L’album d’esordio del quintetto di Cork convince e conferma una volta di più, se mai ce l’eravamo chiesto, che la nuova irish wave (o green wave) ci sta copiosamente travolgendo e coinvolgendo ormai da quasi un decennio. Se si attraversa la provincia di Munster, a sud-est rispetto a Dublino, si entra inevitabilmente nella Emerald Isle composta da un perfetto mix di ruralità e innovazione e ci si accorge subito che la tradizione della musica irlandese risiede lì. Può sembrare un luogo comune, tutte le quattro province irlandesi hanno un legame strettamente consolidato con il folklore e la tradizione, ma Cork è considerata the real capital, un po’ per scherno e un po’ per reali attributi e di conseguenza conserva gelosamente l’anima irlandese.

Euan Manning, voce e frontman, insieme al fratello Finn Manning alla fisarmonica, il cugino Darragh Manning alla batteria, Oskar Gudinovic alla chitarra e Aaron Hurley al basso, sono i Cardinals che la stampa inglese ha già etichettato come i “Drunken Smiths” e “Sober Pogues” e la loro presenza a partire dal primo omonimo EP del 2024 potrebbe confermarlo, ma prima di attribuire oneri ed onori lasciamo che traccino la loro strada secondo le regole di questo tempo, senza soffocare sul nascere quella che potrebbe essere, chissà, the next big thing. In fondo, sanno già come funziona la music industry e di quanto sia necessario bilanciare i propri slanci con le regole del mercato. Avrebbero voluto lasciare una maggiore aura di mistero, pubblicando meno singoli, ma le regole le dettano anche le case discografiche – “We would have preferred to release fewer singles, to be honest, and leave a little more mystery there, but the industry has its say as well.” – come conferma Euan.
“Masquerade” si apre con “She Makes Me Real”, un’overture celebrativa che si trasforma tra variazioni di tempo e dinamicità. “St. Agnes” ha una struttura punky, ma un’anima più misurata sebbene la citazione – “That’s the man she’s married to now” – richiama Elliot Smith – artista piuttosto malinconico – che, come dichiarato da Euan, è il musicista che insieme a Lou Reed e Shane McGowan ha influenzato l’album. Gli echi della fisarmonica fanno oscillare il brano tra folk e indie-rock e detta il mood della band.
“Masquerade”, title-track, è un calzante shuffle ritmico in cui fisarmonica e chitarre mitigano l’atmosfera, il basso è gentile e discreto e la chiusura sospesa e gli echoes alternative-rock della costa est degli Stati Uniti a me sembrano intercedere con eleganza. La distensione e la perfetta calibratura tra toni e volumi continuano in “I Like You” e la voce di Euan è il mattoncino del tetris che permette l’accesso al livello successivo, quello in cui il ritmo avanza piano piano un po’ di più.
“Over At Last” ondeggia come il mantice della fisarmonica, ripida come le vie dei quartieri sulle colline di Cork, rallenta per poi esplodere sul finale, sofferente e potente, un po’ Tom York un po’ Grian Chatten, tra i primi estimatori della band, mentre “Anhedonia” ha il flusso dancey tradizionale e lo iscrivo tra i pezzi più coinvolgenti della band da ballare in un live. “Barbed Wire” suona più sincopato, le tematiche di perdita, amore e i vari su e giù della vita vengono disegnati sulla geografia della città – “South gate with the barbed wire fences / And I can hardly breathe / Alcohol and ecstasy / And aperol and THC / From city hall To George’s Quay” – in un girovagare tra ricerca e perdizione. “Big Empty Heart” e “The Burning of Cork” (riferito all’episodio del 1920) confermano la doppia anima dell’album che a metà sembra dividersi, rimanendo tuttavia coerente.
“As I breathe” in chiusura fa da contraltare ed è un sussurrare minimale quasi solenne – “You will wear the chain I’ll wear the collar of my clerical order” – che sembra sfuggirci via, e forse lo fa, come il vento che spesso scandisce il tempo nelle giornate irlandesi. A tratti folk rock, altri alt pop, post punk, indie, “Masquerade” merita più di un ascolto e la band irlandese persuade con testi maturi e sonorità audaci e meno convenzionali. Il potenziale c’è, Sláinte!













