. JOAN AS POLICE WOMAN
Lemons, Limes and Orchids
[Play It Again Sam]
La nostra recensione

“Lemons, Limes and Orchids” scorre bene e in leggerezza, malgrado l’intensità dei testi e dell’interpretazione vocale: “l’album più sexy che ho mai fatto” dice lei. E a 54 anni, questo è già un bel risultato. Forse ottenuto grazie all’immediatezza del lavoro fatto in studio, con lei che canta mentre gli altri suonano, come si faceva una volta. Ma soprattutto aiuta, immagino, che l’artista abbia (ri)trovato l’amore mentre lavorava all’album. E l’amore, si sa, è sempre una grande fonte d’ispirazione.

8. BETH GIBBONS
Reaching Out
[Domino]
La nostra recensione

La voce, qui, non è la stessa che abbiamo sentito con i Portishead. Forse gli anni hanno fatto il loro corso. O forse è lei che semplicemente si contiene. Il risultato, necessariamente e ad un primo ascolto, suona come un disco cupo. Ma non sappiamo se questo rifletta il suo stato d’animo e quanto Beth lo sia davvero cupa. Lei non canta, non lo ha mai fatto, di se stessa, ma del suo mondo interiore. Poco sappiamo di Beth Gibbons noi fan. Non ci serve, non ne siamo curiosi. Ci basta quella voce, così squisitamente femminile, che viene da un mondo profondamente interiore e intimo. Ci bastano dischi come questo. E speriamo per il prossimo di aspettare altri 11 anni.

7. BROWN HORSES
Reservoir
[Loose Music]

Il 2024 ci ha regalato anche l’esordio dei Brown Horses. Che poi sia un esordio che sa di già sentito e non porta nulla di nuovo alla storia della musica è faccenda secondaria. Neil Young, Bob Dylan, The Band, tanto per darvi dei punti di riferimento certi e farvi capire in che territorio siamo. “Dal 1999 al 2004 / Rubavo cavalli / Tu non eri nemmeno nata“. E questo è il tipo di storie che raccontano, roba da vecchio west. Ma a farlo son ragazzi inglesi, di Norwich. Capaci di struggente malinconia e fervore poetico che ad avercene come loro, potremmo starcene tutti i giorni al caldo nei nostri pensieri e coccolati da questi accordi magici, conditi con banjo, lap steel, violino e fisarmonica.

6. GODSPEED YOU BLACK EMPEROR
No Title
[Constellation]
La nostra recensione

Il “No Title” richiama l’attenzione su una delle tante tragedie in corso nel mondo. Perché poi quella e non una delle altre, ancora più sanguinolente, se i numeri sono il metro, non sappiamo. Nè sappiamo il nesso con la musica del disco. Ma poi ci sono certi passaggi del disco: PALE SPECTATOR TAKES PHOTO… che sfocia in GREY RUBBLE – GREY SHOOTS per esempio, e tanto ci basta per dire che i GYBE, anche nel 2024 hanno lasciato la loro impronta con il loro rock orchestrale, un pò impro, da sempre il loro marchio. Sul resto ho i miei dubbi. Non sempre “fare una scelta di campo”, come invitano a fare, porta del bene. Rimane solo una grande tristezza che è forse quello che i nostri volevano giustamente comunicare e ci riescono alla grande.

5. FANTASTIC NEGRITO
Son of a Broken Man
[Storefront Records]
La nostra recensione

Era dai tempi dell’esordio “The Last Days of Oakland” che non sentivamo Fantastic Negrito così sul pezzo, così spontaneamente intenso. Sarà la rabbia di una vita confluita tutta in questo disco, la rabbia del “figlio di un uomo distrutto”. Questo disco è una seduta psicoanalitica che ripercorre i drammi di una esistenza, cominciando con l’abbandono da parte del padre in tenera età: “The First to Betray Me”. Il tutto grazie al blues: senti l’attacco della title track e ti viene subito la pelle d’oca e sai che è solo il buon vecchio blues, ma di quello che funziona. I Led Zeppelin, da sempre nelle influenze dell’artista, qui sono un pò dappertutto. Insomma, un disco di rock/blues classico come quelli di una volta, dei migliori.

4. NUBYA GARCIA
Odissey
[Concord Jazz]

Nubya Garcia con “Odissey” si afferma definitivamente come un talento certo della giovane scena jazz fusion contemporanea. Un movimento che sta ridefinendo e riallargando i confini del repertorio jazz. Onorando i classici e i mostri sacri (dove sarebbe lei senza John Coltrane, o lo stesso suo batterista senza Elvin Jones?), mentre ci ricama sopra e innova un po’, per creare una musica “mistica” (nel senso che va oltre il corpo e le emozioni) e “universale” (nel senso che non si dà confini geografici e di genere).

3. THE SMILE
Wall of Eyes
[XL Recordings]
La nostra recensione

“Wall of Eyes” attinge da suoni e suggestioni che vanno indietro anche una cinquantina d’anni e più, riportando il tutto a una somma. Quel tutto che è composto da una serie di elementi tra cui gli stessi Radiohead, certo. Che già da soli sarebbe tanta roba. E non è che The Smile abbiano inglobato il progetto originario. Lo sfiorano. Lo accarezzano. Lo completano, forse. Ma rimangono una cosa distinta. In generale, The Smile non inventano nulla di nuovo, se non la somma del tutto che dà un risultato senza precedenti.

2. THE SMILE
Cutouts
[XL recordings]
La nostra recensione

Cosa c’è di nuovo? Non saprei rispondervi. Vi chiederei però di dirmi dove altro potete ascoltare questa perfetta miscela di sperimentazione e accessibilità. Questa via di mezzo inedita tra l’inascoltabile e l’orecchiabile. Soltanto 10 tracce per 44 minuti, come ai vecchi tempi. In “questi anni ’20″, streaming e tecnologie consentono agli artisti di rilasciare ogni scoreggia musicale che gli passa in testa allungando a dismisura i loro sempre più lunghi “long-playing”. Non è certo il caso di “Cutouts”: 10 “ritagli” di perfetto “art-rock” per il disco più bello rilasciato finora dalla “band più importante di questi anni ’20″.

1. NICK CAVE & THE BAD SEEDS
Wild God
[Play It Again Sam]
La nostra recensione

Qualcuno mi dice che in realtà, almeno da “Push the Sky Away” (2013) in poi, è sempre la stessa canzone, gli stessi accordi, la stessa roba. Può darsi. Eppure “Wild God” suona fresco, suona nuovo. Quello che cambia è l’umore e non è poco. Non tornerò a parlare dei lutti insostenibili tramite cui è passato Cave in questi anni e che tutti conosciamo. Ma se “Ghosteen” appariva come l’opera dell’elaborazione del lutto, “Wild God” suona piuttosto come l’opera del superamento del lutto. Il 2024 lo ricorderemo per “Wild God”, ennesimo capolavoro il cui messaggio sottoscriviamo: abbiamo tutti sofferto troppo, ora è il tempo della gioia.