Credit: Bageensky, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Di Eusebia Parrotto

All’inizio la scena è tutta per Warren Ellis: si presenta sul palco con scarpe a punta probabilmente Gucci e un impeccabile completo marrone di sartoria, decisamente troppo stretto per contenere il maglionaccio Lidl con gialli e azzurri sgargianti che indossa sotto la giacca. Lancia un paio di urla luciferine, tocca il violino con l’archetto e capisci già che sta per cominciare una specie di pandemonio selvaggio e soave che non sai dove ti porterà.

Si libera presto della giacca e del maglione e sotto indossa una T-shirt nera con una scritta luccicante, ELVIS, allarga le braccia in mezzo al palco e sembra un demonio ghignante che non sai se vuole ammazzarti o abbracciarti; parte Jim White con la batteria, arriva Mick Turner alla chitarra, i tre si guardano e tutto comincia.

All’inizio l’archetto del violino un po’ suona, un po’ viene lanciato in giro e il violino diventa una specie di chitarra elettrica, che Ellis alterna alle tastiere. È lui che dirige le danze, gli altri due suonano quasi mai staccando lo sguardo da lui: l’imprevedibilità e il caos sembrano la regola e sono pronti ad affrontarla magistralmente.

Credit: Eusebia Parrotto

Ellis parla molto, e in francese inframmezzato da molti “fucking”: racconta aneddoti, il pubblico ride, io che non so il francese capisco poco, ed è l’unico limite e frustrazione che mi ha dato questo concerto.

A un concerto dei Dirty Three non si arriva con la setlist in testa sperando che facciano questo o quel pezzo: sì, ogni tanto Ellis ha annunciato qualche titolo: “Everything’s Fucked” o “I Offered It Up to the Stars & The Night Sky” ma quello che succede è una sublime, divina, ossessiva improvvisazione: un’energia che si sprigiona dagli strumenti e dalla stessa personalità di Warren Ellis che suona quasi sempre volgendo le spalle al pubblico, si muove e parla tanto, scatarra e lancia sputi al lato del palco mentre suona e dice cose soavi, salta sugli ampli-spie, si stende sul palco e arrivi a vedere solo la punta delle scarpe e il violino che suona ossessivo, sublime, sfacciato come lui.

Tuttavia un’armonia strana pervade tutto il concerto: Jim White accarezza e pesta a sangue ritmi dispari e forsennati muovendo le braccia con la calma e la grazia di una danzatrice classica, Mick Turner un po’ defilato, quasi sempre fermo e concentrato, sguardo che non perde di vista Warren mentre costruisce il suono denso, palpabile che tiene insieme tutto quello che succede sul palco.

Solitamente ai concerti il pubblico canta i pezzi che vengono suonati, che conosce bene. Warren Ellis no, ti fa cantare quello che vuole lui. Già l’avevo visto a Venezia lo scorso aprile, lui da solo con il violino in mezzo al cortile interno di Palazzo Grassi che a un certo punto molla il violino e si mette a dirigere qualche centinaio di persone che affacciate ai piani del cortile interno assistono al concerto, in un coro a bocca chiusa che riprende la melodia appena suonata e la trascina, la innalza, la sprofonda: persone che erano lì ad assistere e il concerto lo fanno loro, lo improvvisano, una cosa commovente.

Credti: Eusebia Parrotto

Ecco, a Parigi a un certo punto del concerto, dopo un quarto d’ora in cui abbiamo assistito a una specie di ordalia, un sabba in cui Warren Ellis sembrava poter guidare con il suo violino l’intero universo visibile e invisibile, la musica comincia a rallentare, diventa una litania, come un lamento atavico. Warren si avvicina al limite del palco, si inginocchia e depone il suo violino nelle mani di una persona a caso; qualcun altro lì vicino si offre di prenderlo, lui dice no, brusco, lo vuole dare proprio a quella persona lì, la scena vista da lontano appare lenta e bizzarra, il pubblico ridacchia. Il tutto avviene con lo sfondo sonoro lento, ripetitivo fino all’ossessione, di chitarra e batteria. Poi lui fa un salto da diavolaccio e torna in mezzo al palco, scatarra e lancia lo sputo sempre nello stesso punto, alla sua destra, allarga le braccia e comincia a guidare la folla in un coro all’inizio un po’ sghembo e stonato, ma basta un cenno della mano in una direzione, uno sguardo e all’improvviso ci ritroviamo a cantare tutti sottovoce in perfetta armonia: è un coro dolce, cupo e dolente insieme, è un’esperienza che non è ancora mistica ma lo diventa presto. Mistica e poeticissima, quando a un certo punto, dentro una melodia corale perfetta, accompagnata da quell’ondeggiare di voci, emerge un’invocazione: “Let’s wake up Shane MacGowan!“, e si sono alzate in un lento coro le nostre voci; una strofa e poi “Let’s wake up Ozzy Osborne!“, ancora strofa di coro in perfetta armonia, e poi “Let’s wake up Jane Birkin!”, coro, e poi: “Let’s wake up Marianne Faithfull“, coro, e poi abbiamo svegliato anche Sinead o’Connor e Steve Albini. Era una preghiera collettiva, laica e profondissima, un rito intenso che aveva una sua intima sacralità. Li abbiamo risvegliati tutti e tutti erano con noi, in quel momento sublime in cui tutto esisteva nello stesso istante: visibile e invisibile, tempo fermo, cuori pulsanti, energie creative viventi e vissute.

Tutto il caos, tutta la bellezza, tutto l’amore e tutte le energie migliori connesse in quello che per me è stato di gran lunga il concerto e l’esperienza musicale più intensa degli ultimi anni.