
Passa dall’Arci Bellezza il collettivo americano Water from your eyes, fresco di pubblicazione dell’ennesimo album sulla lunga distanza a partire dal 2017, anno di nascita del progetto, “It’s a Beautiful place” è il settimo lavoro, di una carriera frenetica, praticamente una raccolta all’anno.
E come il precedente, il nuovo disco viene pubblicato, sempre per la storica e lungimirante Matador records, che ha regalato pietre miliari indie-rock americano.
Sicuramente un progetto che fa della “free form” un dogma, quasi imprescindibile, anche se, va detto, che l’ottimo secondo capitolo sotto la chioccia Matador appunto, assume dei connotati quasi pop, o comunque più vicini alla forma canzone, si ascolti per esempio la rotonda “Born 2″, che nel suo incipit rumoroso vicino a certi frammenti shoegaze si sviluppa quasi sotto la classica cadenza “Strofa / ritornello”, o ancora meglio rende l’idea la più scarna “Life Signs”, o la stessa “Nights in Armor”, Una virata di scelte meno sperimentali, mettiamola sotto questo punto di vista.
Aprono la serata, una band, che, francamente, non avevo mai sentito, si chiamano Silver Gore e sono il nuovo progetto di Ethan P. Flynn, già songwriter di suo, che insieme ad Ava Gore ha messo in piedi questo nuovo percorso, sono londinesi e sono gli ospiti di tutto il tour europeo, giusto un EP in cassaforte e una carriera, che è ancora, ovviamente, da scrivere.
Un set di circa quaranta minuti, che tocca tutti i brani disponibili al momento, indie-rock frizzante, giocoso, divertente. Non un live perfetto, ma che ha saputo rendere al meglio questo EP di debutto, sicuramente un collettivo di cui seguire le evoluzioni.
Ore 22 precise è tempo di Water from your eyes, lo dico subito: un signor concerto, anche oltre le aspettative, innata verve di comunicazione sonora, una buona dose di sfrontatezza, il giusto piglio e perché no? Delle belle canzoni. Nulla di originale direbbe qualcuno, potrebbe anche essere un’opzione condivisibile, ma ormai, visto il momento storico, di non così troppo valore.
Un’ora di concerto che fila via in scioltezza tra muri di chitarre, drumming asfissiante e la voce indolente di Rachel Brown, che ruba la scena con questo suo modo di fare totalmente naif, repertorio che ruota attorno all’ultimo disco, che, senza sbilanciarsi troppo, potrebbe anche diventare un piccolo classico di genere, per come si possa rileggere al meglio un sound di decedi passate.
Tanti ingredienti e tanti tasselli al posto giusto per una delle rivelazioni dell’anno.













