Nascondersi. Non mostrare i propri sentimenti. Rifiutare di esporre quelle fratture interiori che verrebbero immediatamente archiviate come debolezze, come difetti non compatibili con l’idea di mascolinità imposta. “Boys Don’t Cry” nasce, esattamente, da questa condizione emotiva: un’educazione sentimentale fondata sulla rimozione, sulla vergogna, sul silenzio. Un addestramento alla paura di sé stessi prima ancora che allo sguardo altrui. Nel 1979 era una questione che riguardava soprattutto i ragazzi, intrappolati in una società inglese ancora rigidamente classista, bigotta, meschina ed incapace di accettare la fragilità come valore umano. Piangere, ammettere il dolore o esporsi emotivamente significava anche esporsi al giudizio, alla derisione, all’esclusione. Era una repressione sociale diretta, spesso brutale, ma almeno riconoscibile nei suoi confini.

Oggi, a distanza di decenni, alcune di quelle fragilità sono state, finalmente, legittimate: si riconosce – almeno a parole – che la vulnerabilità non è un difetto, ma una condizione universale degli esseri umani. Che uomini e donne condividono lo stesso spettro emotivo. Eppure, mentre una parte del discorso pubblico celebra questa apparente apertura, un’altra, più subdola, ipocrita e pervasiva, continua ad esercitare una forma di controllo ancora più sofisticata e violenta.

Non è più una questione di ragazzi. È una questione che attraversa l’intera società. Una frattura che divide le persone in “buone” e “cattive”, in “giuste” e “sbagliate”, in “conformi” e “devianti”, lasciando a pochi prepotenti e arroganti censori – forti del loro potere politico, economico e mediatico – il diritto di stabilire colpe e assoluzioni, peccati e redenzioni. Un tribunale permanente e senza appello, che non cerca comprensione, ma solamente obbedienza. Se la società di fine anni Settanta obbligava al silenzio attraverso la vergogna, quella contemporanea utilizza strumenti virtuali per condannare e distruggere le vite di chi non si piega. Non più il sussurro soffocato, ma l’esposizione totale. Non più l’imbarazzo privato, ma la gogna pubblica. Un sistema che punisce chi rifiuta di mescolarsi al flusso omologante di dati, di scelte, di comportamenti e di atteggiamenti decisi altrove.

Gli algoritmi non sono neutrali: sono costruiti per garantire ritorni economici, surplus di potere, impunità. Sono il braccio invisibile di un patto demoniaco tra piattaforme tecnologiche, potere politico sovranazionale e lobby abiette – quelle delle armi, dei farmaci, dei media – che manipolano, costantemente, la percezione dei fatti, degli eventi, della realtà stessa. Un meccanismo che sfrutta ogni nostro sorriso e ogni nostra lacrima, decidendo quando mostrarle, quando amplificarle, quando cancellarle.

È un gioco a perdere. Più grave e pericoloso di quello degli anni Ottanta. Perché oggi non esiste più un equilibrio, né un confine morale riconoscibile. Nessuna ideologia, nessun principio etico sembra in grado di arginare questo potere di giudizio e di coercizione. Viviamo in un mondo di ombre e di eccessi, dove tutto è consentito purché sia funzionale al controllo. In questo scenario, “Boys Don’t Try (86 Mix)” suona come un fantasma che ritorna. La band continua a promettere amore e redenzione, mentre il mondo che la circonda ha, da tempo, cancellato ogni forma di pietà, di comprensione, di accettazione. Un mondo che pretende sempre di avere ragione, che esclude, che cancella simbolicamente – e sempre più spesso anche fisicamente – chi non si conforma, chi non si arrende, chi non si schiera.

Basta guardare all’America di oggi. A una città come Minneapolis, stretta nella morsa di criminali di Stato che non sono anomalie, ma l’espressione coerente di un sistema di governo e di una società che non vuole perdonare, non vuole capire, non vuole conoscere altra verità se non quella che ha deciso di sfruttare. Una verità costruita, armata, imposta. Una verità che uccide e poi si auto-assolve. In questo senso, la canzone dei Cure non appartiene più al passato. È una diagnosi che continua a sanguinare. Non parla solo di ragazzi che non possono piangere, ma di esseri umani a cui viene negato il diritto di esistere fuori dai confini stabiliti. E mentre la musica scorre, dolente e luminosa, resta una domanda sospesa: quanto siamo ancora disposti a nasconderci, pur di sopravvivere in un mondo che ha smesso di riconoscere l’umanità come valore?