
Mi arrampico sui Quartieri Spagnoli accompagnata da un accenno di pioggia. Sala Assoli pullula già di facce conosciute nonostante manchi un po’ all’inizio del concerto; sicuramente hanno deciso tutti di anticiparsi nella speranza di accaparrarsi una buona visuale. Ne approfitto quindi per fare due chiacchiere appoggiata al muro, in attesa dell’apertura della sala.
Una volta dentro, il palco ci accoglie avvolto in una penombra sottile, combattuta solo da una luce arancione posizionata di fianco alla postazione riservata all’artista. David Grubbs appare con passo deciso e prende posto. Uno dietro l’altro infila molteplici brani strumentali e roventi, facendo volare “Whistle from Above”, “The Snake On Its Tail”, “Poem Arrives Distorted”, “Queen’s Side Eye” e spingendo fino alle capriole noise di “Synchro Fade Pluck Stutter Slip” (“Whistle from Above”, 2025). A tratti chiudo gli occhi, un po’ per concentrarmi sull’ascolto e un po’ per avvolgermi in quell’atmosfera sperimentalmente sedativa, fingendo di aspettare l’evocativo dormiveglia nel fondo della notte.
I toni e i paesaggi sonori cambiano decisamente con “The Season Reverse” (“Camoufleur”, 1998), quando Grubbs rispolvera gli anni ’90 coi suoi Gastr del Sol e vira in un cantato scarno. Alla fine dell’esecuzione, accolta con calore dal pubblico, il musicista fa spallucce e dice più a sé stesso che ai presenti in sala “Ok, maybe I’ll sing some more”. Incalza quindi con “Learned Astronome” (“Prismrose”, 2016), “Wave Generators” e “Knight Errant” (“A Guess At The Riddle”, 2004), esclamando alla fine dell’esecuzione tra una risatina ed un’altra: “Maybe after the pandemic I forgot to sing”. Con l’ultimo brano “Cool Side of the Pillow” (“Dust & Mirrors”, 2014) il musicista conferma “I’m retired from singing, I do just instrumental now” e chiude la parabola cantautoriale della serata.
Il live, organizzato da Wakeupanddream, finisce con un bis strumentale che Grubbs annuncia mite: “I’ll give you a gentle one”. L’esecuzione di “How To Hear What’s Less Than Meets The Ear” (“Prismrose”, 2016) ci sospende nella sua essenzialità, un invito alla chiusura quasi confidenziale ed un accompagnamento pacato verso il resto della serata domenicale che ci aspetta. Mi allontano quindi dalla sala consapevole di aver assistito ad un’esibizione intima e complessa, ancorata principalmente alla chitarra del musicista ed ai toni portanti di “Whistle from Above” (2025). Ci vogliono un paio di birre ed un bel po’ di chiacchiere e pause meditative per farmi digerire il live.
Rare sono le occasioni in cui esco da un concerto con la necessità viscerale di dovermi prendere del tempo per elaborare l’esibizione e questa è stata di sicuro una di quelle. Grazie David, è stato bello rimurginare sul tuo live e non sul mondo che sta andando in fiamme, almeno per una sera. Se solo tutti i weekend potessero finire così…













