Aurelien Guichard from London, United Kingdom, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Dopo aver ammirato la quieta ascesa dei These New Puritans in quasi due decenni di carriera, eravamo piuttosto curiosi di vederli dal vivo per la prima volta. Il percorso dei fratelli Barnett è sempre stato all’insegna di fluide mutazioni che hanno stravolto le premesse post-wave dei primi vagiti, rendendo il progetto musicale enigmatico e misterioso: un culto che li ha resi molto meno celebri di quanto potessero meritare, ma comunque intoccabili dal punto di vista della resa qualitativa delle loro opere musicali.

La serata autunnale romana è stranamente tiepida, mentre il Monk Club è ben lontano dal sold out, anche se il pubblico che riempie mezza sala si rivelerà molto attento e ossequioso.

Sul palco troviamo una formazione a quattro: scorgiamo un vibrafono, tastiere, percussioni e batteria. In particolare, quest’ultima, gestita da George Barnett, risulterà molto più presente rispetto al dosaggio che ne viene fatto nei dischi in studio.

Si inizia subito con le vibrazioni dell’ultimo eccellente “Crooked Wing”: “Bells” in apertura riempie il club di flusso emotivo glaciale, una sorta di stasi spirituale attraverso la quale si fa strada la voce di Jack Barnett, tra canto liturgico, ninna-nanna e sussurro crepuscolare, tra confessione, invocazione e carezza. La pasta sonora è meno densa e stratificata rispetto agli Lp, e questo aspetto riguarderà quasi tutti i momenti del concerto. Ma questo non è assolutamente un difetto. Il suono rimane avvolgente e spesso magniloquente, nella sua maggiore crudezza. Oseremmo dire quasi più “sincero” e intimo.

“Infinity Vibraphones” dal precedente “Inside the Rose” mostra il volto più carnale e insieme tenebroso dei TNP, creando un’atmosfera di palpabile intimità e, allo stesso tempo, di algido distacco. SI prosegue con un trittico tratto da “Crooked Wing” che esplora durezza post-industriale e romanticismo oscuro, con “A Season in Hell”, “Industrial Love Song” (con l’intero brano sulle spalle del solo Jack a livello vocale, mentre su disco si tratta di un duetto con Caroline Polachek) e “I’m Already Here”. Con le successive “V (Island Song”, “We Want War” e “Three Thousand” il sound si fa più sinistro e spigoloso, effetto acuito dalla resa strumentale spartana e cruda, e dal cantato sempre più algido e distaccato – anche un po’ strascicato in certe parti – di Jack Barnett. Sul palco si alternano luci fredde e calde, bluastre e rossastre, come a evocare paradisi abissali e inferni tangibili.

I brani che chiudono la scaletta dimostrano tutto il fulgore austero della creatura dei Barnett: “Wild Fields” colpisce con fendenti marziali anima e coscienza, fino alle ondulazioni struggenti del finale liberatorio. L’ascesa spirituale continua con il romanticismo immaginifico di “Where The Trees Are On Fire”, riuscitissima nonostante la struttura sonora meno particolareggiata rispetto alla versione originale. È come se tutti i dettagli e gli ingredienti, che nei dischi dei Puritans sono frammenti di visioni oscuramente prismatiche, siano andati a convergere verso strutture più compatte, che, perdendo alcuni aspetti, ne esaltano altri: l’intento dei brani rimane intatto, il loro calco viene riempito da una nuova pasta, la mesmerizzante bellezza non rinuncia alla sua eloquenza e il mistero viene rinnovato, mentre l’approccio austero della band disvela scenari di monoliti scheletrici e fa innalzare invocazioni pagane all’apparenza esangui.

Il sigillo finale costituito da una versione infinita (quasi 13 minuti!) di “Organ Eternal” è il culmine della serata. In questo brano i Puritans rinnegano l’attitudine mostrata sino a quel momento. Invece di togliere, qui si aggiunge: il pezzo infatti viene stratificato maggiormente rispetto alla versione incisa, con la batteria protagonista e le celestiali sottolineature di slide guitar effettata, mentre l’ipnotico incedere del motivo-cardine sommerge il Club. La musica fluisce sempre uguale eppure diversa, squarciando la notte romana con un lampo di luce proveniente da chissà quale iperuranio dell’arte, un luogo lontanissimo eppure vicino, interno, stranamente familiare.

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