credit: Silva Rotelli

Intervistare Mauro Ermanno Giovanardi in arte “Joe” in un sabato di Novembre, alle porte di Milano, ha un non so che di bohémien, quel tocco raffinatamente poetico che si percepisce in tutti i lavori del cantautore monzese.
Una chiacchierata che ripercorre la sua carriera musicale, artistica e umana, in cui la musica è il nucleo fondamentale e fondante di ogni passo, di ogni scelta.
Si parte dagli anni Ottanta con i The Carnival of Fools, attraversando la scena alternative italiana degli anni Novanta – quella che ha segnato anche la nascita dei La Crus – fino ai lavori solisti e all’impegno come direttore artistico di svariati festival, tra cui La Mia Generazione Festival. Un revival mai nostalgico, sempre orientato verso nuove e stimolanti visioni musicali.

Ciao Joe, si sta per concludere per te un anno ricco di live, sia con i La Crus che da solista. Come stai? Com’è andata?
Direi che è stato un anno artisticamente ricco ed appagante. Sono riuscito a fare tante cose diverse, che in qualche modo ti rendono più vitale: metterti in gioco ti permette di avere più stimoli.

C’è stata la celebrazione del trentennale del primo album dei La Crus, uscito nel 1995, ho portato a termine il documentario sulla mia prima band, i The Carnival of Fools, per il quale fatto una ventina di proiezioni più relativi live set. Contemporaneamente ho continuato a fare concerti acustici accompagnato da Marco Carusino e live set all’interno della mostra fotografica “Pictures of You”, un progetto di Henry Ruggeri, Chiara Buratti e del compianto Massimo Cotto.

Proprio in questa occasione abbiamo pensato di rimettere in scena “Chelsea Hotel”, spettacolo teatrale che portammo in giro per il paese io e Massimo Cotto, arrivando a 54 repliche. Lo riprenderemo a Gennaio 2026, anche solo per qualche data, in ricordo di Massimo.

Un periodo ricco ed impegnativo quindi: la reunion dopo 16 anni dei La Crus – sancita con l’uscita dell’album “Proteggimi da ciò che voglio“, il trentennale dell’omonimo album d’esordio, festeggiato con una manciata di date dal grande trasporto emotivo e la celebrazione della tua prima band i The Carnival of Fools appunto, con l’uscita del documentario “ Jesus Loves the Fools” contemporaneamente alla pubblicazione del box “The Carnival of Fools- Complete Discography 1989-1993” e la ripubblicazione recentissima di “Towards the lighted town” per la prima volta in vinile.
Che valore dai a questi eventi, che rappresentano rinascite e ricordi, in prospettiva futura ?
La gestazione di “Proteggimi da ciò che voglio” non è stata semplice, all’inizio non avrei voluto farlo, nemmeno Alex (Cremonesi), poi ci hanno convinto.
Io stavo già registrando il mio nuovo album da solista, parliamo di Marzo 2020. Un fonico che lavorava con noi mi ha detto: “Se non provate a fare un disco nuovo firmato La Crus, siete proprio dei coglioni!“. Attorno a noi c’era un grande affetto da parte del pubblico e richieste quotidiane di un ritorno sulle scene.
Io ed Alex ci siamo convinti, mentre Cesare (Malfatti) era già d’accordo. Ho messo in stand-by il mio progetto solista e abbiamo iniziato a lavorare al disco dei La Crus, con la clausola che: o ci avrebbe davvero convinto o non avrebbe avuto senso continuarlo.
Dopo 5-6 mesi ci siamo accorti di avere dell’ottimo materiale, quindi siamo andati avanti.
Ironizzando dico sempre: “Dopo un anno e mezzo mi sono ricordato perché i La Crus si erano sciolti“. Io e Cesare ormai abbiamo dei modi diversi di vedere le cose e di lavorare, proprio per evitare frizioni abbiamo deciso di scegliere un produttore esterno, che fosse super partes, e prendesse lui le decisioni.
Ne è uscito un disco molto ispirato e attuale, anche nelle tematiche non siamo mai stati così espliciti e dal punto di vista produttivo Matteo Cantaluppi ha dato quella giusta contemporaneità.

