
Gli Sprints sono una band garage-punk di Dublino attiva sin dal 2019: dopo un paio di EP, all’inizio dello scorso anno è arrivato, via City Slang, il loro primo album, “Letter To Self“, che ha portato gli irlandesi in tour in giro per il mondo. Sabato 20 settembre la formazione dublinese ha suonato al Monk Club di Roma in quella che è stata la loro prima data ufficiale a supporto del loro imminente sophomore, “All That Is Over”, uscito venerdì 26, mentre a marzo 2026 – e più precisamente mercoledì 25 – torneranno in Italia per un altro live all’Arci Bellezza di Milano. Noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questo show romano per scambiare due chiacchiere face to face con loro nel giardino della venue di via Mirri poche ore prima del concerto e catturare qualche anticipazione sul loro nuovo lavoro. Ecco cosa ci ha raccontato la giovane formazione irlandese:
Ciao, come state? Siete arrivati ieri qui a Roma?
Jack Callan (batteria): Ciao, stiamo bene, grazie. Sì, siamo arrivati ieri e oggi abbiamo avuto parecchio tempo per girare la città.
Vi è piaciuta?
J.C.: Sì, è una città incredibile.
E’ stata la prima volta per voi qui a Roma?
J.C.: Per Karla è stata la prima volta, mentre gli altri ci erano già stati tutti.
Avete già suonato qui in Italia?
J.C.: Solo una volta, nell’estate del 2023 al TVSpenta Dal Vivo, un piccolo festival a Rapolano Terme, vicino a Siena. Era un festival molto piccolo.
Poi tornerete anche a Milano il prossimo anno.
J.C.: Sì, certo, a marzo.
Per prima cosa vi vorrei chiedere se per piacere potete introdurre la vostra band a quei nostri lettori che magari ancora non vi conoscono.
Sam McCann (basso, voce): Ci chiamiamo Sprints e veniamo da Dublino e abbiamo iniziato a suonare insieme nel 2019.
Karla Chubb (voce, chitarra): Il nostro primo album, “Letter To Self” è uscito nei primissimi giorni del 2024 via City Slang, dopo che avevamo già pubblicato due EP, “Manifesto” (2021) e “A Modern Job” (2022). E’ stato un momento decisivo. In seguito siamo praticamente stati sempre in tour, tra Europa, Stati Uniti, Regno Unito e Irlanda. E’ stato una sorta di sogno che si è diventato realtà. All’inizio del 2024 abbiamo abbandonato i nostri lavori e abbiamo deciso di diventare musicisti a tempo pieno e da allora abbiamo sempre suonato in giro per il mondo. Il nostro chitarrista originale, Colm O’Reilly, ha lasciato il gruppo nel maggio dello scorso anno e ora Zac è con noi e da quando è entrato a far parte della nostra formazione siamo diventati quasi una nuova band. E’ stata una rinascita, ci ha dato nuova energia, per noi è stata una possibilità per ricominciare di nuovo.
Vi volevo proprio chiedere dell’arrivo di Zac. Che cosa ha portato nella vostra band?
S.M.: Ha portato formaggio e tanta energia. (ridiamo)
Zac Stephenson (chitarra): Cacio e pepe è la mia pasta preferita. Fallo sapere ai vostri lettori. (ridiamo)
Il vostro nuovo LP, “All That Is Over”, uscirà venerdì 26 settembre, cioè tra sei giorni: cosa state provando adesso? Quali sono le vostre aspettative riguardo al vostro secondo disco?
J.C.: Credo che siamo allo stesso tempo molto contenti e un po’ ansiosi. L’eccitazione sta crescendo, questo è l’inizio del ciclo di questo nuovo album. L’uscita è ormai così vicina.
K.C.: Questo è davvero il giorno uno. Poi ci aspettano quattordici giorni di tour nei negozi di dischi nel Regno Unito. Sono praticamente in contemporanea con l’uscita del disco. Sì, siamo un po’ nervosi, ma anche davvero contenti.
Suonerete parecchie canzoni nuove stasera quindi?
K.C.: Assolutamente sì. Credo che solo tre canzoni della nostra setlist di stasera non faranno parte di “All That Is Over”. (ridiamo)
Ottimo, così le potrò ascoltare anche dal vivo, dopo averle sentite sul disco. Parlando dell’album, posso chiedervi da dove proviene il titolo? Ha un qualche significato particolare?
K.C.: Proviene da una poesia di Vladimir Holan e inoltre è una parte di “Beg”, che è diventata una specie di motivo ripetuto nella canzone. “All That Is Over” si è fissato dentro di noi perché è ambiguo, puo’ essere speranzoso, ma anche difficile, puo’ avere interpretazioni diverse. Per noi segna la fine di un capitolo e l’inizio di qualcosa di nuovo che credo sia piuttosto speranzoso. E inoltre riflette come il mondo stia continuando a cambiare e a essere nel caos. Cerchiamo di fare del nostro meglio nella situazione in cui stiamo vivendo e continueremo a fare rumore.
Ho letto che il vostro disco è stato influenzato da tutte le cose folli che stanno succedendo nel mondo al giorno d’oggi. Pensate che questo possa aver portato negatività all’interno del vostro songwriting?
