Lucrecia Dalt, con “A Danger To Ourselves”, non cerca scuse né infingimenti di sorta: entra nella sua intimità come chi apre per sbaglio un cassetto troppo personale e poi decide di lasciarlo aperto. In un’epoca in cui l’autenticità si compra a pacchetti da 30 secondi su TikTok, Dalt fa il contrario: costruisce uno spazio vulnerabile e sonoro dove l’emotività non è marketing ma materia viva. Nessuna posa, nessuna morale, solo una voce che si incrina e una produzione che ti fa sentire dentro una stanza dove qualcuno ha appena detto troppo. È rischioso? Certo. Ma almeno non è finto.

Credit: Bandcamp

Il disco in questione, pubblicato in un 2025 dominato da IA che ti scrivono la playlist sulla crisi esistenziale, sceglie la via umana – troppo umana – della confessione spigolosa. Il suono? Una costellazione instabile dove i drum loop di Alex Lázaro sembrano inciampare su sé stessi, e la voce di Dalt fluttua tra sussurri, dissolvenze e dichiarazioni sospese. Ogni pezzo è una scheggia di qualcosa che non si lascia spiegare del tutto – e meno male.

Le collaborazioni sono aperture nel paesaggio emotivo, come finestre spalancate su altri universi fragili. Camille Mandoki in “Caes” trasforma la traccia in una magnetica combo vocale a due voci; Juana Molina in “The Common Reader” fa sembrare il canto ben più che un mero esercizio di stile; Divina, invece, mescola spagnolo e inglese come se cambiare lingua fosse solo una variazione ritmica. Il bolero che diventa elettronica liquida, il blues che si deforma in un glitch cosmico, e persino i pezzi che sembrano finire a metà (“El Exceso”) raccontano una coerenza che non ha bisogno di linearità.

“A Danger To Ourselves” non consola, non spiega e soprattutto non vende soluzioni. È un disco che ti lascia lì, con la fragilità addosso, come una felpa che non vuoi togliere anche se non ti sta bene. Il titolo – ispirato dal caro vecchio David Sylvian – dice tutto: essere un pericolo per se stessi, qui, non è un gesto punk ma una presa di coscienza. Nessuna autodistruzione eroica, solo la consapevolezza che l’unica verità rimasta sta nei legami storti, nelle crepe della voce, nei suoni che sembrano chiedere scusa per esistere. In altre parole: un album che non ti dà risposte, ma almeno non ti mente. Bello, soprattutto.