Credit: Michele Sanseverino

7 Agosto 2025

Una sola voce, scolpita di accenti che attraversano l’Italia e ne superano i confini, si alza dalle Madonie come un canto antico, necessario, inevitabile. Una voce che non conosce frontiere e corre lontano, fino a Gaza, portando con sé il peso e la bellezza della libertà. È una voce che si erge contro un’occupazione illegale, violenta e razzista, e trova nei solchi sonori dei Maruja e delle Lambrini Girls la forza di un’onda inarrestabile, capace di abbattersi con furia e precisione contro ogni ingiustizia.

Il viaggio di questa resistenza umana comincia quando il sole è ancora alto, con le pulsazioni elettroniche e le memorie narranti degli Offlaga Disco Pax, battiti e oscillazioni che sono, al tempo stesso, cuore e archivio, cronaca e poesia, per poi attraversare correnti di rabbia e di bellezza, scagliandosi come una tempesta e abbracciando come una marea.

E infine approda in una dimensione altra, dove la poesia non si limita a parlare, ma scivola giù dalla luna. È quella di Lucio Corsi: un canto intessuto di racconti e di personaggi magici, surreali, imprevedibili, assurdi, come se fossero evasi dalle pagine di Lewis Carroll. Ma non un Carroll innocuo, non un Paese delle Meraviglie asettico, estraneo, remoto e infantile: qui il Bianconiglio corre perché è inseguito da carri armati, droni e soldati spietati; qui il Cappellaio Matto si ostina a imbandire tè per chi non ha più casa, lavoro, vita e la Regina di Cuori ordina decapitazioni che si compiono nel silenzio complice di chi, in America ed Europa, guarda altrove.

È un mondo rovesciato che, nel gioco degli specchi, mostra il vero volto della nostra realtà: un popolo costretto a vivere tra muri, divieti e checkpoint, in un tempo sospeso che nega ogni futuro e qualsiasi dignità. In questo riflesso distorto, la Palestina non è un’astrazione geografica, ma la ferita viva che il nostro sguardo, troppo spesso, sceglie di non incontrare.

Eppure, anche da questo Paese delle Meraviglie ferito, la musica di Lucio Corsi, con i suoi animali parlanti e le sue lune malinconiche, ci riconduce verso la nostra realtà perduta, quella che preferiamo celare dietro i monitor anestetizzanti delle televisioni, dei computer e degli smartphone.

E tutto accade sotto lo sguardo antico e insieme visionario del castello dei Ventimiglia. Le sue pietre, scolpite dal tempo, vegliano come un custode silenzioso, offrendo protezione e complicità, accogliendo tra le proprie mura il respiro di memorie secolari e trasformandosi, per una notte, in scintilla di nuove lotte e nuove libertà.

8 Agosto 2025

La seconda giornata di Ypsigrock 2025 si apre sotto un cielo che, come accade spesso in Sicilia, non conosce mezze misure. Castelbuono, con le sue pietre antiche e le sue viuzze che profumano di manna, si lascia avvolgere dal respiro della musica, quella che arriva come un vento inatteso.

Un immaginario vento di aria fredda si insinua, infatti, tra i nostri mutevoli umori, come un presagio che non ha bisogno di essere annunciato. Porta con sé le trame sonore crude, viscerali, sincere, robuste e taglienti dei Makeshift Art Bar: chitarre che graffiano come rami secchi, sezione ritmica che pulsa come un cuore inquieto, voce che è ferita e guarigione assieme. È un vento che, incontrando un respiro caldo e denso di emozione e di passione, si fonde con la malinconia struggente dei Porridge Radio.

Quella malinconia che, per Giacomo Leopardi, è dolce e cara, perché custodisce il ricordo delle speranze giovanili e la consapevolezza della loro umana fragilità. Non chiede di essere scacciata, ma semplicemente abitata, perché essa è il sentiero che ci riporta a ciò che abbiamo perduto e, insieme, ci spinge verso ciò che ancora desideriamo ottenere. Un filo invisibile ci lega a ogni volto, ogni luogo, ogni suono che ci ha sfiorati e poi, senza chiedere permesso, è svanito — come se fosse la coda di una canzone che non vorremmo finisse mai.

Le due correnti — il gelo tagliente e il calore struggente — si avvolgono l’una all’altra, generando un turbine che ci spinge a sollevare lo sguardo stanco e sottomesso verso un cielo visionario: più limpido, più vero, più sensibile, più giusto.

E poi c’è lei, Dana Margolin: una presenza che sembra arrivare da un luogo sospeso tra il ricordo e la promessa, tra il riverbero di un’estate passata e l’alba di un giorno ancora da vivere. Con la sua chitarra intona un addio dolceamaro — il tipo di addio che porta il peso e la grazia di tutto ciò che abbiamo amato, stretto, ascoltato fino a sentirlo vivo, e che poi, senza preavviso, abbiamo, irrimediabilmente, perduto.

