Credit: Fabio Campetti

L’Handmade festival in quel di Guastalla (RE) sta diventando sempre di più un punto di riferimento della stagione estiva, un piccolo festival ideato ed orchestrato da Jonathan Clancy e soci, dove ci si sente a casa, una sorta di pic nic gigante, immersi tra decine di bancarelle per tutti i gusti, un’ottima cucina e tantissima musica, distribuita attraverso 25 concerti e svariati dj set.

3 palchi e un’area disco sotto un tendone.

L’atmosfera è rilassata, familiare ed è un esempio da approfondire, per come si possa fare cultura e aggregazione con tutte le coordinate al posto giusto. Dimenticavo: rigorosamente free entry!!!.

L’edizione di quest’anno va oltre ogni rosea aspettativa, considerando, appunto, le premesse economiche.

Il parco di Guastalla è molto bello, all’interno del quale, viene allestito un main stage, uno secondario, più contenuto, quindi (solo per la domenica) un palco C a scalare, per concludere, la succitata area lounge / disco. Direi che c’è tutto per accontentare le più diverse richieste. Ma raccontiamo un pò di ciò che abbiamo visto:

Day 1: SATURDAY

Il nostro primo giorno sarà ricco di sette concerti.

Incomincia con la bravissima Koko Moon, che apre le danze sul palco principale: già voce dei Be Forest, presenta il suo progetto solista, un pop sofisticato di grande qualità e una voce angelica, che non scopriamo certo oggi.

Suona circa mezz’ora, impossibile non avere un piccolo debole per quello che fa.

Sempre sul palco principale arrivano i Mondaze, collettivo bolognese, fanno un indie rock / shoegaze, senza badare a spese, chitarre a profusione, voce sommersa dal suono, come la tradizione vuole, ottimo impatto e suoni che rendono giustizia, bel concerto.

Primo act internazionale della nostra giornata sono i Raymour, un duo francese, che manco a dirlo, suona un French pop irresistibile, canzoni di altissima qualità, con quelle melodie che ti riportano subito oltre confine, credo che se avranno l’occasione di costruire una vera e propria band, potrebbero tranquillamente ricalcare il percorso fatto da i vari L’Imperatrice, La Femme, ecc. ,ecc.. C’è ancora qualcosa da sistemare, ma le canzoni non mancano e nemmeno la personalità.

Dopo di loro sul main stage arriva Kim Salmon / Smoked Salmon, che non ha bisogno di presentazioni, pioniere di un certo garage rock, icona di riferimento per tanti artisti altisonanti arrivati successivamente.

Torna in Europa per presentare il suo nuovo album, il live e’ il solito concentrato di rock’n roll al 100% suonato con il coltello tra i denti, storia.

Credit: Fabio Campetti

Quarto d’ora accademico per vedere partire sul palco 2, l’mvp della giornata, Avishag Rodrigues già chitarrista delle chiacchierate Cumgirl8, sotto l’autorevole 4AD: qui presenta il suo progetto solista, wave, post punk e dintorni. Fa un concerto straordinario, autorevolezza e carisma a servizio di un songwriting libero, alternativo e ricercato, che spicca alla grande, per quanto mi riguarda, sorpresa della giornata.

Sempre sul palco B, subito dopo arriva Jules Reidy, artista berlinese, look da anti rockstar, set in solitaria, un pop rarefatto con perenne autotune, il tutto su un tappeto di drones glaciali, direi assolutamente difficile da decifrare e in questa peculiarità sta anche la sua forza, di un progetto di per sé originale e interessante.

Credit: Fabio Campetti

Chiude la prima giornata, il piatto forte direbbe qualcuno, Youth Lagoon, artista americano, che ci ha regalato, negli anni, diversi lavori di pregevole fattura.

In trio per questa sera, fa un concerto ben strutturato, con tanti dettagli al posto giusto, un’ora rotonda, chiudendo alla grande il primo giorno.

