Immaginate di ballare su un burrone esistenziale con le Dr. Martens infangate e lo sguardo fisso nel vuoto cosmico di un club tedesco illuminato solo da luci stroboscopiche e rimpianti. Gli A Shrine To Failure sono un duo di Francoforte — città che ha dato i natali più a banche che a band — hanno confezionato un debut da quattordici tracce che pare uscito direttamente da una VHS consumata degli anni Ottanta, una di quelle con titoli scritti in gotico e scene girate in slow motion tra nebbia artificiale e silenzi pesanti come piombo.

Già dal primo ascolto, con Undone, i Nostri mostrano di avere le idee chiare: atmosfere plumbee, ritornelli affilati, un gusto malinconico che non cerca redenzione, ma la celebra. “Black Room Memory” ha un groove ipnotico e un refrain che potrebbe tranquillamente far ballare un cimitero, un vero e proprio ceffone dark-pop con un ritornello che ti si incolla addosso come un mantello di velluto nero, mentre “Bleakware” è pura poesia decadente, la colonna sonora di una passeggiata solitaria in un parcheggio deserto alle tre del mattino.
Dove altri alzano muri di chitarre post-punk per sembrare più intensi, gli A Shrine To Failure scelgono la via del minimalismo chirurgico: tutto è essenziale, tutto pesa. “Starving” e “This Is Surrender” sembrano usciti da un vecchio floppy disk dimenticato in un frigorifero emozionale, mentre “The Silence She Became” è la sorella elegante e disperata di “Fade to Grey” — se fosse cresciuta ascoltando solo Cocteau Twins e guardando nevicare in loop. Sì, insomma, il disco non perde colpi, anche quando si prende i suoi tempi. Sì, forse “Defiler” è lì più per fare numero che per lasciare il segno, ma è un dettaglio. Perché il gran finale arriva, ed è da brividi: “The Clock That Never Turns” è un’epica liturgica per cuori infranti e club vuoti, roba che dal vivo potrebbe diventare un inno generazionale per chi ha fatto della tristezza un’arte da ballare.
In soldoni, Undone è un disco che non rincorre la moda ma la guarda passare da lontano, con una sigaretta accesa e un sintetizzatore sotto il braccio. È gotico, è new-wave, è pop dell’Apocalisse con i guanti di pizzo. Certo, siamo in piena estate, ma questo è l’album perfetto per ballare sotto la pioggia.













