La vita è fatta di cambiamenti e questo nuovo LP di Laura Stevenson, che arriva dopo quasi quattro anni dal suo omonimo sesto album, ne è la testimonianza.

Credit: Rachel Brennecke

Il disco, registrato insieme a John Agnello (Dinosaur Jr., The Dream Syndicate, Kurt Vile, Mark Lanegan), è il suo primo uscito per la Really Records, la label del suo amico e collaboratore di vecchia data Jeff Rosenstock.

Ovviamente c’è molto di più oltre a questo: se il precedente lavoro è uscito durante il Covid ed era stato registrato durante la gravidanza della figlia, questo invece vede la separazione dal suo ex compagno di vita (e bassista) Mike Campbell. Se la perdita e il dolore sono ben presenti in questo “Late Great”, allo stesso tempo c’è anche la nuova vita di Laura, che spiega: “Con il disco, con tutto, questa è la prima volta che posso decidere tutto da sola.

Gli ospiti presenti sulla sua nuova fatica sono tanti e prestigiosi: Sammi Niss (batterista di lunga data di Laura, che ora suona anche nei Real Estate), James Richardson (al basso e alle chitarre), Shawn Alpay (violoncello), Kayleigh Goldsworthy (archi), Chris Farren ai synth, Kelly Pratt (dei Beirut, Arcade Fire, Father John Misty ai fiati), Mike Brenner (dei Magnolia Electric Company/Songs Ohia alla pedal steel) e lo stesso Jeff Rosenstock (pianoforte, chitarra, sassofono e arrangiamenti).

Nonostante il dolore, la passione non manca in un pezzo come “I Want To Remember It All”, dove prevale un’atmosfera indie-rock a cui si aggiungono i sempre dolci e comunque speranzosi e sinceri vocals della Stevenson.

Pochi passi più avanti ecco l’emozionante “Not Us”, dove la statunitense si spinge verso territori country-folk dai panorami più larghi, in cui la pedal steel di Brenner recita un ruolo importante, mentre rimaniamo toccati sin da subito dai vocals di Laura.

“Can I Fly For Free” risulta più euforica, almeno strumentalmente, con le sue chitarre indie-rock, mentre non manca mai la dolcezza nella voce della musicista di Long Island.

“Middle Love”, invece, risulta piuttosto scarna ed è una malinconica ballata scritta solamente con l’aiuto del piano, mentre la title-track “Late Great” si muove tra fuzzose chitarre indie-rock e ottimi arrangiamenti di archi cortesia, che la impreziosiscono.

Un album che è sicuramente doloroso e malinconico, “Late Great” vede la Stevenson fare un passo avanti importante sia per la sua carriera che per la sua nuova quotidianità e possiamo ipotizzare che scrivere queste canzoni in qualche modo possa averle dato la forza per andare avanti.