Gli anni d’oro del nu metal sono ormai lontani, ma i Chevelle continuano imperterriti il loro percorso. Certo, non vendono più milioni di copie come ai tempi del fortunatissimo “Wonder What’s Next”, eppure i fratelli Loeffler non hanno alcuna intenzione di archiviare un marchio che negli Stati Uniti funziona ancora piuttosto bene.

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E così eccoci a commentare la loro nuova fatica in studio, “Bright As Blasphemy”, decimo album in carriera. Passati a un’etichetta indipendente e privi del supporto del loro storico collaboratore Joe Barresi – produttore che ha lavorato con giganti del calibro di Tool e Queens of the Stone Age – i Chevelle confezionano un disco solido e curato nei dettagli, ma non particolarmente ispirato. Mancano infatti brani davvero memorabili, pur in presenza di arrangiamenti sempre puliti e di esecuzioni a dir poco impeccabili.

Tutto gira alla perfezione in questa grande giostra dell’alternative metal più melodico e potente, ma alla fine è la forma a prevalere sulla sostanza. Come da tradizione, si percepiscono i richiami “artistici” ai progetti di Maynard James Keenan, ma al tempo stesso emerge il desiderio di tracciare una via personale. La band non rinuncia mai all’impatto tipico dell’hard rock/alt metal più “drammatico” e radio-friendly – con echi di Muse e Biffy Clyro – mentre sperimenta inserti industrial e progressive che donano profondità senza compromettere l’immediatezza dei ritornelli, sempre estremamente orecchiabili.

Non un disco destinato a restare negli annali, dunque, ma un lavoro che conferma i Chevelle come una realtà affidabile e coerente. I fan troveranno pane per i loro denti in tracce come “Rabbit Hole – Cowards, Pt. 1″, “Wolves (Love & Light”), “Karma Goddess” (con un bel riffone sabbathiano) e “AI Phobias”.