Subito dopo è partito il tour con alcune date pazzesche, alla prima a Pesaro io avevo il groppo in gola dall’emozione, dalle bordate di amore e di affetto che arrivavano dal pubblico. Me l’aspettavo, ma non così.
Ricordo bene anche la data in Santeria 31 a Milano, sono rimasto particolarmente colpito, tutte le persone che hanno cantato i pezzi dall’inizio alla fine, persino “L’illogica allegria” di Gaber.
L’affetto del pubblico è stata un’emozione indescrivibile, mi piace pensare che sia stato un episodio nel nostro percorso da solisti, non una “rinascita” dei La Crus.

Il progetto per celebrare i The Carnival of Fools invece, è stato ancora più gratificante. Solamente in pre order la prima tiratura del box è andata sold out; il documentario è uscito contemporaneamente ed in realtà era un pretesto anche per parlare degli anni Ottanta, della scena milanese, della Vox Pop, di come si faceva musica allora: una sorta di diario generazionale.
Ho coinvolto amici come Manuel Agnelli, Violante Placido, Ugo Reis, Giacomo Spazio e molte persone legate alla Vox Pop. Alcuni dei miei musicisti, i Carnival avevano inciso tre dischi con tre formazioni diverse ed ero sempre io in qualche modo a tirare le fila, a fare la regia per motivi diversi.

La soddisfazione più grande è stata l’anteprima nazionale al cinema Beltrade di Milano: cinque minuti di applausi.
Dimitris Statiris, il regista greco che ha rimontato il documentario, e le successive proiezioni mi hanno fatto capire quanto i The Carnival of Fools abbiano lasciato qualcosa di memorabile.
Un diario generazionale per testimoniare un momento importante.

A livello di pubblico ho notato l’ammirazione delle nuove generazioni, attestazione che ho visto anche nei live.
Hai avuto modo di confrontarti con alcuni di loro? Di capire quanto il successo di un nuovo cantautorato possa portare una sorta di inversione di tendenza, l’inizio di un cambiamento con cui si ritorni a parlare di Musica come mera espressione artistica?
Dipende sempre dalla curiosità e dall’intelligenza delle persone.
Molte hanno voglia di cose nuove, si sono rotte il cazzo della trap, diciamo che le persone più curiose si approcciano in una maniera aperta, indipendentemente dall’età.

Anagraficamente parte del mio pubblico è over quaranta, ma ho notato anche una fetta decisamente più giovane molto interessata al periodo dei Carnival, ai concerti dei La Crus, e ai miei live acustici.
Una nuova generazione che segue il nuovo cantautorato e che vede magari in me una sorta di padre putativo.

La scena alternative italiana degli anni ’90 nasceva da un’urgenza, dal voler far capire che, nel nostro paese, non esisteva solo la musica sanremese, ma ben altro. Già un egregio tassello fu la scena new wave fiorentina dei primi anni ’80, con Litfiba e Diaframma, ma la vostra fu una vera rivoluzione.
Nasceva anche in anni in cui politicamente vi furono degli scossoni, mani pulite e il passaggio dalla Milano da bere a Tangentopoli.
Questa congiunzione politica/musica oggi non esiste o perlomeno è poco sentita. La politica quasi non entra nel circuito musicale, diciamo nel radar dei giovani. Quanto ha influenzato questo clima di cambiamento politico-sociale nell’ascesa della scena musicale di quell’epoca?

E’ una domanda molto bella, molto complessa, tant’è che ci ho fatto un disco “La mia generazione“.

Tutti noi abbiamo iniziato a suonare per urgenza, non per fare soldi, né per diventare famosi. Eravamo disposti a mettere in gioco tutto, perché dovevamo farlo, era proprio un istinto primordiale.

Perchè esistano le rivoluzioni servono congiunzioni astrali precise. La nostra congiunzione astrale è stata capire che, se per tutti gli anni Ottanta avevamo suonato, ispirandoci ed ispirati dalla musica importata da Inghilterra e Stati Uniti, era giunto il momento di farci comprendere da chi ascoltava la nostra musica.

