C’è un intero universo dentro “Buddhist Hipsters” dei The Orb (Alex Paterson e Michael Rendall): acid house, ambient, trance, dub, reggae, hip hop, psichedelia, downbeat. L’architettura è al solito piena di misticismo e di poesia. Tutto è in bilico tra ironia, sogno e introspezione. Ti ritrovi a ballare in un club e il momento dopo ti sorprendi a rincorrere il Bianconiglio. Cerchi Dio e nei venti minuti finali (splendidi) lo trovi anche.

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Il titolo, “Buddhist Hipsters”, è già una chiave di lettura: si può tradurre Fricchettoni Buddisti e la dice lunga sull’ossimoro dei nostri giorni che coinvolge sempre di più estetica e spiritualità. In questo titolo c’è ironia ma anche consapevolezza che oggi più che mai gli opposti si devono mischiare e la musica dell’album va precisamente in questa direzione. I contrasti sono sempre piaciuti ai The Orb e infatti questo lavoro li trova molto ispirati.

C’è un aneddoto molto mistico e onirico riguardo alla nascita di questo disco. Alex Paterson racconta che stava sognando e gli è apparso un ascensore che scendeva dalle nuvole. Dentro c’erano Buddisti e fricchettoni e a un certo punto è apparso anche Roger Eno (che infatti collabora nel disco). Al risveglio Alex ha ricevuto un messaggio proprio da Eno che gli chiedeva di collaborare a qualche nuovo progetto.

Le tracce dell’album si snodano lungo un tappeto acido.

“Spontaneously Combust”: estasi da combustione. Sognanti groove house e background vocals malinconici.

“P~1″: cicloni cosmici di drum&base. Groove infuocato e basso mozzafiato. Club Music direttamente da un’altra galassia.

“Arabebonics”: un viaggio ipnotico e arabeggiante, dove sitar sintetici, percussioni mediorientali e loop vocali si fondono in un groove circolare. Il titolo del brano orchestrale di influenza orientale “Arabebonics” è un termine inventato dal rapper Rrome Alone, detenuto nel braccio della morte in una prigione della Carolina del Nord. La sua voce è stata registrata tramite un telefono pubblico, che a causa della scarsa qualità audio è stata poi ricreata da Rendall tramite intelligenza artificiale, con l’aggiunta di bassi profondi e archi di Violeta Vicci.

“It’s Coming Soon”: Pulsante e dolce. Downbeat splendido.

“Doll’s House”: Polvere di stelle e malinconia sparse per il dancefloor. Voci distorte, beat downtempo e linee di synth che si sciolgono come cera. È un brano che rievoca la dolcezza artificiale dei giocattoli e la solitudine che si nasconde dietro.

“The Oort Cloud (Too Night)” ci guida in un viaggio nel profondo di New York, per momenti di estasi sonora da consumarsi rigorosamente nel vostro club preferito.

Arriviamo agli ultimi venti minuti di pura poesia. L’accoppiata “Under The Bed” e “Kharon” ci porta nella terra di nessuno, tra campionamenti celestiali, tocchi di piano sublimi, voci, passi, sogni d’infanzia e distopie. Evoca un universo vivo di luce ed esseri celesti e ci dà una buonanotte interstellare. Qualcosa tra Hans Zimmer e “Shine On You Crazy Diamond”.

Il “Buddha hipster” è una figura sia ironica che rivelatrice.
Il paradosso è che la sua ricerca spirituale passa proprio attraverso la superficie, l’immagine, il suono, la rete. La calma non è raggiunta ritirandosi dal mondo, ma immergendosi nel flusso sonoro e digitale. La saggezza non viene da un tempio o da un maestro, ma da un campionatore. L’“illuminazione” è un’esperienza di trance elettronica. I The Orb trasformano così il concetto di musica ambient in un modo per rallentare dentro il sovraccarico sensoriale dell’epoca. Ogni brano è come una meditazione urbana. il suono diventa il luogo dove si può ancora pensare, o liberarsi. Persino l’ironia del titolo non è solo sarcasmo: è un riconoscimento della condizione moderna, dove l’autenticità è sempre contaminata, ma non per questo meno sincera.
Il “Buddha hipster” è un cercatore disilluso che non smette di cercare il silenzio dietro il rumore. Anche nel caos delle app, dei suoni e delle mode, può esistere un punto di quiete. Non sopra, ma dentro il flusso.

I The Orb nascono all’inizio degli anni ’90 come anello mancante tra ambient, dub e acid house,
trasformando i club in spazi mentali più che fisici. Campioni vocali, voci radiofoniche, riverberi cosmici e tempi dilatati che trasformavano la pista da ballo in un paesaggio galattico. Con “Buddhist Hipsters” , Paterson e Rendall guardano indietro senza nostalgia, riportando in vita l’anima psichedelica e umana dei primi The Orb, ma filtrata dalla maturità.