Il chitarrista Thomas Raggi approfitta dello stop a tempo indeterminato dei suoi Måneskin, già fermi ai box dopo il fulminante (e fugace?) successo planetario che li aveva momentaneamente elevati allo status di next big thing del rock internazionale, per pubblicare il suo esordio solista, “Masquerade”. Un album brevissimo – otto tracce per poco meno di mezz’ora – che si discosta nettamente da quello, uscito qualche mese fa, del compagno di band Damiano David, più orientato al pop, per restare invece ancorato alle radici rock del gruppo d’origine. Se per qualche motivo apprezzate i Måneskin, qui troverete pane per i vostri denti: energia, ritornelli facili e una valanga di chitarre elettriche.

La sei corde di Raggi è costantemente in primo piano, pronta a “ruggire” con riff e assoli – un pregio, considerando quanto poco spazio abbiano ormai le parti soliste nel rock mainstream. La produzione, affidata al leggendario Tom Morello (chitarrista di Rage Against The Machine e Audioslave), punta a un hard rock muscolare ma radiofonico, figlio di una stagione che ancora andava forte fino a una ventina d’anni fa, sospesa tra la sfrontatezza dei primi Guns N’ Roses e le frustate funk dei Red Hot Chili Peppers.
Il problema del lavoro, però, non sta solo nel fatto che i riferimenti di Raggi sono tutti legati a un’epoca ormai più che esaurita; è la totale assenza di una visione per il futuro del genere a renderne particolarmente deprimente l’ascolto. “Masquerade” non sembra un vero album, ma il divertissement di un giovane talentuoso che non punta a conquistare i coetanei, bensì a strizzare l’occhio a un pubblico più maturo, forse maggiormente attratto dall’imponente lista di “vecchi” ospiti: oltre al già citato Morello troviamo i batteristi Chad Smith e Matt Sorum, Luke Spiller degli Struts, Nic Cester dei Jet, Sergio Pizzorno dei Kasabian, Alex Kapranos dei Franz Ferdinand e Maxim dei Prodigy. Tutti nomi pesantissimi ma, inutile pure sottolinearlo, figli di un’altra stagione del rock. Ed è proprio per questo che “Masquerade” finisce per suonare come un disco già superato, stanco e poco ispirato.
La musica di Raggi è un prodotto ultra-lavorato costruito per soddisfare i palati degli ascoltatori di Virgin Radio o Radiofreccia, spesso bombardati da un hard rock “confezionato” che è più fumo che arrosto. Dietro la facciata aggressiva dell’album si nasconde una struttura fragile, poggiata su tendenze ormai logore.
Immaginate un polpettone di sonorità primi anni Duemila, con richiami più o meno evidenti ad Audioslave, White Stripes e Queens of the Stone Age. Aggiungeteci quintali di approssimazione e pigrizia creativa ed ecco a voi “Masquerade”: un disco superfluo e innocuo, utile soprattutto a farci sentire per la prima volta (credo) la voce di Thomas Raggi che, in qualche brano, si cimenta anche come cantante. Paradossalmente, ne esce meglio lui dei suoi illustri ospiti.
Il pezzo “Getcha!”, scritta assieme a Beck e con Nic Cester dei Jet alla voce, parte come “Good Times Bad Times” dei Led Zeppelin ma si sviluppa in un guazzabuglio rap rock che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Ancora peggio vanno “Cat Got Your Tongue”, con un Sergio Pizzorno più irritante che mai (anche se riff e assolo si salvano), la fiacca ma pompatissima “Fallaway” con Maxim – lontana anni luce dall’energia dei suoi Prodigy – e l’ennesima, inascoltabile cover di “You Spin Me Round (Like a Record)” dei Dead or Alive, ridotta a una parodia spenta dei Franz Ferdinand. A rendere il tutto ancora più amaro c’è proprio la partecipazione del frontman della band scozzese, Alex Kapranos, che sembra interpretare il brano con un entusiasmo prossimo allo zero.
Mentre ascoltavo l’album ho chiuso per un attimo gli occhi e nella mente mi sono apparsi DJ Ringo che fa il gesto delle corna e Paola Maugeri che dice ruoock con la sua affettatissima pronuncia inglese. Ecco, credo basti questo per rendere l’idea del fastidio che provo davanti a operazioni di questo tipo.
Thomas Raggi è ancora molto giovane: se vuole avere un futuro nel rock e conquistare il pubblico della sua generazione credo dovrebbe cercare una chiave più moderna, genuina e autentica al linguaggio. “Masquerade” è poco più di una sagra degli stereotipi che lascia davvero il tempo che trova.