K.C.: Penso che il processo ci abbia aiutato a essere positivi. Tutto quello che sta succedendo nel mondo ci ha dato uno sbocco per lavorare su questi tempi difficili. A volte puo’ essere negativo, ma credo che sia soprattutto malinconico. Non è né triste, né felice. Però c’è anche felicità perché usiamo la musica e l’arte per attraversare i momenti brutti e le cose negative.
Avete scritto il disco mentre eravate in tour, sui tourbus, mentre stavate facendo dei soundcheck: pensate che questo abbia aggiunto un maggiore senso di urgenza al vostro disco rispetto al vostro lavoro precedente?
K.C.: Sì, sicuramente, perché l’abbiamo scritto in quattro mesi.
J.C.: Lo abbiamo scritto in un periodo molto più breve (rispetto al primo), ma credo che sia uscito in maniera piuttosto naturale. Karla scrive costantemente. Abbiamo iniziato a lavorare sui demo e tutti noi l’abbiamo arrotondato in qualche modo. La nostra giornata tipica prevede suonare nelle venue e i soundcheck ma, quando riusciamo a trovare del tempo libero, proviamo nuove canzoni. Non ci piace suonare le stesse canzoni per tutto l’anno. Magari proviamo una canzone un paio di volte e poi la proponiamo anche dal vivo. Per noi è il modo migliore di testarle, siamo molto contenti e speriamo anche il pubblico.
Sono d’accordo con voi. E’ sempre interessante ascoltare qualcosa di nuovo secondo la mia opinione. Parlando della vostra canzone “Better”, credo che sia molto più riflessiva rispetto alle altre presenti sul vostro nuovo LP e inoltre mi pare sia anche più luminosa. Siete d’accordo con questa mia riflessione? E’ qualcosa che avete fatto intenzionalmente?
J.C.: Credo che strumentalmente sia piuttosto rumorosa.
Sì, certo, a livello strumentale è davvero noisy. Intendevo dire che i vocals di Karla sembrano più riflessivi.
K.C.: Penso che i vocals siano più morbidi e credo sia una cosa bella.
J.C.: L’abbiamo suonata lo scorso anno in tour e poi vi abbiamo lavorato molto con Daniel (Fox dei Gilla Band), il nostro produttore. Non credo che sia cambiata molto come canzone, ma penso ci siano più elementi shoegaze. Avevamo questa canzone e abbiamo chiesto a Daniel di aiutarci a renderla migliore. (ridiamo)
Parlavate prima di essere stati in tour lo scorso anno: avete suonato negli Stati Uniti, in Europa, nel Regno Unito. Inoltre avete aperto per band come Idles e Pixies, suonato in grandissimi festival come Glastonbury. Tutte queste esperienze quanto hanno influenzato il vostro sound o magari anche il vostro modo di vedere la vita?
S.M.: Penso che quando apri il concerto per le tue band preferite sia come una specie di riconferma. Suonare in festival famosi o in grandi venue è sicuramente un sogno diventato realtà e ci ha aiutato a essere più sicuri di noi stessi. Credo che tu lo possa sentire anche nelle nostre nuove canzoni. Sono più grandi: abbiamo suonato su palchi più grandi negli ultimi tempi e quindi incoscientemente abbiamo cercato di fare qualcosa che potesse calzare per i luoghi di quelle dimensioni. (ride)
J.C.: Adesso ci sentiamo bene a suonare anche su grandi palchi. Delle volte puo’ sembrare spaventoso ma, una volta che lo fai e che le cose vanno bene, pensi: “OK, facciamolo ancora”.
S.M.: Speriamo che in futuro siano dei nostri show da headliner, non a supporto di altre band. Perché no?
Sì, ve lo auguro tanto. Alla fine dello scorso anno vi ho visti al Lido di Berlino: era sold-out ed è stato un concerto fantastico. Credo che mandare sold-out venue come quella possa spingere la mente a cercare di fare ancora meglio.
S.M.: Sì, hai assolutamente ragione. Pensa che ogni volta che suoniamo a Berlino, andiamo in una venue più grande. Spero che continueremo così. E ora siamo qui a Roma ed è fantastico.
E’ il debutto per la stagione 2025/2026 per il Monk, che è una splendida venue.
K.C.: Sì, ci sta piacendo molto.
I vostri dischi escono per la City Slang, che è di Berlino. Posso chiedervi come siete entrati in contatto con questa label tedesca? Come sono le vostre relazioni con loro?
J.C.: Sono venuti a vederci suonare a Londra nel 2023. Sapevamo che avremmo pubblicato un album e stavamo cercando una label e loro erano interessati a lavorare con noi. Sono venuti a vederci dal vivo e gli siamo piaciuti molto.
S.M.: Siamo usciti a cena con Christof (Ellinghaus, fondatore della City Slang) e lui voleva proprio metterci sotto contratto. (ridiamo)
J.C.: E’ stata la prima label che ha dimostrato un vero interesse per noi e ovviamente noi eravamo molto interessati a lavorare con loro. E’ stato una sorta di prima uscita sentimentale. (ridiamo) Abbiamo un’ottima relazione con loro, ci lasciano molto liberi a livello creativo e ciò per noi è una cosa molto positiva. E ci hanno sempre supportato molto. Non possiamo chiedere di meglio.
Un’ultima domanda: per piacere potete scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da mettere in fondo a questa nostra intervista?
K.C.: Cosa ne dici di “Need”?
Va benissimo. Grazie mille, ci vediamo più tardi al vostro concerto.
K.C.: Grazie a te. A dopo.












