Io ve ne parlo, poi che trovi una distribuzione italiana e possiate vederlo è un’altro discorso. Oh, ha vinto il Grand Prix a Cannes e la Spagna lo presenta agli Oscar…non si sa mai.
Film devastante. Nel senso che si esce dalla visione davvero devastati, se siete particolarmente forti magari ne usciti solo scossi. Verso la metà e poi verso la fine del film succedono due cose, che davvero non posso dirvi, che io ci sono rimasto sotto. Specialmente la prima, che mi ha letteralmente congelato, ammutolito, straziato. Per le cose in se’, ma anche per come arrivano, per la maniera bastarda con cui Laxe le ha consegnate e dirette.

La vita è un campo minato, grida questo film. In alcuni posti più che in altri. Per alcune persone più che per altre. Eppure in questo campo minato c’è spazio per la solidarietà, per un senso quasi innato di fratellanza, tra due nuclei “familiari” apparantemente incompatibili.
Poi vabbè, dramma a parte, “Sirat” è imponente anche sensorialmente. La fotografia sgranata del deserto, i dettagli dei corpi in movimento nei rave, quelli dei woofer che pompano polvere, le strisce delle strade percorse a cento all’ora alzando la sabbia, ne fanno praticamente un affresco psichedelico in movimento. Per non parlare poi della colonna sonora stordente di Kangding Ray (folletto techno ci casa Raster Noton, chi sà capirà), che questo affresco lo musica mischiando beat quadrati e suoni del deserto.













