“Lux” è un disco che si ama o si odia. Prendere o lasciare. Io ne prendo a piene mani. Ammetto sfacciatamente di adorare quest’opera.
Rosalìa incanala nella musica pop tutta la tradizione visionaria e carnale spagnola e ispanoamericana. Tra archi, pianoforte, elettronica, fiati, voce sublime e letteralmente in grazia di Dio, Rosalìa canta Saramago, Marquez, Borges, Dalì, Bunuel, Almodovar, Guillermo Del Toro. Canta in tutte le lingue del mondo e la sua musica sembra ora una sacerdotessa che prega, ora un’amazzone che cavalca, una fanciulla che in un collegio prende i voti da suora, una prostituta procace, un angelo sterminatore.

Sono diciotto brani e già dopo il sesto sembra di aver circumnavigato un Paradiso pagano. Non ci si può soffermare su ogni brano ma si può dire che non c’è un secondo che sia uno di flessione, di ripiego. Ogni pezzo ha sfumature diverse ma è collegato da una voglia insaziabile di infinito e di terra. Pop in odore di santità, musica classica iper sensuale, una prova vocale da dieci e lode. Ogni brano ti rapisce in modo di verso e ci sono momenti miracolosi come in “Sexo, violencia y llantas” che apre l’album con un inno meraviglioso tra archi e pianoforte, “Cristo Piange Diamante” cantata in italiano con testo da brividi e una prova vocale da lacrime, “Berghain” che è il primo singolo estratto ed è la sintesi visionaria e carnale di cui scrivevo in apertura. Quando entra la voce di Bjork andiamo in un’altra dimensione. E poi ancora “Dio es un stalker”, “Focu ‘ranni”, “Jeanne”, “La Rumba del Perdòn”, “Memòria”.
Con “Lux”, Rosalía consegna un’opera che rompe con buona parte delle convenzioni del pop contemporaneo.
Registrato con la London Symphony Orchestra, l’album sposa elementi di musica classica, corale, pop e ribolle di riferimenti religiosi.
L’album è diviso in quattro movimenti, un richiamo esplicito alla musica classica e al formato dell’oratorio o della sinfonia.
Come anticipato, i testi sono in tredici lingue. I temi sono quelli della trasformazione, del divino femminile, della perdita e della rinascita.
Rosalía si muove magistralmente tra l’idea di santa e quella di peccatrice. Esplora identità, misticismo, amore e fallimento.
Elementi orchestrali imponenti si mescolano a beat contemporanei ed elettronica. Le ambientazioni sonore evocano più una sala da concerto che un club.
È rarissimo vedere nel pop mainstream un progetto che osa tanto. Il fatto che abbia prodotto in larga parte il disco da sola ne aumenta ancor di più il valore.
Si tratta di un disco che può senz’altro essere “divisivo” ma Rosalía ha creato qualcosa destinato a durare nel tempo, su questo non ho dubbi.













