Quasi me la perdevo, una delle migliori serie dell’anno.
Solida, asciutta, minimalista, “Task” verso il finale sa metterti comunque a soqquadro, con due o tre ultimi episodi che ti trattano il cuore come un battiscopa.
Creata dalla stessa penna di “Mare Of Easttown”, quella di Brad Ingelsby, non è una “serie di storia”, certo ne ha una, anche piuttosto definita e canonica.

Piuttosto è una serie di personaggi. Che entrano in scena in punta di piedi, ma poi esplodono in tutta la loro profondità. C’è ovviamente l’agente FBI ex prete cattolico Brandis, un protagonista così stratificato e complesso che al pensare che di Ruffalo la gente ricorderà più che altro l’Hulk ti si gonfiano le vene del collo. C’è però anche il faccione dolce e barbuto di Tom Pelphrey, che dà vita al commovente Robbie, un criminale suo malgrado, un po’ per vendetta un po’ perchè è uno di quelli che la legge di Murphy la avvalorano ad ogni passo che prendono. E poi c’è il resto del coro, i membri della task force più sgangherata di sempre, una gang di bikers che fa davvero paura, etc etc.
Uno questi meravigliosi comprimari, l’Anthony Grasso di Fabien Frankel (segnatevi questo nome), mi ha persino ricordato, per tortuosità e dolore, il più grande personaggio drammatico di una serie Tv mai scritto e interpretato, Christopher Moltisanti.
Per i dettagli e il corpo da grande romanzo americano, “Task” sembra tratta da un libro, anzi sembra proprio un libro. I sobborghi operai di Philadelphia sono uno scenario fotografato e usato incredibilmente. Duro e sconsolato come le villette a schiera popolate dai suoi personaggi più disperati, carico però di segreti meravigliosi, come i bellissimi laghi in cui tuffarsi nascosti dietro ogni curva di bosco.
Geografia che diventa specchio dell’anima di un popolo.