Alcuni discografici, Stefano Senardi per primo, intuirono che esisteva un sottobosco musicale che stava avendo l’illuminazione di passare dall’inglese, al dialetto e poi all’italiano, raggiungendo così più persone.
C’era anche un pubblico che ascoltava i Nirvana, tutto il fenomeno della Sub Pop, i Massive Attack, tutta la scena trip-hop, orfano di gruppi italiani che cantassero cose simili nella nostra lingua.
Sono stato un testimone oculare di questo passaggio, insieme a Manuel Agnelli e sempre con lui, Giacomo Spazio e Carlo Albertoli eravamo soci della Vox Pop, etichetta discografica indipendente milanese, dove passavano tutti i nomi importanti della scena alternative, Casino Royale, Afterhours, La Crus, Africa Unite, Mau Mau, fino ai Prozac +.
Quando nacque, verso la fine degli anni Ottanta, ci arrivavano decine e decine di demo in inglese, poi i primi demo in dialetto (il passaggio inglese–dialetto è più semplice rispetto a inglese–italiano, dato che l’italiano ha poche parole tronche, mentre il dialetto sì) infine in italiano.
Stefano Senardi creò la sotto etichetta Black Out, mettendo sotto contratto molti gruppi della scena alternativa. Tra il ’93 e il ’95 tutte le major si mossero in quella direzione.

Il 1995 è stato lo spartiacque: nel ’94 con i The Carnival of Fools suonammo di spalla a Nick Cave and the Bad Seeds. L’ultimo nostro concerto fu in provincia di Varese, di fronte a duecento persone, il 1° maggio 1995, con il disco d’esordio dei La Crus uscito da qualche mese, suonammo davanti a 600.000 persone in Piazza San Giovanni.

Che impatto ha avuto?
Mi piacerebbe rivivere quelle emozioni con la testa di oggi. All’epoca c’era più incoscienza, si viveva alla giornata. Ora daresti peso a cose che allora non consideravi. Rivivrei tutto, ma con la maturità di oggi.

In quegli anni nasce anche l’idea di un festival itinerante dedicato soltanto alla scena alternative italiana, il Tora Tora Festival.
L’idea fu di Manuel Agnelli che però volle accanto a sé alcuni compagni musicali: c’eravamo io, Raiz degli Almamegretta, Luca Morino dei Mau Mau. Il tutto si concretizzò grazie al supporto economico di Valerio Soave, un altro discografico illuminato.

Un festival del genere oggi non sarebbe più possibile.

Non eravate solo musicisti, la vostra forza era la solidarietà, l’amicizia, quel senso di comunità che vi legava e che traspariva genuina al pubblico, forse anche per questo una scena simile sarebbe difficile da riproporre oggi, in un epoca in cui i rapporti sono più virtuali che reali.
Quanto il sostegno di tutti ha contribuito a farla esplodere?

Manuel, nel documentario sui The Carnival of Fools dice: “Io a Joe devo un casino perché lui mi ha fatto conoscere Valerio Soave della Mescal“. Ecco, per me creare connessioni è importantissimo.

Secondo te, oggi è possibile ricreare una scena del genere, nonostante i rapporti siano più virtuali che reali?
No, non credo, manca il presupposto di partenza
Come dicevo prima nessuno di noi iniziò questa passione per soldi, oggi per un ragazzo di diciotto anni le priorità sono la fama, i like, i follower, e subito dopo i soldi.

Esiste una pseudo scena, ma ogni artista rap o trip-hp incide dischi con venti featuring per alimentare algoritmi, più che per reale coinvolgimento artistico, sembra una scena di convenienza.

