
I dati della FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana – restituiscono un’immagine piuttosto nitida dell’ascolto musicale nel nostro Paese. In cima alla classifica degli album di fine anno troviamo Olly, Sfera Ebbasta & Shiva e Geolier. Per carità, de gustibus non est disputandum: il gusto non si discute. Ma i numeri, quando sono così schiaccianti, raccontano, comunque, una storia. E la storia è quella di un dominio quasi incontrastato di artisti disimpegnati, di melodie radiofoniche, di canzoni concepite per un consumo rapido, istantaneo, facilmente sostituibile.
Se la musica ha anche la funzione – legittima – di distrarre dai problemi quotidiani, allora questi brani svolgono il loro compito con efficienza: non chiedono attenzione, non sollecitano domande, non pretendono un coinvolgimento profondo. Offrono ritornelli da canticchiare, frasi da condividere, emozioni preconfezionate, usa e getta. La classifica degli album più ascoltati, quella dei singoli, ma anche quella dei supporti fisici più venduti finiscono per dire, tutte, la stessa cosa: testi semplici, spesso banali, concentrati sul piccolo cabotaggio emotivo, sui problemi di cuore ridotti a slogan, su pseudo-mantra motivazionali, su rivincite individuali che non mettono mai, davvero, in discussione nulla.
Il tutto è accompagnato da un immaginario visivo coerente: videoclip patinati, narrativi, rassicuranti, capaci di esaltare il messaggio generalista e di suggerire – senza mai imporli apertamente – modelli di comportamento, stili di vita, mode ed aspirazioni profondamente omologate. Una colonna sonora perfetta per un presente che preferisce non guardarsi troppo allo specchio.
E poi?
E poi c’è un mondo, là fuori. Un mondo complesso, contraddittorio, bellicoso, ostile, spesso scomodo, che viene ignorato o, nel migliore dei casi, adattato al riflesso deformante del nostro orizzonte nazional-popolare. È lo stesso meccanismo che vediamo all’opera nella politica, nella classe dirigente, nelle università, nel cinema italiano: ambiti diversi che, però, sembrano tutti trascinarsi stancamente, senza visione, senza alcuna prospettiva futura, copiando frammenti di ciò che arriva dall’estero, ma, soprattutto, intenti a difendere con le unghie rendite di posizione ed interessi personali o di casta.
Un miscuglio di ignoranza, di ipocrisia e di tracotanza che richiama figure letterarie fin troppo familiari. C’è il Dottor Azzeccagarbugli di Alessandro Manzoni, simbolo di un potere verboso e opportunista; c’è Tancredi Falconeri di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, emblema lucidissimo dell’adattamento come strategia, dell’arte di cambiare tutto affinché nulla cambi davvero; c’è Zeno Cosini di Italo Svevo, emblema di un’inerzia che si giustifica da sola, che trasforma il vizio in destino e l’inazione in sistema. Personaggi diversissimi, certo, ma uniti dal rappresentare, con lucidità, quel germe atavico che attraversa la nostra storia: la capacità tutta italiana di adattarsi, di galleggiare, di sopravvivere senza mai cambiare davvero.
Così il Paese resta, in ogni epoca, insieme giardino e miseria: popolato da lacchè, da parassiti, da opportunisti pronti a spostarsi a seconda del vento, di chi comanda, di chi urla più forte. E le persone comuni, il più delle volte, si adeguano. Si accontentano. Si adattano come meglio possono. Seguono il solco già tracciato, scelgono la strada più semplice, il voto più utile, il film più sciocco, la musica più facile. Quella che ritroviamo, puntuale, negli elenchi della FIMI.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: forse, allora, siamo noi gli estranei? Noi che ascoltiamo, che leggiamo, che discutiamo, che scriviamo e che raccontiamo artisti come Daniela Pes, Iosonouncane, Teho Teardo, Andrea Laszlo De Simone, Gaia Banfi, e tanti altri che, probabilmente, nei palazzi della federazione industria musicale italiana, non sanno nemmeno di dover conoscere?
Forse sì. Forse è proprio così.
Ma essere estranei, oggi, significa anche non accettare la musica come un semplice sottofondo, non rinunciare alla complessità, non smettere di cercare. E, in fondo, è proprio da qui che passano ancora le cose che contano davvero.







