Grant – Lee Phillips è ormai tranquillamente ascrivibile alla categoria degli evergreen, quel risoluto e non troppo numeroso gruppo di artisti che sembrano non sentire il passare del tempo e continuano imperterriti a suonare la propria musica, impermeabili alle mode e ai cambiamenti di un mercato musicale sempre più concentrato sul qui e ora.

Credit: Denise Siegel-Phillips

Tre anni sono passati dall’uscita di “All That You Can Dream” e molto è cambiato in quell’America che Phillips ha raccontato riuscendo spesso a mettere in evidenza i lati nascosti, quelli più umani di un paese in continua e velocissima trasformazione. “In The Hour Of Dust” riparte proprio da quell’umanità e dai rapporti basati su cura e rispetto.

Titolo ispirato da un quadro indiano scoperto per caso al Norton Simon Art Museum di Pasadena, album intimo e contemplativo registrato ai Lucy’s Meat Market studi di Eagle Rock in California, tra Los Angeles e Nashville con Patrick Warren alle tastiere, Jay Bellerose alla batteria e Jennifer Condos al basso. Le melodie sono quelle di sempre, dolci e ben disegnate, delicate ed efficaci.

Arpeggi semplici e diretti ma capaci di far pensare fin dalle prime note di “Little Men” col suo “Little men who want to rule like Caesar / Can’t hold the tide off for long” che riflette sul momento di confusione vissuto da quegli Stati non più così Uniti come fa “Closer Tonight” poco dopo e “Did You Make It Through the Night Okay” che è anche un  omaggio ai nativi americani della Muskogee (Creek) Nation da cui Phillips è stato accolto.

I ricordi dolorosi di “Bullies” scritta con Jamie Edwards, la lotta con se stessi di “Stories We Tell”, l’amore adulto e consapevole di “She Knows Me” e “No Mistaking”, lo strano rapporto con la solitudine raccontato nella splendida  “Someone”, l’ottimismo di “Dark Ages”, il passato scomparso di “American Lions”, la fuga al volante e la speranza di “Last Corner Of The Earth”. Grant – Lee Phillips quando canta e imbraccia la chitarra acustica fa sognare. Una garanzia.