
Ventun date tra giugno ed agosto 2025, un tour nato quasi per caso, cresciuto fino a diventare un rito collettivo, per celebrare i vent’anni di “Ballate per piccole iene”.
Oggi quel viaggio diventa un libro fotografico con gli scatti di Mathias Marchioni e Henry Ruggeri, presentato, il 18 novembre, da Manuel Agnelli nel suo locale milanese Germi – Luogo di contaminazione.
Il leader degli Afterhours è sempre energico, ma in alcuni momenti anche più emotivo come lui stesso rivela: “E’ la terza età, mi commuovo molto più facilmente adesso. Alcune volte succede anche in concerto, mi commuovo, mi viene il groppo in gola e se sto cantando, il groppo in gola non aiuta quindi, mi emoziono e contemporaneamente mi maledico perché mi sto emozionando“.
Emozione che traspare anche quando parla di questo tour nato a supporto della ristampa di “Ballate per piccole iene”, insieme ai membri della formazione originale dell’album – Giorgio Prette, Dario Ciffo e Andrea Viti.
“Non suonavamo insieme da quasi sette anni, volevo riallacciare i rapporti, vivere qualcosa in gruppo, senza tensioni. Ci siamo ritrovati per provare in un luogo storico e pieno di ricordi per noi, il Jungle Sound , ed è stato magico, come rientrare in una casa abbandonata venticinque anni prima e sentirsi subito a proprio agio“.
Nasce così l’idea di fissare l’esperienza in un libro fotografico, poi realizzato con Rizzoli: “Le foto colgono sia ciò che succede fuori dal palco che sopra nei momenti in cui suoniamo. Ho aggiunto anche dei miei pensieri, per raccontare ciò che il pubblico non vede“.

Uno dei momenti più significativi dei live è l’abbraccio finale tra i membri della band: “Non volevamo l’inchino teatrale che si vede ovunque, non volevamo recitare. Quello era un gesto nostro, vero, per scaricare la tensione un momento di grande complicità”, davanti ad un pubblico composto da tre diverse generazioni, che è diventato tutt’uno con la band, come ricorda per la data milanese del tour al Kozel Carroponte di fronte a 10.000 persone: “ Ero completamente senza voce, al secondo pezzo l’ho detto: “Non ho voce ma io resto qui, mi dovete sparare”. È stato un concerto incredibile, hanno cantato al mio posto, mi ha ricordato che un live non è una performance perfetta, ma un atto di energia condivisa“.
Energia che traspare nelle splendide fotografie del libro, non indirizzato esclusivamente ai fan “ma a tutte quelle persone che hanno voglia di capire cos’è un concerto, non uno è spettacolo con fuochi artificiali, ballerine, esplosioni, l’autotune, musica in base, ma un concerto suonato veramente, dove il pubblico ha un ruolo fondamentale perché è parte stesso del live“.
Nel volume è testimoniata anche la vita tecnica e umana della tournée, il prezioso lavoro di tutta una squadra che lavora con dedizione pazzesca dietro le quinte, quelle maestranze di cui il leader degli Afterhours si fa portavoce: “Siamo trattati da giullari, da intrattenitori nel migliore dei casi, gente che deve tenere su il morale delle persone, non da professionisti che hanno un lavoro vero e proprio ed hanno gli stessi diritti di altri lavoratori, mi batto molto per questa situazione ancora retrograda” ed esprime la sua gratitudine verso un team fidato che è riuscito a superare le molte difficoltà in cui incappa un tour estivo nel nostro pese – che ancora non è in grado di organizzare al meglio questi eventi: “ questa squadra nello specifico è composta da veterani, ci hanno accompagnato per tutto il tour ed è stato veramente un mini esercito, persone delle quali ti potevi fidare, sapevi che avrebbero fatto di tutto per far funzionare le cose anche nelle situazioni più drammatiche.”
