
I bassi segnano l’avvento dell’angelo della liberazione.
Non un angelo consolatorio, ma una presenza tellurica, magmatica e ferrigna, che annuncia un’apocalisse sensoriale assolutamente necessaria. Un collasso benefico. Il suono degli Zu, ieri sera, non si limita a riempire il tempo e lo spazio: li lacera, li ridefinisce, li costringe a dire la verità. È il suono che spezza – finalmente – le catene, socialmente accettabili e convenienti, che ci impediscono di essere noi stessi, di abitare fino in fondo una umanità che, invece, sempre più spesso, sentiamo l’obbligo e la necessità di dover controllare, addomesticare e mascherare.
Viviamo convinti che il mondo ci conceda amore e legittimità solamente a patto di apparire, di pensare, di scegliere, di agire e di desiderare in un certo modo. Ma il live degli Zu ribalta l’inganno: non è il mondo a imporci questa tragica gabbia, sono le nostre percezioni distorte della realtà, spesso indotte, drogate e viziate. Percezioni che, in una sera fredda, all’inizio di un anno che sembra già nato sotto cattivi presagi, il sassofono, il basso e la batteria della band italiana frantumano senza pietà.
Il trio agisce come una forza elementare. Il sax diventa lama e lamento cosmico, il basso un monolite in caduta libera, la batteria un rituale tribale che non concede alcuna tregua. Le tracce di “Ferrum Sidereum” risuonano come materia stellare compressa, ferro venuto dallo spazio, memoria galattica che si schianta contro la carne del mondo. C’è qualcosa di siderale e insieme di profondamente umano in questo suono: una gravità che attrae, che schiaccia, ma che non annienta.
Trasforma.
Metal, sperimentazione, noise, rock industriale e visioni spaziali si fondono nell’atmosfera oscura e magnetica del Lizard Club, che diventa un tempio profanodell’imprevedibilità, del momentaneo e del vissuto. Qui il suono non è decorazione sfarzosa ed appariscente, ma esperienza fisica, sudata, vivida, reale. È energia che riesce a colmare – almeno per la durata del concerto – quel vuoto che tutti ci portiamo addosso come un fardello silenzioso: la paura di non farcela, di non essere abbastanza, di non soddisfare aspettative che non abbiamo mai scelto. È il frutto avvelenato di una società che promette orizzonti infiniti e poi ci abbandona davanti ad un deserto arido, dove traguardi ed obiettivi si rivelano per ciò che sono sempre stati: miraggi, sovrastrutture inutili, stratificazioni di senso imposte da altri. La forza dirompente del live degli Zu abbatte tutto questo senza offrire soluzioni facili, ma rimescolando domande e risposte, cadute e riscosse, bianchi e neri, costringendoci a guardare il caos senza filtri.
Gli Zu urlano parole che non hanno bisogno di essere pronunciate. Parole che vibrano direttamente nella nostra intimità, nei pensieri che evitiamo, nelle solitudini cattive, irascibili, egoistiche che fingiamo di non conoscere. “Ferrum Sidereum” non è solo un album, ma è una dichiarazione di peso, di densità, di collisione tra l’umano e il cosmico. Dal vivo, quella collisione diventa corpo, sudore, fuoco, rumore necessario. E quando il suono si spegne, non resta il silenzio. Resta una crepa. Ed è da lì che, forse, può ancora passare qualcosa di drammaticamente vero.












