C’è un che di ancestrale, puro e genuino nell’arte della cantautrice veneta Erica Boschiero, che con il recente “Un posto sulla terra” – sempre con il marchio di qualità della Squilibri Editore – certifica la sua poetica affrontando sia temi intimi che sociali, sulle orme del precedente “Respira”, che già ci aveva colpito tantissimo.

Questo nuovo album, se vogliamo, amplifica quelle sensazioni, perché tenendo sempre ravvicinato (oltre che necessario) il contatto con la natura e l’ambiente riesce appunto anche a parlare del mondo di oggi, suggerendo però, nemmeno troppo velatamente, come in fondo dipenda dall’uomo la possibilità di riappropriarsi di una dimensione più legata alla terra.
Sono nove canzoni tutte significative, quelle messe in fila in questo progetto, che va a segnare un punto di svolta per la Boschiero, perché potrebbe sancirne lo status di capofila all’interno della nuova canzone d’autore italiana.
I testi difatti rivestono un ruolo importante, oserei dire fondamentale: sono semplici, forse più diretti che in passato, ma assai evocativi.
Stanno bene in piedi anche da soli, si possono leggere nello stupendo libretto (come sempre l’etichetta discografica valorizza pure l’aspetto grafico dei propri lavori in catalogo e nel caso specifico la menzione d’onore va al pittore Peter Sis che ha donato le sue immagini per la copertina e gli interni), ma indubbiamente accompagnati dalle dolci note della Nostra assumono una valenza differente e arrivano ancora più forte al cuore.
Prodotto da Stefano Cenci, con i preziosi arrangiamenti di Tony Pujia, “Un posto sulla terra” presenta soluzioni musicali eleganti, raffinate, pur nel rispetto di un’attitudine “bucolica”, folk, dell’autrice che libera i pensieri e le angosce nella straordinaria title track posta in apertura.
Un brano che sembra indicare come per ognuno di noi ci sia un luogo dell’anima pronto ad accoglierci, dove ci sentiremo noi stessi, accettati ma anche riconosciuti, fermo restando che si debba imparare a far fronte alle varie difficoltà mantenendo la rotta, forti proprio di ciò che abbiamo e sentiamo dentro.
La successiva “Di ambra le ferite” è tratteggiata da versi ispirati, mentre “Il futuro”, adagiata su un tessuto sonoro vivace, ha una connotazione narrativa efficace, un po’ come “Fragile non è debole”, che si apre in un arioso ritornello.
Dicevamo però di un rapporto con la natura che rimane punto cardine della sua esperienza, in primis di vita, visto il suo impegno in campagne e associazioni, e che inevitabilmente continua a fungere da guida anche in questa nuova raccolta di canzoni.
Ecco quindi episodi come “Gli alberi hanno grandi orecchie”, “Le stelle sono inquiete”, la metaforica “Non siamo isole” (il singolo ideale dell’album, anche per presa sonora) e la conclusiva “E torneranno i prati”, che chiude il cerchio auspicando, o meglio evocando, un ritorno a quella dimensione più terrena cui dicevamo all’inizio.
Erica Boschiero in chiusura di 2025 ci regala un lavoro solido e profondo, il cui ascolto risulta catartico, facendoci sentire bene.