Vorrei addentrarmi nella tua carriera solista dove emerge il lato di te più nostalgico, in “Ho sognato troppo l’altra notte?” reinterpreti in chiave cinematografica-blues brani degli anni ’60, mentre in “La mia generazione” dai nuova veste a brani iconici della scena che hai vissuto, canzoni di amici, con all’interno duetti significativi e interessanti scambi di band.
Che significato hanno queste canzoni a livello emozionale per te e quali sono le dinamiche che ti portano a fare determinate scelte e scremature?
La maggior parte dei pezzi li scelgo per il testo.
Devo fare convivere, per mia gioia, sia la mia parte autoriale che quella dello chanteur.

Parto sempre dal testo, non voglio che suoni come un disco di cover, per questo la lavorazione di “La mia generazione” ha richiesto un anno e mezzo di lavoro.
La differenza tra una cover e una versione sta nel non scimmiottare l’originale, nel saper prendere l’essenza di una canzone, o meglio mantenere l’essenza ma farla tua.
Questo è il segreto: se sento le parole come se fossero scritte da me, se mi si appiccicano addosso, posso dargli un’interpretazione che sento mia, non devi essere l’interprete ma lo chanteur.

Massimo Cotto diceva che sono il più grande narratore che abbiamo, nessun altro è in grado di cantare Lou Reed, Patti Smith, Piero Ciampi e Joy Division facendoli sembrare pezzi suoi, questo per me è un grandissimo complimento.

I duetti hanno sempre avuto un ruolo importante nella tua musica, molti con artiste donne, tra le quali Patty Pravo, Cristina Donà, Carmen Consoli, Rachele Bastrenghi dei Baustelle. Che rapporto hai con il tuo lato più femminile, più sensibile ed introspettivo? Oggi è ancora difficile per le donne emergere nel mercato musicale?
In questo momento storico è più facile, rispetto a qualche decennio fa. C’è stata un’emancipazione da tutti i punti di vista.

È proprio la musica rock in sé che ha un approccio conservatore: anni fa era più difficile per le donne emergere, a causa di quel lato “machista “del rock. Ora che esistono altre realtà musicali, dal rap alla urban al cantoautorato, vedo molte più artiste donne rispetto agli anni Novanta.
C’è stata sì un’emancipazione, ma non proprio in tutto. Ad esempio non ancora sul lavoro e su altre delicate questioni; purtroppo siamo ancora, soprattutto in Italia, a un livello arcaico, ma nella musica qualcosa è migliorato.

Per noi, che arrivavamo dalla scena alternative, parlare d’amore, della quotidianità in maniera poetica non è stato immediato, inoltre non volevo farlo sembrare banale, rifuggivo le solite rime cuore-sole-amore.
Lo spartiacque è stato la scoperta di Luigi Tenco con “Angela”. Volevo raccontare l’amore, le varie sfaccettature di quel sentimento senza scadere, cercando di sfruttare ogni declinazione dell’argomento prendendolo come pretesto per raccontare anche le proprie insicurezze, la propria fragilità nel confronto con l’altro e penso ci sia venuto più naturale perché io, Alex e Cesare abbiamo una parte lunare molto sviluppata, nessuno di noi ha un approccio “machista”.

Quest’estate è esplosa la bolla concerti.
Prezzi troppo alti, problemi di location inadeguate, stadi con sold out (fittizi) di artisti pressoché emergenti o comunque senza gavetta alle spalle per sostenere artisticamente live di quel livello, insomma un sistema che sta implodendo e deve essere rivisto in toto, da artista qual’è la tua opinione?
Questa pratica non è poi così nuova, era già successo.
Il fatto è che, non tutti gli artisti da milioni di visualizzazioni, hanno poi milioni di paganti.
Ma il vero problema è che in questo momento storico non contano più nemmeno le case discografiche. Oggi i padroni della musica sono le grandi agenzie.

Come artista preferisco esibirmi in un teatro con 150 persone, è un’esperienza impagabile, non c’è stadio o piazza che tenga, una dimensione diretta con il pubblico, intima.
Da fruitore ed amante della musica invece mi rifiuto di partecipare a concerti che costano più di 40 euro: è una questione etica, soprattutto in un momento in cui la maggior parte della gente fatica anche a fare la spesa.

