Con “Dagger” gli IST IST compiono un passo che non ha il sapore della svolta improvvisa, ma quello di una consapevolezza finalmente messa a fuoco. La band di Manchester continua a muoversi dentro coordinate riconoscibili – basso in primo piano, chitarre taglienti, synth che stratificano tensione – ma questa volta l’insieme appare più compatto, più deliberato, quasi scolpito.

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L’apertura con “I Am The Fear” è una dichiarazione d’intenti con il suo basso pulsante, atmosfera tesa, la voce baritonale di Adam Houghton assolutamente riconoscibile che accompagna il breve brano fino alla successiva “Makes No Difference”, che ha il merito di ampliare il respiro melodico, lasciando filtrare un’apertura quasi solenne, ma sempre attraversata da un’inquietudine di fondo. Le chitarre si fanno più luminose, pur mantenendo quell’ombra che rappresenta la cifra stilistica della band. Con “Warning Signs” il ritmo si irrigidisce, la ripetizione diventa strumento ipnotico, mentre i synth creano una tensione che cresce nota dopo nota fino a concedersi a ritornello impossibile da resistere.

Mentre “Burning” vuole essere l’episodio più incisivo del disco, tra impeto e controllo, dove l’elemento emotivo emerge con maggiore evidenza e la voce di Houghton si fa più esposta, meno distante, la successiva “The Echo” invece gioca su dinamiche più dilatate, lasciando spazio a riverberi e stratificazioni che amplificano la dimensione cupa del disco.

Prodotto da Joe Cross (Hurts, The Slow Readers Club, Courteeners, The Lilacs, Callum Beattie; Lana del Rey), il full-length si dipana per dieci episodi di soli trentasei minuti dove tutto è incastrato alla perfezione e nel quale trovato gemme come “Encouragement” e “Obligations” che, sono certo, faranno scintille on stage.

La psichedelica e introspettiva “Song for Someone” conduce alla closing-track “Ambition” che con il suo ritmo deciso, costruzione progressiva, e identità definita rappresenta la sintesi di un disco riuscitissimo. Se in passato gli IST IST potevano essere accostati a coordinate evidenti della tradizione post-punk, qui dimostrano di aver interiorizzato quelle influenze fino a renderle un linguaggio personale e distintivo

Insomma, con “Dagger” gli IST IST affinano la propria grammatica sonora senza snaturarla, senza volerci stupire con chissà quali effetti speciali. Questo quinto lavoro sulla lunga distanza preferisce dunque affermarsi per coerenza e maturità compositiva. Sempre ottimi,