Non è così, in fondo, che riconosciamo ciò che ci ha toccato davvero? Nel silenzio che segue, mentre il vento scende dalle montagne e attraversa i nostri corpi, restiamo immobili, certi che — per un istante — tutto, qui ad Ypsigrock, è stato esattamente come doveva essere.

9 Agosto 2025

Ci sono momenti in cui il tempo non scorre, ma si piega, si distende e si frantuma. Franco Battiato ci ha insegnato che la vita è una successione di attimi fuggevoli, di momenti da cogliere senza lasciarsi imprigionare dal loro ritmo, cercando quel centro di gravità permanente che, forse, non esiste, o che si rivela solamente per un istante. I tempi della nostra esistenza sono, infatti, costellati da incontri che sfidano la logica: troppo presto o troppo tardi, smisurati, essenziali, eccessivi o appena percettibili. Alcuni si abbattono su di noi come tempeste, altri si insinuano piano, silenziosi, e restano per sempre. Luci limpide che si intrecciano con angoli in ombra perenne, con ossessioni che mordono e con congetture nate da algebre tossiche e rischiose.

Solo la musica sa scivolare in questi interstizi emotivi, penetrarli, rovesciarli, riscriverne il contenuto. Lo ha fatto tante volte Alan Sparhawk, con la sua voce che sembra dialogare con il silenzio e la sofferenza, e con un’umanità che sa farsi peso e anche carezza. Lo stesso viaggio – tortuoso, affettuoso, doloroso – che i The Voidz traducono in un intreccio di conquiste e di solitudini, di porte che si aprono e si chiudono indipendentemente da noi, come se il destino fosse un magico corridoio dalle luci intermittenti e senza alcun interruttore a portata di mano.

La terza serata di Ypsigrock è stata un ponte invisibile teso verso il futuro sospeso dei Wu Lyf, un’eco di passato – narrata da Martha Da’Ro – che ancora non abbiamo imparato a decifrare, e un presente che nessuno ha mai avuto il coraggio di stringere fino in fondo. C’era, in quell’aria, qualcosa che ricordava proprio la Sicilia e la sua capacità di far convivere l’astrazione e la carne, il metafisico e il quotidiano.

E lì, tra le note, il nostro sogno ha smesso di attendere: si è seduto accanto a noi, ha respirato il ritmo della nostra meraviglia, si è fatto materia. Yuné Pinku, con le sue melodie, che somigliano a paesaggi appena intravisti dal finestrino di un treno notturno, ci ha spinti altrove – in un altrove che, per una volta, non faceva più nessuna paura.

10 Agosto 2025

E finisce così.

In una serata che vibra di quattro colori — tre dei quali ci appartengono — intrecciati come una promessa e come una dolorosa ferita.

Colori che non hanno bisogno di voce per farsi ascoltare: parlano con il silenzio delle bandiere mosse dal vento, gridano contro un ordine antico e feroce, un ordine costruito su dogmi famelici e neo-colonialisti. Un ordine che, da secoli, regala all’Occidente ogni privilegio e ogni assoluzione, mentre sotterra le ragioni, i canti, le storie, le tradizioni e le urla sofferenti di chi non vuole più vivere in ginocchio.

Le politiche a corrente alternata sono diventate ruggine velenosa: corrodono ciò che toccano, avvelenano ogni idea di giustizia.

Può Ypsigrock essere una chiave di volta?

Sì. Perché ogni musica è un varco, e ogni varco è sempre un impegno.

Imagine all the people living life in peace” — tra le Madonie, in una notte d’estate, non è un sogno sospeso, ma una mappa da seguire. Passo dopo passo. Con determinazione, con perseveranza e con coraggio. Boicottando i governi, le aziende, le istituzioni, le università, i politici e i partiti che si nutrono di guerra e, soprattutto, voltando le spalle a chi commercia con un governo, quello di Israele, che tiene vivo l’incubo dell’apartheid del popolo palestinese.

Che questo Ypsigrock non resti, quindi, soltanto un festival musicale, ma si faccia memoria, passaggio necessario di resistenza, cassa armonica per le nostre coscienze assopite.

Che le note siano acqua che scava la pietra e vento che consuma i muri. Tutti i muri — non soltanto quelli che non ci piacciono, ma anche quelli dietro cui ci nascondiamo in comodo e complice silenzio. Che quei quattro colori — nero, rosso, verde e bianco — possano, un giorno, danzare liberi in qualsiasi cielo. Non più simboli di oppressione e di lotta, ma bandiere di un’umanità accordata, finalmente, sulle stesse melodie.

Melodie che hanno chiuso la ventottesima edizione del festival siciliano: dal groove pulsante e ballabile degli Ebbb, alle trame evocative degli English Teacher, passando per le esplorazioni astrali e psichedeliche dei Public Service Broadcasting, l’incalzante indie-rock targato Sylvie Kreusch e il garage-rock muscoloso di Milo Korbenski.

E mentre le ultime note si dissolvono, il tempo svanisce. Il futuro resta lì, sospeso: una lucente esplosione di nostalgia.