Certo che di synth pop possiamo anche morire, vista la schierata pletora di adepti nell’ultimo decennio e oltre, complice un genere che dalla nascita ha sempre affiancato più di altri e con maggiore presa giovani musicisti alle prime armi, di volta in volta declinando i temi più cari di un percorso post adolescenziale comune, per fortuna transgenerazionale. Come dire, un genere da tenersi stretto, una musica che unisce ere diverse, una specie di miracolo, se consideriamo il periodo di scollamento che stiamo attraversando.

Questo per dire che il trio di Brooklyn continua il suo adagio back and forward dal revivalismo anni 80 (Joy Division, Human League, etc.) per innestare la raffinatezza , le riflessioni sul presente, la malinconia pregressa e mai così evidente , in un album che si differenzia dai precedenti per un approccio ancora più personale, con piccole deviazioni sonore, tipo il folk dell’iniziale “Can’t Face Another One”, mentre altrove si sente una qualche forma di maturazione accentuata ma non ancora del tutto compiuta verso un pop alla Prefab Sprout, che forse potrebbe segnare il futuro o forse no.
Perchè poi dobbiamo anche lasciarli andare verso il loro destino, questi 3 ragazzi cresciuti a pane e synth, con le loro melodie semplici e un po’ scontate (“Can you reach me?”, “In your Head”) a volte ripetitive, a volte troppo già sentite, con questa voce in costante riverbero che non vuole assumere toni più consistenti dopo il quarto album, che rimane sempre al livello di una prova fra amici durante gite fuori porta, coi pensieri rivolti ad una invocazione per la comprensione del presente impalpabile.
Una “danza della memoria” che a volte fa anche centro, come nel singolo apripista “Inept Apollo”, basso alla Peter Hook, stratificazione di synth, soprattutto “I’m not ready for the change”, un appello ad un amore che ci permetta di superare la nostra naturale indisposizione al cambiamento, in fondo la sintesi dell’adorato stato malinconico della band, per finire con “Nights of weight”, ballata folk anche qui sull’insistenza di quei momenti in cui la mente sembra non abbandonare pensieri pesanti, cullata da quella sensazione di unicità che li rende così tristi ma anche piacevolmente inseparabili.
Una band difficilmente trascurabile, in evoluzione, da tenere stretta, senza paragoni con quello che desideriamo possano diventare.