Ad aprire i concerti, ogni sera, band diverse appartenenti al progetto Carne Fresca, la rassegna dedicata ai giovani gruppi che si esibiscono sul palco di Germi, ormai nata quasi un anno fa: “E’ una scena enorme, viva, soprattutto animata dal bisogno di suonare, non solo dai soldi. Come abbiamo fatto noi negli anni ’90 devono prendersi lo spazio e costruirsi da soli la loro scena, non è impossibile farcela da soli anzi, probabilmente è la cosa migliore che possano fare per evitare che finiscano dentro le solite dinamiche, il solito sistema, in cui dovranno adattarsi. Questo non deve succedere“.
Sulle possibilità di un nuovo album degli Afterhours, è prudente: “La scintilla potrebbe esserci, ma non vogliamo ricadere negli errori del passato. Un disco nuovo deve essere eccezionale ed in questo momento io non voglio queste pressioni, voglio fare quello che mi fa star bene, mi prendo un anno sabbatico perchè dopo essermi fatto un culo nero tutta la vita, voglio godermi quello che ho, senza diventare schiavo della mia figura.”
Figura che l’esperienza televisiva ha amplificato, un percorso negli anni anche complesso racconta Manuel: “la rinuncia a X Factor è stata una prova notevole, volevo godermi il teatro, il tour, e X Factor in mezzo avrebbe rovinato tutto. Un atto di determinazione e lucidità rispetto a come voglio vivere la mia vita da qui in avanti: cercando di essere consapevole di ciò che ho e di viverlo fino in fondo, perché mi faccia bene, non perché sia l’ennesimo impegno, inoltre La mia visibilità ha aiutato a farmi conoscere ad un nuovo pubblico, ma quello nazional-popolare di X Factor non è il mio pubblico“.
“Il palco mi ha dato la possibilità di essere me stesso fino in fondo, anche nei lati negativi, e di essere accettato per quelli. La televisione ancora di più, mi hanno pagato un sacco di soldi per essere lo stronzo che sono, ed è liberatorio.“
Ricorda ancora “all’inizio mi sono preso addosso anche un sacco di merda, ed era giusto, perchè avevo scelto un’esperienza in contraddizione con un certo tipo di scena, ma l’integralismo deve essere artistico, non mediatico, la musica non va cambiata per necessità, non cambio nemmeno una nota per necessità, ma puoi portarla in giro dappertutto, rimanendo te stesso, dicendo le cose che dici sempre, comportandoti come ti comporti sempre.
La nostra scena alternativa si è auto ghettizzata ed è morta per questo, perché ha sbagliato tipo di integralismo. L’integralismo doveva essere artistico.
Anche dal punto di vista professionale, le etichette indipendenti avevano lo stesso sistema delle major: vendevano dischi, facevano promozione sulle fanzine, e se non compravi la pagina pubblicitaria non avevi la copertina; questa è ipocrisia.“
Non si tira indietro ed è molto netto anche quando si parla di musica mainstream italiana: “Questa generazione è stata ingannata dall’algoritmo, dai numeri, dalla sostanza. Il gigantismo degli stadi e degli eventi è il sintomo della mancanza di contenuti“.
Il problema, secondo lui, è di chi ha costruito questo sistema: “Una bolla perfetta dal punto di vista imprenditoriale, per le discografiche nessun rischio, nessun macero, artisti che sono influencer e si promuovono da soli, streaming comprati ma prima o poi questa bolla dopata è destinata ad esplodere e sarà un bagno di sangue“.
Buona parte della responsabilità è anche dei media: “La stampa non fa più critica, nessuno dice che una cosa è merda, quando è merda, serve coraggio ed oggi è quello che più manca“.
Un Manuel Agnelli speranzoso chiude la presentazione, in previsione di una nuova era musicale e di un ritorno alle connessioni interpersonali.
“La scena deve ricrearsi dal basso e questi ragazzi lo stanno già facendo, tornare a vivere i concerti, costruire reti, collaborare, metterci la faccia. Questa nuova generazione, secondo me, nei prossimi anni spazzerà via tutto“.