DAY 2 SUNDAY

Il nostro secondo giorno parte quasi subito, poco prima delle 16, con Graham Reynolds da Austin sul palco C, musicista sotto Fire records: set per pianoforte, loop, condito da rumorismi vari, c’è anche una canzone con la compagna di label, Marta Del Grandi, qui presente, per osmosi, dalle tracce del laptop, colonna sonora pomeridiana.

Tempo di fare 50 metri di parco, sul palco principale Francesca Bono sta per iniziare, artista bolognese con diversi lavori alle spalle in altrettanti progetti. Presenta il suo primo disco in solitaria “Crumpled Canvas”.

Formazione a tre, tra loop e chitarre, dream pop di qualità, suona un quaranta minuti circa e si fa apprezzare.

In un imballato secondo palco parte, subito dopo, il set dei TV Dust, trio free jazz math (chi più ne ha più ne metta): batteria, basso, sax / synth, quaranta minuti tirati a perdifiato. Progetto di cui sentiremo sicuramente parlare.

Credit: Fabio Campetti

Non c’è tregua e dí fatto sul palco C parte subito la bravissima Lael Neale: presenta alcuni brani dal suo nuovo lavoro, synth pop cantautorale e melodie a profusione. Anche per lei è impossibile non avere un piccolo debole, divina.

Subito dopo sul Main stage sale Milan W. dal Belgio, e il suo ottimo ed elegante pop, suoni cullanti da pomeriggio inoltrato, live conferma le aspettative generate dall’ascolto dei suoi brani.

Ci perdiamo qualcosa per un piccolo break rifocillante, ma torniamo titolari per sottolineare ancora quanto i Memorials siano una delle cose migliori in circolazione, stesso bellissimo live che fecero in quel del Bellezza a Milano qualche mese fa. Suonano mezz’ora circa o qualcosa di più e sono una forza della natura, tra performance e qualità dei brani. Non li conosce ancora nessuno e questo rimane un mistero.

Subito dopo sul main stage arrivano i Moin da Londra, uno dei tanti progetti di Valentina Magaletti, batterista italiana, inglese d’adozione, uno di quei nomi chiacchierati dell’underground che conta.

I Moin sono un quartetto strumentale, una sorta di post-rock 2.0, con quelle trame ossessive tanto care al genere in voga negli anni zero, qui decisamente svecchiato e reinventato, fanno un bel concerto, un’ora buona, set impeccabile, forse un pò monocorde alla lunga, ma fa parte del gioco.

Credit: Fabio Campetti

Premio “mattacchione” della due giorni, va a Jimi Tenor, che sul palco piccolo, fa un set in solitaria di tutto rispetto, pieno zeppo del suo talento, ma anche stracolmo della sua ironia, per chi non lo conoscesse, parliamo di un polistrumentista finlandese, alle prese con un songwriting da crooner contaminato e una carriera enorme alle spalle e quanto discografia infinita. Classe.

Staffetta vera e propria tra lui e un altro gigante, Jon Spencer, praticamente una sorta di cambio in simultanea con le ultime note di Tenor, che accompagnano l’entrata di Spencer che, nonostante il passare degli anni, rimane sempre una forza della natura. Non più chiacchierato e glamour come un tempo, ma con la nuova formazione, tira fuori un set che ammutolisce tutti. Del resto, come ha sempre fatto, e non è certo una novità, a sessant’anni suonati è In forma più che mai, un’ora tiratissima, senza pause e di fretta e furia. Mvp della giornata, ma non era difficile prevederlo e vecchiaia scalciata via di prepotenza per Sir Jon.

Il nostro Handmade finisce qui, un po’ per stanchezza (i tempi si sono dilatati non di poco), ci sarebbe Christopher Owens in notturna, non proprio l’ultimo arrivato, che sul palco piccolo, porta anche a Guastalla il suo one man show per chitarra e voce (format, che in generale, non mi fa impazzire).

Sicuramente sarà stata la degna chiusura di un’edizione monumentale, festival così bisogna tenerseli stretti stretti. Si sente già un filo di nostalgia.