Credi che la deriva musicale cui assistiamo possa essere imputabile solo ai social media, ai talent show, a Spotify o derivi anche da una mancanza di cultura musicale ? Cultura, in primis assente nelle scuole, e poco o quasi niente valorizzata dalle istituzioni, dai Comuni.
E’ sicuramente dovuta a tutte queste situazioni.
C’è stato uno spartiacque tra la musica pre e post internet, ora tra pre e post social, il prossimo step sarà tra pre e post intelligenza artificiale.

Il problema vero è la troppa possibilità di fruizione.
Quando ero ragazzino ho sempre visto la musica come qualcosa di potenzialmente rivoluzionario, per cui mi documentavo leggendo libri, mi informavo acquistando magazine, avevi pochi soldi, 20-30 mila lire in tasca, andavi in un negozio di dischi, potevi permetterti un solo album, dovevi fare scelte e rinunce, quel disco te l’eri guadagnato e lo consumavi.
Con l’avvento di Napster, eMule si è potuto scaricare qualsiasi album, la musica è diventata gratuita ma non si è più data la giusta importanza ad album che avevano fatto la storia.
La gratuità li ha sminuiti, declassati, lo stesso concetto vale per le piattaforme di streaming.
Inoltre la musica ha cambiato funzione.
Per me era qualcosa che poteva cambiare il mondo, cambiare me stesso e anche la società, qualcosa di rivoluzionario da un punto di vista intrinseco, per i ragazzi di oggi è solo un’opportunità per ottenere subito soldi, per diventare un personaggio, per avere più like, interessa soltanto capire a quale personaggio del momento legarti per accalappiare più follower.

Chi fa ancora musica con vera passione è un eroe: è un atto politico di resistenza.

In questa forma di resistenza musicale c’è qualche artista o band che attira la tua attenzione, che segui con interesse in Italia e all’estero?
Ci sono vari artisti.
Nella scena urban trovo che Madame sia molto brava, Lucio Corsi ho voluto che suonasse nell’edizione 2020 de “La Mia Generazione Festival” di cui sono stato direttore artistico, è un’artista che mi piace parecchio.

Il premio De Andrè, è una fucina di nuovi talenti, lo scorso anno ha vinto un ragazzo molto giovane e talentuoso, Santoianni, con cui voglio lavorare in futuro. Mentre quest’anno Federico Baldi ha portato un’esibizione folgorante, un mix tra teatro, Gaber, qualcosa di più punk, ma con un’intensità pazzesca; anche Edel (progetto solista di Alberto Laruccia), mi ha convinto molto.

Per cui sì, ci sono nuove realtà promettenti, confesso però che ascolto molta meno musica di prima, complice il fatto che ho cambiato casa da poco, ho ancora nel box tutti i dischi e i CD e non ho ancora montato lo stereo. Mi piace ascoltarla in macchina, insomma cerco di rimanere aggiornato, in previsione di un’altra edizione di “ La Mia Generazione Festival”, che all’inizio era partito con l’idea di raccontare quella stagione irripetibile che sono stati gli anni Novanta, coinvolgendo anche i figli e i nipoti di chi ne è stato testimone, è importante quindi stare sempre un po’ sintonizzato, anche se spesso tante delle cose che sento mi fanno cadere i coglioni.

A conclusione di questa illuminante chiacchierata, ci puoi svelare qualcosa dei tuoi progetti futuri per il 2026?
Sto lavorando al mio progetto solista da molto tempo, per adesso posso solo dirvi che uscirà un singolo prima della fine dell’anno mentre l’uscita dell’album è prevista per i primi mesi del 2026.

È un disco completamente diverso da tutti quelli che ho fatto finora, la maggior parte degli amici e delle persone che l’hanno sentito, è concorde nel dire che sia il mio disco migliore, per cui non vedo l’ora che esca.
Subito dopo partirà il tour, con una formazione completamente nuova, ho voglia di cambiare un po’ di cose.

P.S.: Un ringraziamento speciale va all’amico, nonché collega, Stefano Quattri, per il supporto tecnico alla realizzazione dell’intervista che avete appena letto.