A novembre, via The State51 Conspiracy, gli Hotel Lux, che avevamo visto a settembre 2023 al Covo Club di Bologna, hanno pubblicato questo loro sophomore, che arriva dopo quasi tre anni dal loro debutto full-length, “Another One Gone”.

Dopo essere stata a lungo in tour a supporto del suo LP d’esordio, con cui aveva guadagnato parecchi riscontri prestigiosi dalla critica, la formazione originaria di Portsmouth pensava di scrivere anche il suo nuovo lavoro nella stessa maniera con cui aveva preparato il precedente, ma si è poi accorta di quanto fosse necessario trovare nuove strade: nel processo i componenti del gruppo inglese hanno capito che era importante contare su tutti e per questo il risulto della collaborazione ha portato a un ulteriore sviluppo sonoro.
A causa della mancanza di fondi “The Bitter Cup” è stato scritto a Peckham all’interno di un bar gestito dal multi-strumentalista Dillon Home, che è entrato a far parte della band dopo che il bassista originale aveva lasciato: registrato ai Big Jelly Studios di Ramsgate in appena quattro giorni, questo sophomore è stato prodotto dagli stessi Hotel Lux.
Iniziamo la nostra analisi proprio da “The Bitter Cup”, la canzone che dà il nome a questo disco: si tratta in realtà di una cover di Billy Childish che vuole senza dubbio omaggiare una loro influenza. C’è un certo senso di urgenza e di aggressività con toni cupi e sporchi, quasi blues, con quel saltellante binomio chitarra-batteria che va a sfociare in un coro ricco di strati vocali che la rende ancora più pesante ed eccitante allo stesso tempo.
In “Joy” inizialmente i vocals del frontman Lewis Duffin ci ricordano Damon Albarn in “Parklife”, ma poi il coro diventa assolutamente catchy supportato da un ottima prestazione della sezione ritmica e da un irresistibile organo.
Si rallenta subito dopo con la bellissima “Hand Of Mine”, dove a vincere è l’emotività della voce di Duffin, che non nasconde comunque i supi colori dolci-amari.
La pausa finisce subito dopo con il singolo “Constermonger”, che cresce in potenza e intensità grazie soprattutto a un drumming continuo e pesante.
Ancora un passo avanti e i toni cambiano di nuovo con “Song For John Healy”, un ex pugile di origini irlandesi, che ha poi sofferto di problemi con l’alcol ed è finito in prigione, dove ha imparato a giocare a scacchi, diventando un campione e vincendo tornei: l’atmosfera, dai toni cinematografici, si fa davvero cupa, mentre un velo psichedelico si intravede in mezzo alla malinconia del pezzo.
Non possiamo che fare i nostri complimenti agli Hotel Lux che, non solo hanno realizzato un album variegato e solido, ma hanno anche avuto il coraggio di andare fuori dalla propria comfort zone, riuscendo a crescere, ad allargare i loro orizzonti e a lasciare un segno importante.













