Dopo due anni e mezzo dall’uscita di “The Window“, i Ratboys sono tornati con questo loro sesto lavoro sulla lunga distanza, il loro primo per la New West Records, con cui hanno di recente firmato un contratto.

L’album è stato scritto in una baita nel Wisconsin, dove poi gli statunitensi hanno anche registrato i demo: in seguito, qualche mese dopo, i Ratboys sono tornati ancora lì per lavorare insieme a Chris Walla (Death Cab For Cutie, Tegan And Sara) per una settimana. Poi, sempre insieme a Walla, si sono trasferiti agli Electrical Audio di Chicago (gli studi del compianto Steve Albini) e infine al Rosebud Studio di Evanston, Illinois.

Credit: Miles Kalchik

Il titolo del disco fa riferimento alla terapia che la frontwoman Julia Steiner ha praticato per la prima volta dopo un’importante rottura: la tecnica della “sedia vuota” é un esercizio terapeutico in cui si pratica una conversazione difficile con qualcuno che non è presente, parlando a una sedia vuota e ciò ha ovviamente influenzato i testi del nuovo lavoro.

Questo viaggio emozionale di cinquanta minuti si apre con la delicatezza di “Open Up”: “What’s it gonna take to open up“, si chiede di continuo la dolce Julia con la sua consueta gentilezza vocale, come sempre perfetta a livello melodico. Si passa da momenti più folk ad altri alt-rock con chitarre fuzzy per poi entrare in una jam dai sapori country, tutto nel giro di appena cinque minuti.

Non possiamo fare a meno di citare anche il primo singolo, “Light Night Mountains All That”, rilasciato a settembre ancora prima di annunciare il disco: qui le influenze sonore vanno sul campo indie-rock e arriva un’inaspettata dose di energia con rumorosi feedback e un drumming decisamente sostenuto, mentre la Steiner non nasconde la sua emotività nei vocals.

“Just Want You To Know The Truth”, invece, è lunga quasi otto minuti e mezzo ed è un altro punto importante di questo viaggio: la canzone racconta di momenti vissuti prima della rottura sempre con una proverbiale delicatezza vocale tra chitarra e pedal-steel dai profumi country-folk, prima di lasciare spazio a rumorosi assoli della sei corde che forse vogliono solamente sottolineare la durezza dei momenti vissuti.

Se un brano gentile come “Penny In The Lake” emette un certo calore, sebbene non manchino momenti più elettrici, la lunga (oltre sette minuti) “Burn It Down” è più politica e si divide tra attimi morbidi e altri più incendiari e grintosi.

Pur con numerosi cambi di umore e di intensità sonora, alla fine dei conti “Singin’ To An Empty Chair” è un lavoro davvero solido e risulta sincero, onesto e personale ed è capace di colpire con la sua grande emotività.