È davvero giunta la fine per i Megadeth? A quanto pare sì. Al termine del lungo tour di supporto alla diciassettesima fatica in studio, infatti, Dave Mustaine dovrebbe chiudere definitivamente i conti con la sua creatura. Il condizionale, però, resta d’obbligo: non è la prima volta che la band statunitense – da anni, di fatto, una one man band con membri intercambiabili – annuncia il ritiro dalle scene. Un primo scioglimento risale infatti all’inizio del nuovo millennio, dopo l’uscita di “The World Needs A Hero” nel 2001, ma durò appena un paio d’anni.

Dal ritorno in pista nel 2004 con il sottovalutato “The System Has Failed”, i Megadeth hanno comunque saputo regalare lavori degni di nota. Su tutti spiccano i più recenti “Dystopia” (2016) e “The Sick, The Dying… And The Dead!” (2022), album capaci di rilanciare la band con rinnovata energia. Purtroppo, questo nuovo disco eponimo, pur non essendo un fiasco, non riesce a confermare il trend positivo. Il fatto stesso di presentarsi come canto del cigno di una formazione storica dal sound inconfondibile finisce per rappresentare un limite più che uno stimolo.

Mustaine sceglie di giocare sul sicuro, confezionando dieci brani fedeli ai classici marchi di fabbrica Megadeth, con una particolare attenzione per il lato più melodico e cadenzato che aveva caratterizzato la band negli anni ’90. L’unica vera sorpresa è affidata alla bonus track: una cover di “Ride The Lightning”, non troppo distante dall’originale dei Metallica, brano che lo stesso Mustaine contribuì a scrivere prima della traumatica espulsione dalla band per mano di James Hetfield e Lars Ulrich.

Le uscite più recenti avevano colpito per una certa voglia di rinnovamento, per il tentativo di non fossilizzarsi sulle dinamiche metal più canoniche e di rielaborare, in chiave moderna, elementi sonori affinati in decenni di carriera. Qui, invece, sembra quasi che Dave Mustaine preferisca rientrare nei ranghi, dando forma a un album che restituisce un’immagine fedele della natura dei Megadeth ma fatica a lasciare il segno, con pochi riff realmente memorabili nonostante la consueta perizia tecnica.

Il finlandese Teemu Mäntysaari non fa rimpiangere il pur talentuosissimo Kiko Loureiro, sfoderando assoli articolati, di grande impatto, e regalando ottimi duelli alla sei corde con Mustaine, come dimostra l’esplicita “Let There Be Shred”. Tra i numerosi (forse troppi) midtempo che popolano la scaletta, emergono “Hey, God?!” e “Puppet Parade”. Sul versante più marcatamente thrash, invece, spicca la fulminante “Made To Kill”, che al confronto con la mediocre “I Don’t Care” suona come una vera boccata d’aria fresca.

Ma si tratta, appunto, di un lampo isolato. L’ultimo capitolo a nome Megadeth appare come una celebrazione del già sentito: un gradevole omaggio al proprio glorioso passato più che un coraggioso ed emozionante addio. Un epilogo che, tuttavia, non può che suscitare gratitudine verso un eroe del metal come Dave Mustaine, che sul finale della conclusiva “The Last Note” si congeda con versi tanto semplici quanto lapidari: I came, I ruled, now I disappear. Lacrime e applausi.