Non ricordo proprio come mi accorsi degli Hem o come “Rabbit Songs” entrò, in punta di piedi, nei miei ascolti. Io, invasato di metal, boyband e di britpop mi persi, nei primi anni 2000, nei meandri magici di un folk suggestivo ed emozionale, ricco di arrangiamenti preziosi e accoglienti.

Credo fu “Leave Me Here” la prima canzone che ascoltai degli Hem e fu innamoramento immediato, credo perchè mi ricordava qualcosa dei Goya Dress. Il loro campo da gioco è sicuramente il folk/Americana, non sono molto preciso, lo ammetto su queste distinzioni e su dove la bilancia possa maggiormente pendere, ma in questo album ho sempre sentito un profumo rurale, tradizionale se vogliamo, un cuore a stelle e strisce genuino e caldo, un quadro su terre lontane e sulle quali non mi ero mai soffermato con attenzione. Il taglio chamber pop è però innegabile e credo abbia contribuito a mantenere viva e forte quella scintilla nata dal primo brano ascoltato, una canzone piano/voce con un tocco di violino struggente.

Gli Hem, a mio avviso, hanno sempre fatto musica per il cuore, un suono caldo, gentile, pronto ad abbracciare l’ascoltatore, invitato con i toni gentili di un folk tradizionale che non disdegna però aperture country ma anche bluegrass, sempre con una cura certosina di arrangiamenti di archi o di fiati, che si sposano spesso magnificamente con il sapiente uso del piano. Il collante, quello che spicca e che lascia incantati è la voce di Sally Ellyson, magnifica sirena dal timbro dolcissimo e perfetto per far risaltare quella malinconia di fondo insita in questi brani, che spesso toccano temi tutt’altro che solari o leggeri.

Ci sono alcuni passaggi che lasciano ancora senza fiato, dopo tanti anni, perché frutto di livelli altissimi di ispirazione: penso alla fragile e incantevole “Sailor”, che dispega un mondo sonoro carezzevole e magico, arrangiato in modo superlativo, o a quella perla melodia che è “All That I’m Good For” con archi e pedal steel che disegnano trame melodiche invitanti. Poi vabbè c’è “Half Acre” che sembra arrivare direttamente dalla tradizione americana più profonda, con questo banjo che si muove sul tappeto dei violini e poi quello che credo sia un clarinetto a completare, per poi arrivare a quel passaggio con il glockenspiel…roba da restare senza fiato.

L’articolo è nato per invitare qualche nostro lettore che non conosce il disco a riscoprirlo, proprio ora che la band ha deciso di ripubblicarlo (è uscito il 29 novembre) in versione rimasterizzata, con la possibilità di acquistarlo finalmente in vinile con la dicitura “25th Anniversary Edition” (tappa obbligatoria su Bandcamp, notando che c’è anche una bonus track “St Charlene”, che sembra un po’ anticipare quei suoni più pieni e ancora più elaborati che si troveranno nel bellissimo “Eveningland”). L’invito è quello di non limitarsi a questa prima perla, ma di andare a (ri) prendere in mano tutta la discografia di una ban fin troppo sottovalutata, che ho continuato ad aprezzare e che ho avuto anche la fortuna di intervistare, scoprendo tanta gentilezza e disponibilità.

Speriamo veramente che questa ristampa sia l’antipasto di un album di nuova musica che, per noi fan di lunga data, manca da troppo tempo, per la precisione da 2013 con la pubblicazione di “Departure And Farewell”.

Intanto, beh, grazie per questo magnifico regalo…