Puntuale come un orologio svizzero, arriva anche quest’anno un nuovo lavoro dei Motorpsycho, l’instancabile duo norvegese che pubblica materiale senza sosta dal lontano 1991, quando esordì sulla lunga distanza con “Lobotomizer”. Da allora sono stati innumerevoli non solo i cambi di formazione, ma anche i generi esplorati: dallo stoner metal al folk, passando per grunge, country, noise, jazz, avant-rock, pop e progressive. Il quadro, naturalmente, è ben più complesso di questa sintesi: l’universo sonoro cesellato dalle menti di Hans Magnus Ryan e Bent Sæther non può essere compresso entro i confini delle mere etichette, per quanto ampie e variegate esse siano.

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Tuttavia, se volessimo individuare una costante nella loro produzione, questa sarebbe senza dubbio la psichedelia, che oggi torna a essere l’ingrediente principale nelle sette tracce di “The Gaia II Space Corps”. Si tratta di un disco molto breve per gli standard classici dei Motorpsycho: meno di quaranta minuti. Un piccolo record per una band che ama, sopra ogni altra cosa, dilungarsi in brani che – non solo in sede live – si trasformano spesso in infinite jam session. In questa occasione Ryan e Sæther, accompagnati dal batterista Olaf Olsen e dal polistrumentista Reine Fiske, si pongono sì dei limiti temporali, ma non creativi.

La fantasia galoppa libera nelle lande di un mondo antico, modellato sulle sembianze di un hard rock psichedelico dal gusto classico, che potremmo collocare idealmente tra la fine degli anni ’60 e la prima metà dei ’70. Un sound datato? Preferirei definirlo analogico o vintage, termini forse abusati ma qui utilizzati con un’accezione decisamente positiva. I brani, infatti, come da tradizione sono scritti con cura e interpretati magistralmente. La ditta RyanSæther, da sempre attenta ai minimi dettagli, possiede una personalità e uno stile così definiti da riuscire a imporsi anche in contesti poco originali come questo.

L’hard rock di “The Gaia II Space Corps” ha un che di già sentito? Certamente. Ma i Motorpsycho, pur essendo musicisti navigatissimi, si approcciano al genere con la curiosità, la freschezza e l’entusiasmo di chi è alle prime armi. Non emulano gli anni ’70, bensì li attraversano come se non fossero mai usciti da quel decennio dorato. Il disco è vivace, intriso di una gioia lisergica che infonde colore e ritmo a brani a forte trazione hard rock, spesso vicini al proto-metal, come le funkeggianti “Fanny Again, Or” e “The Great Stash Robbery”, o arricchiti da sfumature blues e glam, come l’indiavolata “TSMcR” e la spaziale “The Gaia II Space Corps”.

Il ritmo rallenta solo con lo stoner notturno di “The Hornet” e il progressive epico, ma mai magniloquente, di “The Oracle”, dove dominano atmosfere fumose e solenni rese suggestive dagli intrecci melodici di chitarre elettriche e sintetizzatori analogici. L’album si chiude con un’ottima cover di “Black As Night” dei Frost, effimera band americana di fine anni ’60 nella quale militava Dick Wagner (celebre collaboratore di Lou Reed, Alice Cooper, Aerosmith e molti altri). Un capitolo minore nella sterminata discografia dei Motorpsycho? Probabilmente sì. Ma esistono molte band, ben più blasonate e molto meno produttive, che un lavoro di tale qualità possono solo sognarselo.