Dopo una serie di EP e un album autoprodotti i Forth Wanderers si fecero conoscere nel 2018 grazie al loro vero omonimo album d’esordio via Sub Pop.

La band si formò nel 2013 a Montclair, New Jersey. Il chitarrista e cantautore Ben Guterl frequenta il liceo locale e qui conosce Ava TrillingBen scrive i brani e li passa ad Ava che trova la melodia del cantato e scrive i testi: “l’unico modo in cui posso davvero scrivere è da sola nella mia stanza con un taccuino, ascoltando alla canzone più e più volte“.

Si uniranno in seguito il chitarrista Duke Greene, il bassista Noah Schifrin e il batterista Zach Lorelli – tutti i membri frequentavano la Montclair High School – a comporre una vera e propria band che già nel 2014 ebbe un momento di celebrità grazie a Lorde che condivise sul suo profilo twitter il loro pezzo ““Slop” rendendolo noto a milioni di followers. Non male per una band che il cui chitarrista raccontò che non c’era un piano definito: era solo qualcosa da fare dopo la scuola“.

I ragazzi del New Jersey svelarono ad un ampio pubblico la loro estetica compositiva, un mix tra testi introspettivi, un songwriting nostalgico ma allo stesso tempo gioioso e spontaneo. Suono che evolverà negli anni a seguire fino al loro primo grande traguardo professionale, il contratto con Sub Pop Records.

Credit: Bandcamp

I membri della band si trasferiscono nella vicina New York, città che offre stimoli e occasioni d’incontro adatte ad artisti e band artisticamente in crescita . Brooklyn è l’epicentro naturale e ideale dove la maggior parte dei membri della la band si stabilisce.
Dopo la firma con Sub Pop New York è pure la città ideale per gestire i tour, promozione e i vari canali di comunicazione.

Ma come spesso accade la vita offre momenti di disturbo, sembra che ami metterci davanti imprevisti, ostacoli che richiedono tempo e fatica per essere superati.

Subito dopo la pubblicazione dell’album “Forth Wanderers” Ava Trilling è vittima di disturbi di panico e agorafobia. Il tour è cancellato e la band si scioglie come neve al sole.

Dover annullare i concerti all’ultimo minuto, giustificare ai propri bandmates le proprie scelte dovute a questa maledetta malattia mentale, la paura di salire su un palco, non poter esprimere le proprie emozioni, cantare, muoversi tra i musicisti. Non deve essere stato facile.

Ma è’ proprio in questo periodo difficile che Ava, nel 2021, si trasferisce a sua volta a Brooklyn ritrovando il vecchio amico Guterl.
La lenta guarigione e l’incontro con i vecchi amici sono state le basi per creare, finalmente, del nuovo materiale che oggi prende forma nell’album “The Longer This Goes On”.

Registrato a New York con Dan Howard, mixato e masterizzato da Al Carlson i dieci brani dell’album nascono in modo completamente diverso dallo standard precedente con Ben Guterl Ava Trilling nelle vesti di unici autori. In questa nuova esperienza il processo creativo è più “collettivo e organico” non è limitato a scambi di nastri ma i brani nascono dall’incontro dai membri della band, ora tutti coinvolti nella scrittura.

L’album si apre con l’energia indie di “To Know Me/To Love Me” un brano che senza fronzoli ci trasmette un senso di tragica fragilità, il timbro delle chitarre è ruvido, saturo, trasmette il dolore intrecciando malinconia e tensione. La voce di Ava infonde un senso di arresa, una confessione stanca e arrendevole. Insieme a “Springboard” i Forth Wanderers scavano nel lato più abrasivo e grunge del loro suono mostrando un’urgenza emotiva che contrasta con la delicatezza malinconica di altri momenti del disco.

Pur parlando di insonnia e giorni passati a letto, “7 Months” riesce a tramettere la voglia di muoversi e di ballare. Il dialogo basso ? batteria rende il pezzo brillante e immediato: gli accenti jazzati della batteria di Zach Lorelli creano un ritmo incalzante coni il basso di Noah Schifrin a cucire e sostenere voce e chitarre.

Un album dove ogni brano riserva sorprese, come in “Bluff” che si apre con i toni freddi di una tastiera e con lievi percussioni che scivolano su un ritmo quasi cha-cha-cha che richiama sonorità caraibiche. La voce di Ava Trilling emerge malinconica e piena di tensione emotiva mentre in “In Honey” ci immergiamo in un’atmosfera da isola esotica, una notte d’estate dove le chitarre morbide e riverberate ci avvolgono e ipnotizzano in una sensazione di vulnerabilità.

Il ritmo moderato e ondeggiante di “Spit” si contrappone a quello più serrato di “Barnab” mentre i due minuti di “Call You Back” ci fanno un bel ritratto di quello che questa band sa creare in termini di cambi di ritmo, sensibilità e accuratezza della sezione ritmica, dell’uso della chitarra. La voce di Ava, malinconica e intima, trasmette una forza emotiva che che coinvolge profondamente. Puoi coglierne la fragilità ma percepisci anche la luminosità. Non negandolo condivide il suo dolore e la vulnerabilità delle sue melodie malinconiche esaltano le esitazioni. Una voce fragile ma capace di dare spessore a semplici parole.

L’album si chiude, anzi, si dissolve lentamente con “Don’t Go Looking” che con “Make Me” rappresenta i momenti più intimi, quasi meditativi dell’intero album.

Anche se Ben Guterl sostiene che “non siamo tornati”  ma hanno voluto fare “quel che suona bene per noi ora” i Forth Wanderers ci regalano altri dieci nuovi e splendidi brani. A noi questo, per ora, basta.